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Il
boom delle street tv in Venezuela
La tv che ti vede
Da cineclub a televisione in chiaro ascoltata da 5 milioni
di cittadini. La storia di Catia tve, la più grande street tv del
mondo, prodotta e realizzata dalla società civile venezuelana per
reagire allo strapotere delle reti private. Un lungo cammino tra censure
comunali e sostegno nazionale.
di Giulia M. Foresti
da Caracas
Metropolitana
di Caracas, fermata Caño Amarillo, nell'immenso quartiere "Manicomio"
che unisce la metropoli con Catia, nome indio della baraccopoli che si
estende per chilometri nella parte ovest della città. Ma Catia
è anche il nome di una televisione: Catia tve. Un gioco di parole
castigliano, che sta per "la tv che ti guarda". Una street tv
nata nel 2001 per volontà della società civile, e che oggi,
dopo diverse peripezie, trasmette agli oltre 5 milioni di abitanti della
capitale venezuelana e può contare sul sostegno del governo di
Chavez attraverso il finanziamento della Pdvsa, la compagnia petrolifera
statale.
Nascita
di un network
I suoi fondatori furono un gruppo di studenti che organizzarono un cineclub
dove proiettare film e registrazioni fatte nelle strade del quartiere,
in cui era la comunità con le sue storie a essere protagonista.
Questa prima esperienza fece emergere subito una serie di disagi vissuti
dalle persone intervistate, e la comunità, presa coscienza dei
problemi, cominciò a cercare le soluzioni. Attraverso Catia tve
nacque il concetto venezuelano di "contraloria social", ovvero
monitoraggio sociale da parte della cittadinanza.
La tv iniziò allora le sue trasmissioni da una stanza di un ospedale
del barrio, e in seguito, anche grazie alla Costituzione venezuelana che
riconosce il diritto alla comunicazione come strumento fondamentale di
partecipazione cittadina e incentiva lo sviluppo dei media comunitari,
si ingrandì. Ma nel 2003, l'allora sindaco di Caracas, Alfredo
Peña, nonostante i dettami della Costituzione, fece oscurare Catia
tve. Reporters Sans Frontières espresse la sua solidarietà,
la gente si indignò, e la street tv fu riaperta. Oggi per vedere
i "mediattivisti" all'opera - anzi per vedere le "mediattiviste"
all'opera, visto che la maggioranza sono donne - basta uscire in strada:
interviste e occhio della telecamera puntato sui volti e sulle parole
dei cittadini. Decine di testimonianze raccolte da videomaker volontari
che i produttori indipendenti, attraverso Catia tve, diffondono e fanno
ascoltare ai cittadini.
10, 100,
1000 Catia tve
«Arrivano persone da tutto il Venezuela per partecipare ai workshop
di formazione per i produttori indipendenti - racconta Isa, studentessa
di arte e "mediattivista" di Catia tve - per ripetere la stessa
esperienza nella loro città. A oggi si possono contare già
11 televisioni comunitarie sparse per tutto il paese, e ben 53 radio che
basano la propria esistenza su progetti orizzontali e partecipativi».
Un'attività contagiosa, fondata sull'idea condivisa da tutti i
media comunitari della separazione tra chi controlla il mezzo e chi produce
il messaggio, per cui la produzione va realizzata da persone indipendenti,
e non da coloro che il mezzo lo gestiscono. Ricardo, uno dei fondatori
di Catia tve, spiega come funziona in pratica la loro organizzazione non
verticistica: «Noi mettiamo a disposizione le telecamere e attraverso
corsi di formazione tecnica insegniamo a realizzare documentari e reportage.
Non abbiamo una linea editoriale, l'unica cosa che chiediamo ai produttori
è di rispettare i diritti umani, le differenze di genere e di non
portare contenuti razzisti. Credendo molto nella dialettica, non abbiamo
mai censurato nulla. Se certe volte un video trasmesso mette in disaccordo
qualcuno, ne arriva sempre un secondo che lo smentisce o lo mette in discussione.
Questo è molto importante per ridare all'informazione un ruolo
di critica costruttiva».
Redazione
modello
La sede di Catia tve si trova oggi in una casa gialla a due piani, unico
edifico intonacato del quartiere "Manicomio". La redazione è
costituita da una sala con una decina di computer per il montaggio, un
archivio che raccoglie il materiale trasmesso negli anni e un magazzino
con le telecamere digitali da dare in dotazione a chi vuole realizzare
i servizi. Tatiana, dell'amministrazione di Catia tve, racconta che non
ne è mai sparita una, nonostante l'altissimo tasso di povertà
esistente a Caracas. «Grazie a un accordo con Pdvsa, l'impresa petrolifera
nazionale, arrivano soldi per comprare nuove attrezzature e per pagare
gli stipendi». Nella sala di registrazione, attrezzata per le dirette,
sono montate tre telecamere professionali. Sullo sfondo il simbolo di
Catia tve, una tv stilizzata con la scritta: "Voce e immagine della
gente: comunicazioni comunitarie per una cultura della libertà".
Oggi Catia tve è diventata una televisione "adulta" a
tutti gli effetti. E se, fino a poco tempo fa, bisognava cercarla con
pazienza nella giungla delle frequenze dei colossi televisivi e trasmetteva
solo nel quartiere, oggi ha un suo segnale, 41 Uhf, non più clandestino,
e ricevuto dagli oltre 5 milioni di telespettatori di Caracas.
"Mediattiviste"
convinte
«L'informazione comunitaria, partendo dal basso e nutrendosi dell'uso
sociale della telecamera, ha dato visibilità mediatica alla quotidianità
di quei settori sociali marginalizzati dai grandi networks televisivi
- spiega Iris, una delle ragazze che sostengono il progetto - Il palinsesto
di Catia tve è costruito su interviste fatte alla gente: i realizzatori
non fanno altro che riportare la realtà». Catia tve, pur
essendo aiutata economicamente dal governo di Chavez, non ha mai fatto
propaganda politica. La street tv vuole creare infatti un contropotere,
demistificare il linguaggio dei media ufficiali e abbattere il monopolio
della loro parola per dare spazio alla società. «La protesta
contro le televisioni private che propongono continuamente argomenti e
immagini estranei ai settori popolari - continua Isa - ha contributo a
far sentire l'esigenza di una televisione comunitaria fatta nel barrio
per il barrio. Guardare la televisione significa molto spesso subirla:
Catia tve è invece un media che dà voce a chi non ce l'ha,
che apre la strada alla creatività e al radicamento di valori costruttivi».
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