Partiamo dal Cairo la mattina prima dell’alba. Ci viene a prendere un Mercedes sgarruppato anni 70 a sette posti che, scopriamo in seguito, non possiamo permetterci di spegnere mai perché in caso contrario l’autista potrebbe non riuscire a riaccenderlo.
Fra violazioni di sensi unici e incidenti sfiorati con camion carichi di barili di petrolio, usciamo dalla città in circa un’ora. Il traffico della capitale egiziana ci lascia veramente traumatizzati: un possibile autoscontro ad ogni angolo e una miriade di camion sovraccaricati male che violano qualsiasi regolamento stradale sia mai stato concepito dall’essere umano.

Presto le case diroccate e semi-costruite della periferia del Cairo lasceranno il posto al deserto e alle case dei contadini, ai nomadi con dromedari e a poveri muli costretti a trasportare carichi troppo pesanti.
Dopo circa due ore incontriamo e superiamo il ripidissimo ponte sullo stretto di Suez e questo significa che da qui saremo entrati nella zona del Sinai.
Per fortuna, nonostante ciò che sappiamo sulla pericolosità di questa zona, oggi ci sembra un posto felice e pacifico, dove addirittura si viene in vacanza coi bambini; se non fosse per le diverse soste ai posti di blocco militari con carro armato che, almeno per noi consistono in brevi controlli dei documenti senza perquisizioni e che tutto sommato riusciamo a passare abbastanza velocemente.
Quando, dopo circa altre due ore di viaggio, vediamo le prime spiagge e il mare, il nostro tassista ci annuncia che siamo ad Al Arish, ultima cittadina prima della zona di confine di Rafah.
Ad un tratto, dopo un breve tragitto su una strada costellata di uffici-bunker delle Nazioni Unite e presidi militari, si staglia di fronte a noi una colossale porta color deserto: il valico di frontiera di Rafah.
Scendiamo dalla Mercedes poco prima perché l’ultimo pezzo di tragitto va fatto a piedi.
Veniamo subito circondati da una densa folla di soli uomini che ci danno l’idea di passare le loro giornate li avanti, forse per lavoro o con l’espediente di sopravvivere in un luogo di frontiera, di certo non sono viaggiatori che tentano di passare il valico. Alcuni aprono da sè il cancello, per noi apparentemente inaccessibile, entrano ed escono, proprio come se stessero lavorando a rifornire i militari di ciò che occorre.
Alcuni ci parlano in arabo, altri in inglese, altri ci invitano ad accedere ai tunnel che collegano l’Egitto a Gaza.
Il valico di Rafah è una frontiera internazionale costruita dai governi israeliani ed egiziani dopo il Trattato di pace israelo-egiziano del 1979 e il ritiro israeliano dalla Penisola del Sinai nel 1982. E’ stato gestito dalla Autorità Aeroportuale Israeliana fino al Piano di disimpegno unilaterale israeliano, quando cominciò ad essere sorvegliato dalle Nazioni Unite.
Il valico di Rafah è stato aperto il 25 novembre 2005 e gestito quasi ogni giorno fino al 25 giugno 2006. Da quel momento è stato chiuso da Israele nell’ 86% dei giorni per motivi di sicurezza ed è rimasto chiuso persino all’esportazione delle merci. Nel giugno 2007, l’attraversamento è stato chiuso dopo l’acquisizione di Hamas della Striscia di Gaza e dopo la caduta di Mubarak il valico è stato riaperto seppur con notevoli difficoltà di passaggio.
Rafah è l’unico varco per gli abitanti di Gaza verso il resto del mondo e per gli internazionali alla città di Gaza. Il valico di Rafah è il limite fisico alla libertà degli abitanti, è uno dei due accessi, entrambi difficilissimi da passare, alla Striscia di Gaza. Non importano i motivi di salute o di studio o di semplice espressione della libertà individuale e dell’ esigenza di spostarsi nel territorio, possono volerci giorni prima di poterlo attraversare, alle volte solo svariate ore, comunque è una delle porte alla grande prigione a cielo aperto che è Gaza.
Ci avviciniamo al cancello con passaporti e permessi alla mano. Tutte le nostre carte per cui ci sono voluti mesi di telefonate, contatti e ricerche, vengono definite insufficienti dopo solo una veloce e sommaria lettura. “Non entrate con questi, non avete una carta di identità palestinese; potete rientrare al Cairo e contattare gli affari esteri egiziani” ci viene detto. Ma eravamo preparati e ci sediamo per un caffè e a riflettere su chi cominciare a chiamare.
Di nuovo riproviamo con un altro militare che si trovava al cancello, con più stellette sulla maglia e forse più voglia di lavorare (permettetemi l’eufenismo). Con lui i nostri documenti, incartamenti e passaporti restano in osservazione almeno 10 minuti prima di sentirci dire che non possiamo passare per il valico, ma con alcune centinaia di euro, ci viene ripetuto, possiamo passare dai tunnel. Non serve commentare questa cosa che chiaramente allude ad una collaborazione fra alcuni militari in servizio al confine e i responsabili dei tunnel, sottendendo corruzione e abusi d’ufficio.
Per fortuna la sera prima, per caso abbiamo incontrato al Cairo un’attivista che era appena uscita da Gaza che ci ha lasciato il numero di telefono del responsabile stampa al border…Lo chiamiamo e dopo poco il cancello si apre, appare il responsabile con le nostre carte in mano che ci fa entrare e finalmente comincia la vera procedura.
Non ci possiamo credere: dopo un’ora di vani tentativi quel cancello si apre anche per noi e possiamo finalmente salutare la folla di urlatori che presto troveranno qualche altra preda…
Non ci abbiamo capito molto della procedura: pare che la polizia non stia lì per controllare il flusso ma quasi per bloccarlo. Probabilmente l’attraversamento illegale nei tunnel non fa guadagnare solo gli urlatori.
Il peggio pare passato. Da ora in poi si tratterà solo di burocrazia e pagamenti di tasse e biglietti…
Per attraversare la zona franca di 200 m dobbiamo pagare una decina di euro a testa e salire su un bus che in 30 secondi netti ci lascia nel nuovo e pulito edificio del confine palestinese.
Da qui il valico cambia totalmente aspetto: urlatori e sbirri corrotti lasciano il posto ad eleganti giacche e cravatte e giardini innaffiati, l’inconfondibile stile dell’intelligence di Hamas.
Grazie ai compagni che ci aspettavano di là, la trafila è semplice e veloce e noi riusciamo in poco tempo a salire sul taxi che ci porterà a Gaza City.
Finalmente ci siamo. Mesi di documenti, telefonate, assemblee, rimandando la partenza mille e più volte, sono finalmente finiti: siamo a Gaza e questo ci sembra ancora un sogno.
Da qui ora inizia il nostro vero viaggio alla scoperta di questo posto incredibile e delle persone che quotidianamente lo vivono.
Da qui ora inizia la nostra Gaza.

Posted: aprile 22nd, 2012
at 9:25 by ironriot

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