LASCIATEVI TENTARE

BERLINO EST 13 MARZO 2012.
Esco di casa in una di quelle giornate uggiose e frizzatine che solo la primavera dell’est ti può regalare. Esco perché la casa mi va stretta. Non riesco a sopportare quelle quattro mura. Passo le giornate ad ascoltare, cercare, leggere di Gaza. Da stamattina non faccio altro, non ci riesco.
Abbiamo progettato il viaggio a Gaza da troppo tempo e mi sento ormai con la testa lì, dove bombardano senza sosta. E oggi l’ennesima volta.
25 morti. 85 feriti.
Numeri. Solo numeri.
E nessuno dice mai chi sono quei numeri quasi non fossero persone ma solo statistiche. Statistiche di una guerra senza fine dove chi muore non è quasi mai chi quella guerra la vuole.

Allora esco perché sennò scoppio.
Vado verso la fermata della metro. Lungo la strada vedo affisso un grande manifesto che pubblicizza le vacanze in Israele. Fra foto di chiese sacre e paesaggi d’incanto una scritta a caratteri dorati dice ‘Lasciatevi tentare!’ Faccio una foto. Mi ferma una signora.

-Vuoi andare in vacanza a Israele? Sai io sono israeliana.

-No. Pensavo alle 25 persone uccise a Gaza in questi giorni.

-Si lo so. Lì c’è una guerra. Io sono qui perché non voglio vivere in uno stato che è sempre in guerra… sai non è facile essere israeliana… neanche a Berlino.

La invito a prendere un caffè in un piccolo bar-cinema vicino a casa.

-Parli un italiano perfetto.

-I miei genitori sono di origine polacca. Mi hanno portato a Tel Aviv quando ero ragazzina. Non sapevamo, nessuno sapeva dove stavamo andando. Mi hanno costretta a fare pure il servizio di leva. Tre anni della mia vita buttati via. Poi sono andata a studiare in Italia. Mi sono trovata malissimo. Mi sono accorta di essere ebrea in Italia. La prossima settimana devo tornare in Israele, il mio visto scade. Non è facile ottenere il visto… vogliono che stiamo lì.

Mentre parla penso a quel cartellone pubblicitario. Lasciatevi tentare!
Lei si è fatta tentare da questa terra promessa fatta di inganni e finta pace. Ed ora si ritrova prigioniera di un incubo. Un brutto sogno che l’ha trasformata in soldata. In quel tipo di orribile persona che spara ai bambini e che entra nelle case delle donne velate di notte. Senza sapere dove e perché.
Entrata in un faustiano patto col diavolo dal quale non può uscire, prigioniera di un paese che non vuole. Un numero. Anche lei un numero.
Le spiego del nostro progetto, un film a Gaza.

-Non ci sono mai stata… a noi non è permesso. Conosco tanti palestinesi che vivono in Israele. Alcuni hanno fatto fortuna ed altri vivono davvero in miseria.

-Hanno fatto fortuna?

-Grandi case, macchine di lusso, tanti figli. C’è chi ci guadagna con il muro! Io non sono una giornalista ma certe cose si vedono. In fondo tutti cercano di far fortuna con qualcosa…

Avrei voluto parlare di più, ma se ne deve andare. Non conosco neanche il suo nome.
Non conosco il suo nome come non conosco quello dei 27 bambini feriti negli oltre 37 raid aerei che hanno colpito la Striscia di Gaza in questi ultimi 4 giorni.
Arrivo alla stazione della metro ed anche lì mi aspetta un altro cartello che invita alle vacanze nella terra promessa.
Prendo la metro fino ad Alexanderplatz e vedo solo cartelloni pubblicitari, grossi centri commerciali, enormi palazzetti dello sport per grossi eventi e concerti.. tutto attorno a me sembra dirmi ‘lasciati tentare’. Lasciati tentare a credere che vada tutto bene, che non ci siano bombe, che non ci siano morti, che non ci siano crisi, che ci siano posti come Gaza…
Questo piccolo mondo ormai semi-dorato fa certo cadere in tentazione. Basta spegnere televisione e radio e non ascoltare. Basta restare qui, lontano da tutto, dove la guerra è un racconto per spaventare i bambini e il pericolo sembra impercettibile e sfuggevole. Dove nulla è impossbile perchè tutto è comprabile e vendibile. Dove tutto è un codice a barre. Un numero.
E vorrei esseri lì dove le persone ancora lottano, dove ancora si parla di rivoluzione.
E vorrei avere il coraggio di Patrick Mc Goohan in The prisoner, dove un esperimento lo rende prigioniero di un’isola, riducendolo ad essere ‘numero 6’, correre verso la morte urlando:

NON SONO UN NUMERO, SONO UN ESSERE LIBERO!

Posted: aprile 17th, 2012
at 9:05 by ironriot

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Categories: palestina

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