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INTERVISTA
AL PRESIDENTE DELLA COMUNITÀ DELLA INDIA (CATATUMBO) OTTOBRE 2007
Nella
comunità della India i laboratori della Scuola di Comunicazione
Popolare di Ipo Comunicación sono stati fortemente
sostenuti dal presidente della comunità.
Si chiama Eugenio Guerriero Rodriguez, da sempre umile contadino.
In una calda mattina d’ottobre ci fermiamo un po’ con lui,
facendoci raccontare qualcosa sulla sua comunità.
Eugenio: Mi
chiamo Eugenio Guerrero Rodriguez, sono nato e cresciuto in questa comunità,
contadino, lavoratore umile .. fino ad oggi mi sento orgoglioso di essere
di questa regione.
- Bene, cosa ci può
dire di questa comunità?
Eugenio: Questa
comunità è una comunità di contadini in cui ci sono
persone che da tanti anni hanno portato avanti questa regione nonostante
che qui ci sia stata una gran violenza, uno scontro tra paramilitari e
guerriglia e gli unici a subirne le conseguenze sono stati i civili. Ci
sono anche indigeni o motilones, motilon-bari, loro sono i veri padroni
di questa terra. Queste terre qui dove viviamo adesso appartengono a loro,
direttamente, però fortunatamente loro dividono, hanno permesso
che noi dividessimo questa terra con loro. Noi sappiamo che siamo una
comunità bianca e una comunità indigena, però tutti
pensiamo e crediamo di poter andare avanti e che nel corso degli anni
queste terre saranno molto più produttive, saranno territori di
pace, dove presto la violenza rimanga un ricordo del passato e speriamo
che i bambini che nascono non tornino ad ascoltare le storie delle grandi
mattanze che fecero qui i paramilitari, ammazzando contadini e rubandosi
quello che c’era e tutto ciò perché si pensava che
eravamo collaboratori della guerriglia, anche se noi siamo dei civili
e non abbiamo niente a che vedere con loro.
- Qua si sa che ci
sono molti interessi per le risorse naturali come il carbone e il petrolio,
che ci può dire di questo.

Eugenio: Qua in questa regione del Catatumbo sappiamo
che c’è la
ricchezza più grande del mondo in potenziale di carbone e c’è
anche petrolio, e molti altri derivati minerali che ancora noi non sappiamo,
come può essere l’oro. Per questo il governo colombiano vuole
impadronirsi di queste terre, però disgraziatamente quelli che
vogliono sfruttare questa ricchezza non sono i colombiani. Se fosse per
il beneficio della nostra patria, del nostro paese, noi saremo d’accordo,
però quelli che verranno a portarsi via tutto, sono persone di
altre parti del mondo, e noi resteremo nella miseria, nella rovina. Qui
c’è del carbone, secondo gli studi, sono 123 mila ettari
che spariranno nel Catatumbo, perché li sotto è pieno di
carbone. 123 mila ettari vuol dire che spariranno una gran quantità
di comunità. Queste terre si trasformeranno in un deserto, ma qui
c’è la nostra vita e la vita dei contadini non è il
carbone, la vita dei contadini è la terra. E’ lei che ci
da la vita, e per lei noi lottiamo e difenderemo queste terre. Perché
è qui che noi coltiviamo e produciamo per dar da mangiare ai nostri
figli e alla gente che vive nella città. Perché queste terre
sono terre fertili. Guardate, qui cresce tutto quello che volete seminare,
queste sono le terre migliori. Viviamo lontano da tutto e da parte dello
stato non riceviamo nessun aiuto per far produrre queste terre, però
il giorno in cui lo stato vorrà che ci mettiamo al servizio della
patria, del paese, siamo disposti a farlo. È vero che qui c’è
coca, ma noi non abbiamo mai voluto la sua esistenza e speriamo un giorno
sparisca, però finchè non c’è un aiuto che
ci garantisca l’educazione dei nostri figli, il diritto alla vita
in tutta la regione, noi non possiamo tirar via questa pianta perché
è grazie a lei che stiamo mangiando. Però il giorno che
il governo si mette una mano sul cuore e gli altri paesi del mondo si
rendono conto che noi seminiamo questa pianta perché è l’unico
sostentamento che hanno per far sopravvivere migliaia di contadini nel
Catatumbo, e dicano: <<guardate,
lavorate in questo modo, vi garantiamo l’educazione, la salute,
vie di comunicazione, vi garantiamo tutto ciò che necessitate,
e non lavorate più la coca>> noi ci compromettiamo che in
questa regione non si vedrà mai più una pianta di coca e
andremo a servire la patria e cominceremo a produrre grandi quantità
di prodotti agricoli non solamente per far mangiare noi, ma anche la gente
che vive nelle città, dato che chi vive nelle città non
coltiva, ma vive di commercio. Noi contadini siamo quelli che lavorano,
che seminiamo la yucca, il platano, il mais, il riso, tutto quello che
è produzione agricola. Inoltre questi prodotti possono arrivare
in altre parti del mondo dove non ci sono. Quindi noi non siamo terroristi,
siamo contadini, siamo gente umile, anche noi vogliamo e amiamo l’umanità.
- Una volta qui provò
ad entrare una compagnia di petrolio. Che cosa ha fatto la comunità?
Eugenio: Bene,
noi, le comunità bianche qui, non abbiamo potuto fare niente, chi
si tirò su i pantaloni e fece valere la dignità dei nativi
furono i signori indigeni. Loro fecero questa lotta e la vinsero e non
so.. ad oggi non ne so molto. So che loro stanno combattendo perché
sanno che la loro vita è nella terra. E se qui arrivano multinazionali,
imprese e si impadroniscono di tutto questo, qui non ci sarà più
spazio per contadino o indigeno: qui ci saranno soltanto battaglioni dell’esercito
e tanti lavoratori di Copetrol o delle imprese che vengono ad estrarre
il petrolio. Noi contadini, l’unica cosa che sappiamo fare è
coltivare la terra, non abbiamo diplomi, non siamo universitari, non sappiamo
maneggiare grandi macchinari. Non ci utilizzerebbero per niente, siamo
solo un ostacolo qui, quindi per questo non permettiamo che ci allontanino
da qui. Perciò questa lotta la stanno portando avanti i motilones
e noi stiamo prendendo coscienza e da qui in poi vorremmo lavorare insieme
a loro.
- Com’è qui la condizione dell’educazione
pubblica?
Eugenio:
Bene, fino ad oggi questa scuola che c’è, vedete come è
pitturata, tutto quello che c’è è grazie al sacrificio
della comunità. Questa piccola e vecchia scuola è stata
costruita dai nostri genitori, anticamente, e questa scuola poi, dopo
che finì la violenza, che i paramilitari teoricamente si smobilitarono,
deposero le armi, quando noi contadini siamo ritornati, l’abbiamo
pulita, l’abbiamo rimessa a nuovo così come oggi la vedete.
Lì stanno i nostri bambini, stanno studiando lì. Da parte
dello stato e del municipio non so. Qui c’è una professoressa,
una ragazza, una giovane, molto ben preparata, molto educata, sta insegnando
ai nostri bambini, ci sono approssimatamente trenta o quaranta bambini.
Vogliamo che ogni giorno l’educazione dei nostri bambini sia migliore.
Che questi bambini non abbiano solo diritto alle scuole elementari. Speriamo
che possano accedere alla secondaria, e non solamente a quella…
Perché come contadini abbiamo una dignità, abbiamo diritto
ad una educazione vera... speriamo che questi bambini un giorno vadano
a fare una scuola professionale, l’università.. Che possano
servire il paese, la nazione, il mondo.
- E la salute? La
salute pubblica? Qua c’è un ambulatorio?
Eugenio: La
natura ci da la forza di vivere, però la salute non c’è.
La salute c’è dalle erbe, dalle piante, o quando uno va alla
Gavarra o alle regioni, o nei paesi a comprare le sue pastiglie. Allora
si nella Gavarra c’è un ambulatorio ma è inservibile…
-Non ci sono ospedali?
Eugenio: No,
non ci sono. L’ospedale più vicino che c’è è
a Tibù, nel Nord di Santandèr…
Da qui a Tibù allora... tre ore da qui a La Gavarra, e dalla Gavarra
a Tibù mettiamo due ore e mezza… è lontano…
per caso uno arrivi là ad un ambulatorio di questi, con una tessera
di queste che dà il governo che teoricamente è quella che
garantisce il diritto alla salute della popolazione, e là ti mettono
per un giorno a fare la fila per ottenere il permesso di essere esaminato
dal medico, un altro giorno se ne và per altre cose... alla fine
sono otto, quindici giorni là a perdere tempo. La conclusione:
tre pastigliette, non ha niente, se ne torni un’altra volta nel
campo e la gente continua a morire. Quindi non c’è salute.
Spero che un giorno avremo anche noi il diritto alla salute nella nostra
zona, aneliamo, però ora le cose stanno così. E non lo dico
solo io, potete parlare con qualsiasi contadino, e non solo con i contadini,
andate in città, nel municipio, nella provincia, e parlate con
le persone per vedere cos’è la salute in Colombia. La salute
in Colombia non esiste. La salute in Colombia è privatizzata. Se
ho soldi, ho salute, se non ho soldi muoio. Perché quello che mi
danno sono solo pastiglie da 500 pesos.
-Cosa ci può
dire della comunicazione? Che tipo di comunicazione c’è qui
e se la comunità intende costruire qualcosa per la comunicazione
e com’è questo progetto di comunicazione popolare che si
sta sviluppando ora.
Eugenio: Comincio
rispondendole alla domanda: fino ad oggi non abbiamo nessun tipo di comunicazione
e vorremmo che un giorno anche questa regione abbia i suoi mezzi di comunicazione.
Come tutti gli esseri umani abbiamo il diritto alla comunicazione, a essere
informati su cosa succede nella regione, nel paese, nel mondo, però
prima di tutto nella zone in cui viviamo. Desideriamo che, con lo sforzo
di tutte le comunità, di voi internazionali, di tutta la popolazione,
un giorno riusciremo ad avere in questa zona una buona informazione, con
buoni mezzi di comunicazione, dove tutti abbiamo un’istruzione,
dove tutti impariamo a vivere come dobbiamo vivere. Che le informazioni
non solamente arrivino a noi, se non che vadano e vengano, affinchè
tutti noi possiamo avere possiamo avere la possibilità di sapere
cosa sta succedendo da un’altra parte del mondo e far sapere cosa
sta succedendo qui. Che non solamente si sappiano fuori delle cose non
vere su quello che sta succedendo qui, o che ci dicano delle notizie false
su quello che sta succedendo fuori. Che si sappia la verità, non
le bugie. Vogliamo una comunicazione vera, perché è veramente
frustrante ascoltare delle notizie e non sapere se sono vere o false.
Che tutto sia concreto… e io so che se noi avessimo i nostri mezzi
di comunicazione, riusciremo a portare avanti molte cose, costruire qualcosa
che si va qui perdendo, nella nostra regione: la cultura, la cultura dei
contadini sta scomparendo. Noi, le nostre culture, dobbiamo fare molto,
e la comunicazione è un mezzo fondamentale per cominciare a ricostruire
quello che si sta perdendo. Perché come contadini non possiamo
dimenticare che siamo contadini e la nostra cultura sarà sempre
la cultura dei contadini.
-Che relazione avete
con l’esercito qui nella regione?
Eugenio: Qui
nella mia comunità, fino ad oggi, sulla forza pubblica, sull’esercito
nazionale, non ho niente da dire, perché fino ad ora, voi vedete,
la forza pubblica qui non viene… quando arrivano, passano per il
loro cammino, non ce ne accorgiamo. Però ci sono altre regioni
nella parte alta del Catatumbo, dove le comunità manifestano violazioni
al Diritto Internazionale Umanitario, ai Diritti Umani. Fino ad oggi nella
mia comunità non è successo. Il giorno che succederà,
lo denunceremo. Perché se l’esercito deve difendere la popolazione
civile, vogliamo che sia così, e non che ci aggredisca, ma che
ci difenda. E se loro vengono nel rispetto della legge, nel rispetto della
costituzione, mandati dalle autorità, non possiamo dire niente.
Però se vengono a violare i nostri diritti, ammazzando la popolazione
civile, attaccando i diritti umani, dovremo denunciarli.
di: Max Valenti e PRX_BS |
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