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TOLIMA,
10 DICEMBRE: IL DIRITTO DI ESSERE UMANI
Apro gli occhi
e sono le sei di mattina.
È presto, ancora l’alba, ma i contadini che ci hanno ospitato
per la notte sono già svegli da qualche ora.
Uno di loro si chiama José Buriticá ed è neopresidente
dell’ASTRACATOL, la appena nata associazione di contadini del dipartimento
del Tolima.
Pieno di spirito nonostante i suoi settant’anni, Don José
si sveglia ogni mattina alle due e non riprende mai il sonno, ma legge
febbrilmente. Legge e pensa.
La notte scorsa ci ha raccontato la sua vita che è indissolubilmente
legata alla vita del suo paese, la Colombia, in cui per generazioni la
sua famiglia ha coltivato la terra.
Ci ha raccontato d’anni difficili, d’assassini, bombe, genocidi,
guerre interne, mafia, politica corrotta, abusi d’ogni genere.
Anni in un paese che nonostante tutto lui ama e in cui ripone ancora molte
speranze, continuando a lottare e difendere il suo popolo calpestato.
Don José questa mattina ripassa il suo discorso e ce lo vuole leggere
per essere sicuro che vada bene.
Don José è visibilmente emozionato perché questa
mattina c’è molto da fare e da pensare: oggi è il
10 Dicembre, la giornata mondiale per i diritti umani e Ibagué,
ospita il foro dipartimentale “Tolima territorio umanitario”.
L’incontro di oggi, spiega Don José, è molto importante
ed è stato difficile ottenerlo.
Tutto risale a due mesi prima, alla Mobilitazione Nazionale Agraria e
Popolare, proposta dai contadini del Tolima, appoggiata dalle maggiori
associazioni colombiane, che dopo anni ha portato nelle piazze di tutto
il paese circa ottantamila fra contadini, indigeni e movimenti sociali.
In quei giorni il collettivo che ha
riempito le strade di Ibagué è riuscito a strappare al governatore
una promessa.
Una promessa che oggi è diventata realtà.
Si, perché il foro di oggi non è un semplice incontro fra
attivisti e collettivi. Oggi la cosa sarà ufficiale: il signor
governatore ha sottoscritto l’impegno ad esserci e a sostenere la
causa della difesa dei diritti umani e di una soluzione politica al conflitto
colombiano, e con lui altri rappresentanti istituzionali.
Arriviamo al teatro Tolima, nel pieno centro di Ibagué, dove un
caffè ti costa tre volte il normale.
Negozi, luci di natale, gente a passeggio.. non sembra neanche di stare
in un paese in pieno conflitto.
Poi, nel mezzo di questo luccicante capitalismo, si scorge il primo gruppo
di contadini con i loro cappelli e stivali, pronti per entrare al foro.
Le aspettative erano di 500 partecipanti, ma oggi loro sono almeno 1200!
<<L’intento
dell’incontro di oggi è di promuovere pace, difesa della
vita, convivenza, sostenendo a tutti i livelli la costruzione collettiva
di una cultura dei diritti umani. Fomentare il rispetto per le differenze,
in seno alla comunità. Promuovere l’interscambio umanitario
come problema sociale.>>.
Vengono così introdotti gli interventi che per tutta la mattinata,
fino al primo pomeriggio, racconteranno e definiranno cosa sono i diritti
umani e la condizione di abuso che quotidianamente vive il popolo colombiano.
Tematica centrale è quella riguardante l’interscambio umanitario,
lo scambio di prigionieri fra FARC e governo, che ultimamente è
tornata al centro del dibattito internazionale, sviluppando forti pressioni
verso il presidente Uribe.
Fra gli interventi più ufficiali sicuramente c’è quello
del governatore uscente Fernando Osorio Cuenca, e quello di Adolfo Chavarry,
membro dell’ufficio dell’alto commissariato delle Nazioni
Unite per i diritti umani, che con la loro presenza hanno permesso a questo
foro di acquistare maggiore visibilità nazionale.
Grande assente, padre Dario Echeverry della Comision de Conciliación
Nacional, indicato come uno dei possibili mediatori nell’accordo
fra guerriglia e governo.
Due sono le organizzazioni non governative che hanno aderito all’iniziativa,
fra cui IPO, in qualità di osservatori internazionali di pace.
Testimonianza importante è quella di ASSOPRENSA, che porta una
pesante denuncia alla situazione della libertà d’informazione
e della pluralità, minacciata e spesso totalmente scomparsa all’interno
dei maggiori organi di informazione.
Altro giornalista è Carlos Lozano, direttore del periodico
Voz, una delle poche voci indipendenti all’interno dei mass media
colombiani, che fa parte della Comision Nacional por Acuerdo Humanitario
e che sta seguendo da sempre lo svilupparsi degli accordi e incentra perciò
il suo intervento sul problema dell’interscambio con un’analisi
importante e profonda. La dura critica che fa al governo è legata
alle diverse proposte avanzate: Uribe dichiara di cercare una soluzione
di intercambio, mentre i vertici militari ribadiscono la soluzione militare
(peraltro l’unica che finora sia stata comprovata nei fatti!). Il
problema di base, afferma Lozano, è che lo stato colombiano non
riconosce che all’interno dei suoi confini vi è un conflitto,
e non riconoscere che il paese è in guerra significa non applicare
il diritto internazionale umanitario: se non si cercheranno soluzioni
alle cause di questa guerra lunga mezzo secolo, un accordo umanitario
potrà forse servire a dare un bagliore di speranza, a placare momentaneamente
le tensioni, ma non risolverà il conflitto. D’altronde la
storia colombiana ne ha visti molti di interscambi come questo, anche
con centinaia di prigionieri, ma nulla può cambiare in un paese
dove paramilitarismo e narcotraffico sono al servizio degli interessi
politici che vogliono il conflitto.
Gli
interventi più sentiti e sinceri li ha però portati chi
da anni lavora dal basso per un paese diverso, per una redistribuzione
delle ricchezze, per una pace vera, per il rispetto per la vita: FENSUAGRO,
ASOCIACION DE CABILDOS INDIGENAS DEL TOLIMA, ASTRACATOL e molte altre..
I contadini, gli indigeni, il popolo: sono loro che hanno fortemente voluto
le mobilitazioni di Ottobre e che hanno organizzato questo incontro, sono
loro che sanno bene cosa sono i diritti umani oggi in Colombia.
Il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto
all'autodeterminazione, il diritto a un giusto processo, il diritto ad
un'esistenza dignitosa, il diritto a un tetto, il diritto al cibo e al
sostentamento.. tutte belle promesse che suonano quasi come offese quando
si sentono le storie di vita di questa gente: loro portano gli abusi quotidiani
sulla propria pelle.
A dispetto della dichiarazione universale sottoscritta anche
dal loro paese, i colombiani sono governati da chi paga un esercito che
in continuazione infrange questi diritti, che stringe accordi economici
con i finanziatori del paramilitarismo (espressione culmine dell’abuso
ai diritti umani!), che imprigiona i suoi oppositori..
Don José finisce il suo discorso con l’unica vera, reale
soluzione per il suo paese.
Don José finisce invitando la sua gente a non avere più
paura, a uscire di casa, riempire le strade, le piazze e costruire un
vero nuovo mondo in cui realizzare tutte quelle promesse.
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