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UN FUTURO PER POTOSÌ


Potosì, estrema periferia di Bogotà. Circa 15mila abitanti. Quasi il 90% sono desplazados, arrivati qui in cerca di un futuro che gli è stato strappato con la violenza.

Potosì fa parte della localita’ di Ciudad Bolivar, chiamata cosi’ perche`qui stazionò per qualche tempo Simon Bolivar. Ma siamo molto lontani dai tempi in cui si respirava aria di riforma e democrazia.
Le periferie di Bogota raccolgono storie drammatiche di violenze e continui spostamenti. Un tessuto continuo di casette di mattoni nel sali e scendi delle collinette a sud della città. Case costruite, spesso autocostruite, dalle migliaia di desplazados (rifugiati) che dagli anni ’80 sono stati costretti ad abbandonare i villaggi e le terre in cui vivevano per la violenza degli operativi militari e paramilitari che controllavano queste regioni a beneficio dei ricchi latifondisti o delle grandi imprese nazionali e straniere. Oggi si contano sul territorio nazionale circa 3 milioni di desplazados. Una cifra enorme che fa della Colombia uno dei paesi con il più alto numero di rifugiati interni nel mondo.
Affollano le periferie povere delle grandi città, vivono di niente in mezzo al nulla, tra la disperazione di strade non asfaltate, senza servizi, in cerca di un lavoro che nessuno vuole dargli, dimenticati da quelle istituzioni responsabili delle condizioni in cui sono costretti a vivere. Trovano impiego nella piccola e grande criminalità, nella marginalità delle droghe e dell’alcool, con un arma in mano a restituire al mondo il grido di dolore che gli marcisce dentro.
E’ in queste periferie che le strutture paramilitari colombiane costruiscono eserciti di dimenticati per il fronte della guerra sociale interna. Una guerra contro la paura del cambiamento, contro i movimenti e le organizzazioni sociali che costruiscono un futuro diverso per questa Colombia. Una guerra contro le comunità indigene e contadine che rallentano l’ingordigia delle grandi imprese che sfruttano le ricchezze del territorio colombiano.
Sulle case di Potosì sono numerose le scritte delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia – gruppo paramilitare). Sono minacce. Minacce contro un processo politico, sociale e culturale che sta costruendo un futuro di dignità per la gente di questo quartiere.
Nel 1983 Evaristo Bernate Castellano fonda a Potosì la Scuola Comunitaria con l’intento di costruire, attraverso questo spazio aperto all’interno della comunità, un percorso di riqualificazione sociale e culturale della comunità stessa, che gli permettesse di riconquistare la dignità perduta e avviasse un concreto processo di rivendicazione politica per migliorare le condizioni di vita delle periferie abbandonate. Evaristo fu assassinato per aver creduto in tutto ciò, ma la comunità non ha chinato la testa e ha portato avanti il percorso, resistendo alla violenza paramilitare, alle minacce, al degrado imposto dalle istituzioni locali.
Oggi la scuola è in festa. Vengono presentati, tra danze, poesie e banchetti di dolci, i dodici progetti che essa stessa promuove all’interno della comunità. E’ un edificio azzurro, al centro del quartiere, che guarda dall’alto l’immensa capitale.
Mauricio Sanabria, il direttore della scuola, ci racconta entusiasta la storia, i progetti, i problemi che quotidianamente affrontano per poter costruire un futuro diverso per questa comunità. Ci racconta che la scuola non ha come obiettivo solo quello di garantire un’istruzione di qualità per i bambini e i ragazzi del quartiere, ma quello di essere uno spazio sociale aperto dove poter promuovere e sperimentare varie progettualità in campo sociale, politico e culturale, al fine di costruire una comunità forte, con piena consapevolezza di se, capace di affrontare le problematiche della periferia bogotana.
Juan Josè Aguirre, con alle spalle già quattro deslazamenti ci accompagna a visitare il progetto degli orti comunitari. Tra i ritagli di terreno nelle strade e nelle terrazze delle casette, da un paio d’anni nascono piante e ortaggi. “Certo”, ci dice Juan Josè, “non è possibile garantire la non transgenicità delle sementi utilizzate”, ma sicuramente i prodotti raccolti sono “puliti” in quanto tutto viene coltivato senza l’uso di pesticidi o agenti chimici, seguendo le pratiche dell’agricoltura biologica. Il progetto degli orti beneficia l’alimentazione quotidiana di circa 150 persone fornendogli vari tipi di frutti e ortaggi. Grande importanza viene data alla coltivazione della quinoa, una pianta da sempre usata dagli indigeni, che ha un altissimo valore nutritivo. Con la quinoa era fatta l’insalata che ci hanno offerto a pranzo e dai suoi semi (con cui si cucinano piatti simili al cuscus) si ricava una ricca farina con cui vengono fatti i biscotti per i bambini della scuola. Al progetto agricolo quindi si lega un progetto di benessere alimentare e questi sono soltanto due dei tanti progetti che qui si stanno sviluppando.
Qui la comunità non ha aspettato che le istituzioni si accorgessero di lei, portando democrazia e sviluppo sociale. La comunità di Potosì ha pensato che la dignità è un processo quotidiano di autodeterminazione, che si sperimenta collettivamente e si difende con la volontà di non mollare. Il futuro a Potosì non si attende perché la comunità a deciso di corrergli incontro.

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