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Terra
e violenze per produzioni disutili
La Coca Cola made in India ci ricasca. Come riferisce www.oneworld.net,
una missione in loco dell'associazione India Resource Center con base
negli Usa ha trovato che nello stato indiano dell'Uttar Pradesh diversi
impianti di produzione del noto bibitone utilizzano terre comunitarie
come discariche per gli scarti chimici solidi e riversano acque reflue
non depurate nei canali che alimentano il fiume Gange. Già nel
2003, l'ente statale Central Pollution Control Board of India controllò
otto impianti di imbottigliamento in giro per il paese e trovandovi livelli
elevati di metalli pesanti - piombo, cadmio, cromo - ordinò alla
compagnia di trattare scarti e acque reflue.
Pochi giorni fa la multinazionale di Atlanta ha annunciato il sostegno
a un piano ambientale di 20 milioni di dollari per proteggere sette dei
bacini fluviali più a rischio al mondo. Il solito green washing,
l'ha definito l'India Resource Center: «Coca Cola deve riconoscere
di essere parte del problema e non della soluzione, quanto a insostenibilità
idrica in India e altrove». La multinazionale dell'effimero zuccherato,
con l'acqua ha molto a che fare: non solo quella necessaria a produrre
la bibita (soprattutto nell'irrigazione della canna da zucchero da cui
si estrae uno dei suoi componenti), ma anche perché è ormai
fra le regine dell'acqua in bottiglia, il gigantesco business che ogni
anno a livello mondiale assorbe - secondo l'Earth Policy Institute - incredibili
100 miliardi di dollari, quando con una somma molto inferiore si potrebbe
assicurare l'accesso all'acqua potabile a mezzo miliardo di persone.
La nota bevanda è sotto pressione: negli ultimi sei mesi 25 università
anglosassoni l'hanno estromessa dalle onnipresenti macchinette, in seguito
alle denunce di furto dell'acqua comunitaria nei villaggi nel Kerala (India
del Sud) e di repressione antisindacale in Colombia.
E
passando dalla Coca Cola alla coca e dall'India alla Colombia ecco che,
come informa il quotidiano inglese Guardian, le immagini satellitari riprese
dall'ufficio della Casa Bianca per il controllo delle droghe danno un
brutto colpo al Plan Colombia patrocinato dagli Usa per la sedicente lotta
alla droga: la coltivazione della materia prima della cocaina è
cresciuta dell'8 per cento l'anno scorso, e del 27 per cento da quando,
nel 1999, fu varato il Plan Colombia inizia con l'obiettivo di dimezzare
la produzione di coca colombiana entro cinque anni, con operazioni militari
(e paramilitari) e fumigazioni aeree - più volte denunciate da
organizzazioni contadine, ambientaliste e per i diritti umani per il loro
impatto sulla salute e sulle coltivazioni.
Ma per i villaggi colombiani tartassati dalla violenza negli ultimi anni
si è profilata un'altra tragedia: gruppi paramilitari stanno estromettendo
indigeni e coltivatori dalle loro terre per far posto alle piantagioni
di palma da olio, materia prima per i «carburanti verdi» la
cui domanda estera cresce. Quattro anni fa il paese non produceva un solo
litro di agrodiesel, oggi è arrivato a 1,2 milioni al giorno, si
è vantato il presidente Alvaro Uribe. Ma lo stesso governo ha dichiarato
che in certe aree l'80 per cento della terra a palma da olio ha titoli
irregolari. Secondo le denunce delle organizzazioni indigene, di Christian
Aid e della stessa Fedepalma, federazione nazionale dei produttori di
olio di palma, il nuovo business fa gola a grosse compagnie, ai paramilitari
di destra e forse anche a gruppi armati di diverso e opposto schieramento.
A differenza della coca, finora il principale introito dei gruppi armati,
la palma da olio è perfettamente legale anzi incoraggiata e al
riparo dal Plan Colombia e dalle sue fumigazioni. Ogni anno, secondo l'Alto
Comm.Onu per i rifugiati, dalle zone in cui si coltiva sempre più
palma (sulla costa caraibica) fuggono dalle minacce e dalle aggressioni
200 mila persone, aggiungendosi ai tre milioni di colombiani che nei decenni
hanno lasciato le loro case.
Terra
e violenze per produzioni disutili
Fonte:
Il Manifesto" del 09 Giugno 2007
http://www.ilmanifesto.it/terraterra/archivio/2007/Giugno/466ab77d98453.html
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