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Fragile
frontiera diplomatica
Il Plan Colombia e il suo uso continuo di pesticidi, nella
guerra chimica al narcotraffico, sono le ragioni di una forte tensione
diplomatica tra Colombia e Ecuador. La tregua tra le due cancellerie rischia
di cedere anche per i veleni della politica: le intercettazioni telefoniche
colombiane, le fosse comuni sulla frontiera mettono a rischio le relazioni
ufficiali. Conclusa la missione dell'inviato speciale delle Nazioni Unite
la popolazione esposta da anni alle piogge di glifosato cancerogeno, sia
in Colombia e sia sulla frontiera ecuadoriana si scopre ufficialmente
in grave pericolo sanitario.
Di Tania Belli per Selvas.org
Una
frase risuona nell'aria, con la concreta aspirazione di poter assumere
la medesima valenza dell'ormai celebre “apriti sesamo”. Un
potere che, nel caso specifico, sarebbe potenzialmente utile per girare
il grimaldello di un problema spinoso che due Stati confinanti si trascinano
dietro da anni, rischiando di compromettere seriamente i rapporti di buon
vicinato: l'applicazione del Plan Colombia nella frontiera ecuadoriana
“Suspender las fumigaciones cerca de la frontera con Ecuador”,
questa, infatti, è la magica frase che se tradotta in azioni pratiche
potrebbe schiudere la strada all'auspicabile soluzione di un “affaire
diplomatique”. In particolare se il monito di “sospendere
le fumigazioni vicino la frontiera con l'Ecuador” proviene dal rapporto
preliminare, ma che “quanto prima“ diverrà definitivo,
del relatore speciale delle Nazioni Unite Paul Hunt, investito all'incirca
un anno fa dell'indagine volta a verificare la fondatezza delle reiterate
denunce del governo ecuadoriano sulla presunta pericolosità della
“eradicación química” dei campi di coca e papavero
colombiani. In poche parole, se vi fa cenno quell'imprescindibile documento
da cui dovrebbe dipendere il futuro del Plan Colombia, o quanto meno del
capitolo di tale piano che prevede l'impiego del Raundrup Ultra, alias
glifosato, alias diserbante per bruciare le piantagioni illegali di stupefacenti.
Stando alle indiscrezioni trapelate, nella prima bozza di resoconto stilata
al termine della sua visita esplorativa di 4 giorni, Hunt tira in ballo
“validi elementi” per supporre che le aspersioni con glifosato
sulle coltivazioni illecite della Colombia “causino danni”
alla salute umana, coinvolgendo indirettamente (ossia per l'azione dei
venti) anche l'Ecuador. A riprova di ciò, lo stesso osservatore
ONU in conferenza stampa ha puntualizzato che “hay evidencias creíbles
y confiables de que las fumigaciones de plantaciones de coca que hace
Colombia en la frontera con Ecuador causan daños físicos
y mentales a los habitantes del lado ecuatoriano”. Pertanto, egli
ha pure aggiunto, viene da sé che il governo Uribe “dovrebbe
farsi carico di risarcire i cittadini ecuadoriani colpiti dalle azioni
di bruciatura compiute dai velivoli militari colombiani”, in quanto
“la Colombia tiene una responsabilidad de asistencia y cooperación
internacionales frente a los derechos humanos, incluyendo el derecho a
la salud, y, consecuentemente, no debe perjudicar el disfrute del derecho
a la salud en el Ecuador". La identica responsabilità che
dovrebbe portare la Colombia a farsi carico di "dimostrare che la
fumigazione non danneggia la salute umana e l'ambiente".
Si
tratta, ha quindi dichiarato la ministra degli Esteri ecuadoriana María
Fernanda Espinosa, visibilmente raggiante: “di una grande vittoria
per l'Ecuador”, poiché questo atto formale, avallando quanto
più volte ribadito con fermezza dal suo paese, indurrà quello
colombiano a riflettere, predisponendolo “ad ascoltare i risultati
della missione del relatore ed a prendere misure congiunte”. “Credo
- ha poi precisato la Espinosa - che nel momento in cui la Colombia leggerà
il contenuto della relazione, constaterà una volta in più
che è necessario arrivare ad un accordo concertato per l'assunzione
di responsabilità riguardo agli indennizzi” (1).
Un gesto dovuto e doveroso, quello della Colombia di ammettere le proprie
responsabilità e dar corso al risarcimento, che potrebbe scaturire,
dopo tanto contendere, dalla lettura dell'importante ed atteso referto
prodotto dall'inchiesta di Hunt. Un processo extra-giudiziale e super
partes che, seppur fondamentale, è forse partito con qualche ritardo
di troppo.
Probabilmente, però, ulteriori ritardi non saranno ben accetti
a Quito, dove nel frattempo, proprio per evitare l'ennesimo slittamento
di una pratica improcrastinabile, si è pensato di varare il “Plan
Ecuador”: l'alter ego buono del Plan Colombia. Una iniziativa che,
attenendoci alla versione fornita dai suoi fautori, sarebbe il modo più
appropriato per contrastare le deleterie implicazioni del Plan Colombia
sull'ambiente e sulla popolazione dirimpettaia; quegli uomini, donne e
bambini ecuadoriani che hanno assistito giornalmente alle inquietanti
manovre degli aerei colombiani attrezzati per lanciare erbicidi “made
in USA”. Gli stessi uomini, donne e bambini che, per dirla come
l'ha detta il ministro degli interni ecuadoriano Gustavo Larrea: “maggiormente
soffrono una crisi d'insicurezza e l'aumento della violenza, incrementatasi
dal 2001 anche in conseguenza del conflitto in Colombia”.
Tuttavia, sorvolando sulla reale bontà dell'iniziativa denominata
Plan Ecuador, la domanda che si pongono molti in Ecuador è: come
saranno procacciati i fondi necessari per alimentarla?
Dubbi che potrebbero rivelarsi irrisori se le previsioni di Espinosa si
rivelassero azzeccate e veramente trovasse la opportuna eco il rapporto
del neozelandese Hunt il quale, tenendo a sottolineare come il suo intento
sia di “depoliticizzare la questione”, si è sbilanciato
nel suggerire che “visto le sufficienti evidenze raccolte e dando
luogo al principio della precauzione, le fumigazioni si dovrebbero sospendere
sino a quando sia messo in chiaro che non minacciano la salute umana o
almeno attenersi alla fascia di rispetto stabilita (10 chilometri - n.d.r.)”.
I
veleni della politica colombiana oltre il glifosato
Lo scandalo “chuzadas” illegali, com'è stato definito
in Colombia l'ennesimo caso di spy-story che ha portato alla ghigliottina
il gota della Policia Nacional (facendo saltare la testa di vari generali…ma
non finirà qui!), si propaga a macchia d'olio, giungendo a lambire
i confini dell'Ecuador per assorbire la già complicata questione
“fumigaciones”. Infatti, tra coloro che sono caduti vittima
della rete d'intercettazione abusive gettata dall'intelligence colombiana
da ben due anni a questa parte, è stata ripescata anche la ex titolare
del ministero degli esteri della Colombia.
La cancelliera Maria Consuelo Araújo, ora non più in carica,
nel dicembre scorso a sua insaputa è stata sorpresa dal Grande
Fratello colombiano mentre intratteneva una conversazione del tutto privata
con un suo congiunto. Oggetto della telefonata, una tra le ottomila registrate
senza autorizzazione: las fumigaciones. Non a caso proprio in quel periodo
il presidente Uribe aveva deciso di riprendere i tanto dibattuti voli
di fumigazione sulle piantagioni di coca poste a confine con l'Ecuador.
Una mossa inconsulta e priva di preavviso che aveva indispettito a tal
punto la controparte ecuadoriana, fermamente contraria a tale sistema
di lotta al narcotraffico, da indurla a ritirare il proprio ambasciatore
di stanza a Bogotà.
La Araújo, quindi, aveva alzato la cornetta per poter discutere
del rinfocolarsi di tale scottante problematica con il fratello Sergio.
Una sorta di sfogo che adesso è divenuto di dominio pubblico, rischiando
di alterare nuovamente un equilibrio già di per sé precario.
A maggior ragione di questi tempi in cui, se da un lato Correa si è
risolto a rispedire Alejandro Suárez nella sede di Bogotà,
da dove il diplomatico ha lanciato messaggi di pace, augurandosi che gli
attriti “possano essere superati con spirito di rispetto, fraternità
e comprensione”; dall'altro Uribe si è sforzato di promettere
che ”salvo presentazione di prove concrete, riserverà ai
cittadini ecuadoriani danneggiati dalle fumigazioni lo stesso trattamento
indennizzatorio concesso a quelli colombiani”, impegnandosi, inoltre,
a rimpiazzare tale tecnica di estirpazione delle coltivazioni illecite,
a base di diserbanti, con una prettamente manuale.
Ma soprattutto a maggior ragione oggi, all'indomani dell'esplicito intervento
del relatore speciale inviato dalle Nazioni Unite in America Latina per
far luce sulla paventata nocività delle fumigazioni, e ripartito
da Quito dopo una permanenza di 4 giorni. In effetti, il neozelandese
Paul Hunt, nell'attesa conferenza con i mezzi di comunicazione, ha ammesso
senza peli sulla lingua: “l'esistenza di argomenti “abrumadores”
(cioè più che consistenti) che suggeriscono non riprendere
le aspersioni aeree con il glifosato nella frontiera tra Colombia ed Ecuador”;
unendo a ciò il proprio disappunto per non essere stato ricevuto
dalle autorità colombiane, che, al contrario di quelle ecuadoriane,
hanno risposto picche alla sua esplicita richiesta di visitare il paese
“perché, al momento, non avevano niente da mettergli a disposizione”…..Ovvero,
esprimendosi in gergo calcistico: 2 a 0 per l'Ecuador in quanto diplomazia.
Pertanto, in considerazione di tutto ciò non servirà a mantenere
calmi gli animi e ristabilire la parità nella complicata partita,
sapere che, proprio in concomitanza di un suo cruciale passaggio, uno
dei giocatori in campo colto in un contesto non sospetto sia andato a
sfoggiare una convinta arringa a difesa delle fumigazioni. L'arringa imbastita
dalla ministra colombiana nella telefonata col fratello, in cui è
andata ad evidenziare che “mentre l'Ecuador critica l'uso da noi
fatto dell'erbicida, ne utilizza per la coltivazione delle banane circa
800.000 galloni…e poi il glifosato da noi impiegato equivale ad
un 5% rispetto a quello da loro utilizzato”. Dati talmente efficaci
che il suo interlocutore dall'altro capo dell'apparecchio le suggerisce
di sciorinare davanti alle telecamere, come di lì a poco realmente
accadrà. Ma il fattaccio non si chiude qui, quanto piuttosto con
la dirompente constatazione di come “gli ecuadoriani non comprendono
che si tratta del nostro territorio, della nostra coca, e del nostro glifosato”
(quasi a dire: sono questioni di casa nostra e voi non c'entrate nulla!),
e che dietro tali polemiche si potrebbero nascondere “pressioni
della FARC”.
Cosicché
la politica colombiana si è ritrovata ad essere colpita due volte
dal duro colpo che lo spionaggio gli ha inferto. Tuttavia, forse per non
gettare benzina sul fuoco, María Fernanda Espinosa, reggente del
dicastero degli affari esteri ecuadoriano, nel prepararsi ad accogliere
il collega colombiano Fernando Araújo, recentemente succeduto alla
“chiacchierata” Maria Consuelo, si è guardata bene
dal commentare l'accaduto, seppur incalzata dalle domande dei giornalisti,
per limitarsi ad affermare che “tratteremo temi delicati, tra cui
anche quello delle fumigazioni…. con le migliori intenzioni di regolarizzare
le nostre relazioni reciproche - in quanto, ha poi precisato - viviamo
un periodo di riavvicinamento e dialogo e sono sicura che il governo colombiano
avrà la sensibilità e la responsabilità di accettare
i danni causati… anche perché il rapporto del relatore ONU
è stato estremamente chiaro”.
Commenti, quelli rilasciati dalla ministra degli Esteri ecuadoriana dinanzi
ai microfoni della emittente di Guayaquil, che, oltre ad essere politically
correct, si sono rivelati pure lungimiranti, visto che i termini del faccia
a faccia consumatosi lo scorso 28 maggio si sono allineati esattamente
sulle posizioni da lei ventilate, con un mandatario colombiano pronto
a piegarsi su più fronti, concedendo ben tre “Sì”.
Un primo “Sì” per la rinuncia ad “erradicare”
chimicamente i campi di coca che guadano verso l'Ecuador, rispolverando
il vecchio sistema manuale; un secondo “Sì” per acconsentire
il risarcimento ai cittadini ecuadoriani che dimostrassero di essere stati
lesi dalle fumigazioni; ed infine un terzo “Sì” per
collaborare con le forze ecuadoriane nella ricerca di fosse comuni nel
territorio che delimita i due Stati, dove lo scorso maggio ne è
stata rinvenuta una contenente resti di almeno 200 persone, in gran parte
ecuadoriani.
Tre “Sì” dall'inequivocabile accezione positiva che
pèrò lasciano ancora permanere coni d'ombra nel ricucito
quadro d'insieme. Come spiegarsi, ad esempio, il diniego opposto dal governo
Uribe nell'accogliere l'esperto delle Nazioni Unite chiamato a svolgere
l'inchiesta sulle supposte controindicazioni delle fumigazioni? Come giustificare
la scelta unilaterale ed improvvisa, presa in contrasto a quanto stabilito
con un apposito comunicato ufficiale sottoscritto nel dicembre 2005, di
riprendere a fumigare la zona compresa nella pattuita fascia di rispetto,
cuscinetto tra i due paesi per 10 Km di estensione?
Quesiti a cui la Colombia dovrà necessariamente dare un seguito,
mettendo da parte una volta per tutte ambiguità e contraddizioni,
se vorrà ristabilire una rapporto di normale reciprocità
con l'Ecuador. Laddove anche l'Ecuador, comunque, è rimasto a guardare
dalla finestra durante lunghi anni, e soltanto ultimamente si è
risolta ad agire in maniera decisa per chiudere questa parentesi rimasta
aperta troppo tempo.
(1)
Indennizzi pari a 3.000 milioni di dollari già ammessi in dibattimenti
da una corte americana adita dalla Asociación Latinoamericana de
Derechos Humanos (ALDHU), portavoce degli abitanti della provincia ecuadoriana
di Sucumbíos risoluti a trascinare sul banco degli imputati l'impresa
stelle e strisce Dyncorp, ritenuta tra le principali parti in causa nel
caso fumigaciones.
Tania Belli
Le
foto di questo servizio si riferiscono alla visita sulla frontiera del
presidente ecuadoriano Rafael Correa, con le ministre della Difesa e degli
Esteri nel dicembre 2006. Si ringrazia l'archivio http://www.enfotografias.com
Fonte: Selvas.org del 6 giugno 2007
http://www.selvas.org/newsEC0507.html
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