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Hay muchos problemas… >>
Racconto di una wayuu e di una Terra che sta morendo: Mar
dei Caraibi, l’altra faccia della medaglia.
E’ una
notte di luna piena qua nel Caribe.
Siamo in bassa stagione e a Cabo de la Vela, nella Guajira, dove il deserto
si tuffa nel mare. Non ci sono molti turisti.
La cena e' a lume di candela e ce la porta una signora che ci ha abbordato
oggi pomeriggio. << A la orden, senor.. >> e ci propina
il solito piatto unico vegetariano che un colombiano sia in grado di concepire:
riso, cipolla cruda e pomodori, uovo unto da improbabile olio di palma
(funge meglio da carburante!) e patacones.
Anche se la sbobba e' identica a sempre, questa volta la cena ha un finale
a sorpresa: la signora che ci ha servito aspetta che i nostri piatti siano
vuoti, poi, silenziosamente, si siede con noi.
Isaida è una wayuu, un’indigena americana, come
tutti gli abitanti di questo villaggio.
Subito ci chiede cosa facciamo e dove andiamo.
Appena capisce che non siamo semplici turisti, ma che siamo lì
con una ONG internazionale, lavorando per il rispetto dei diritti umani,
comincia a raccontare cosa succede alla sua terra.
<<
Qui siamo pieni di problemi. >> inizia << L’ultimo è
quel parco eolico: produce energia elettrica e l’hanno costruito
proprio dentro la riserva. Non ci hanno chiesto nulla. >>.
Ma a Cabo de la Vela l’energia elettrica non è mai arrivata.
Il governo ha costruito i pali e fatto passare i cavi, attraverso il deserto
fino a lì, ma non ha mai fatto passare un volt. Anzi, ormai se
ne sta venendo giù tutto: ogni tanto si sente un botto ed è
un pezzo di palo di cemento che cade nel cortile di casa, o sfonda il
tetto fatto di lamiera ed eternit. I lampioni dell’illuminazione
pubblica hanno fatto la stessa fine. Una volta e'successo che questi pali
si sono illuminati. Quando è venuto in visita Uribe, il presidente
colombiano << C’era pure internet. >> ride sarcastica
Isaida.
Mentre conversiamo si sentono un paio di botti. Non sono ne' i pali che
cadono, ne' tuoni di qualche tempesta caraibica. Sono colpi di mortaio
che spara l’esercito. Si, perché l’ultimo regalo governativo
è quella base militare che incontri in piena riserva wayuu,
svoltando per Cabo de la Vela.
Il viso di Isaida si fa più cupo. << Hay muchos problemas
>> ripete << Hay muchos problemas >>.
Per arrivare a Cabo abbiamo preso un fuoristrada da Uribia, alle porte
della riserva, gia' in pieno deserto. Ammassati come polli, tutti a reggersi
stretti stretti nel cassone posteriore o sul tetto, tenendo lo scatolone
con i viveri o il bimbo che ti dorme addosso.
Come ci allontaniamo da Uribia l’asfalto della statale colombiana
lascia il posto allo sterrato.
E sai che sei entrato nella riserva.
Ci
sono dei binari che vedi lungo quella strada di sassi.
E’ la ferrovia della miniera di carbone del Cerrejon.
<< Attraversa tutta la riserva wayuu >> ci racconta
Isaida << e giù giù fino al mare.. Li' noi ci seppellivamo
i nostri morti. E’ un cimitero wayuu: c’è
sempre una grande cerimonia quando muore un wayuu, si prega la
Madre Terra, gli avi, e si mangia tutti insieme. Ma >> continua
Isaida << ora c’è una recinzione e ci hanno costruito
pure un porto per imbarcare il carbone che arriva dalla miniera. Ci hanno
detto di andare da un’altra parte a fare funerali e che da lì
si dovrà trasferire tutto quanto. E’ il progresso, dicono..>>.
Isaida e la sua gente non riescono neanche più a celebrarlo il
funerale. Perché i fumi neri della polvere del carbone spostato,
trasportato, ammassato, non permette neanche di mangiare tutti insieme,
come vuole la millenaria tradizione wayuu.
Quegli
stessi fumi, poi, inquinano tutto: l’aria, l’acqua, le piante,
gli animali e le persone.
La riserva wayuu ospita tristemente la miniera di carbone a cielo
aperto del Cerrejon, una delle più grandi del mondo. Il materiale
estratto viene poi trasportato fino al Porto Bolivar dove viene poi imbarcato.
Tutto questo provoca gravi danni ambientali. Ma e' li', nel Carrejon,
a monte, dove ne provoca di più. << La mia gente muore. >>
racconta la nostra amica wayuu << I bambini hanno orecchie
e naso pieni di polvere nera. A quindici-venti anni iniziano ad ammalarsi
e non arrivano a compierne trenta: chi vive attorno a quella miniera è
destinato a morire. La mia gente sta morendo. >> ripete.
La candela che illumina il tavolo sta per finire.
Isaida si alza ed entra in casa per prenderne una nuova, la accende, si
siede e ripete << Hay muchos problemas. >>.
Io per un attimo provo vergogna.
Perché so che quel carbone che sta ammazzando la sua gente serve
alla mia gente, a noi, agli occidentali, quelli che di anni ne arrivano
a compiere anche novanta.
Perché siamo comodi, al caldo, puliti, rubando risorse a posti
come il Cerrejon.
E me ne vergogno.
Ma la Colombia e' una democrazia, ci sarà pure qualcuno al governo
che li aiuta, che difende i diritti dei wayuu. << Abbiamo
votato per anni. Ora io mi sono stufata. >> racconta Isaida <<
Ogni sindaco o governante si e' venduto la nostra terra, la nostra vita.
Abbiamo allora provato ad eleggere un rappresentante wayuu. E’
stato anche peggio. Tempo fa sono arrivati degli amministratori del governo.
>> riprende Isaida << Avevano una carta in mano che diceva
che ce ne dovevamo andare entro quattro giorni. Siamo riusciti a restare,
ma non so per quanto tempo ancora. Dicono che la spiaggia e' terreno pubblico
e che noi, con le nostre baracche, siamo abusivi. >>
Il
sindaco della zona è ora un wayuu. E dice che deve far
rispettare la costituzione democratica.
Ma la legge indigena e' più antica di quella colombiana.
Su tutto quel tratto di costa c’è un mega-progetto di un
complesso turistico, Isaida l’ha visto.
Si, perché in alta stagione Cabo de la Vela è piena di stranieri
che hanno molti soldi da spendere.
<< Dicono che non siamo cortesi con i turisti. >> dice Isaida
<< Ma a noi non interessa: se i turisti non vogliono venire da noi
non ci interessa, facciamo anche a meno! >>.
Cabo de la Vela esiste da sempre, da prima che sbarcassero i conquistadores.
<< Siamo qui da trentamila anni >> sostiene Isaida <<
e loro ci vogliono togliere tutto. Il governo non ci passa l’acqua
potabile o il telefono ma vuole le nostre case. >>.
Altro
problema e quello del cibo: la pesca a strascico introdotta dal solito
“progresso” ha rovinato la fauna marina ed ora questi villaggi
sul Mar dei Caraibi, dove una volta tiravi su anche le perle, non riescono
più neanche a vivere di pesca.
<< Vogliono a tutti i costi che ce ne andiamo. Ma noi non possiamo.
Questa e' la nostra terra, quella che era la terra dei nostri avi. >>
prosegue Isaida << Cabo de la Vela e' il posto dove le anime dei
wayuu arrivano: ovunque tu viva, in Colombia, in Venezuela, negli
Stati Uniti, in Germania, se sei un wayuu è qui che viene
la tua anima quando muori. Questo e' un posto sacro. >>.
Finisco l’ultimo sorso di cirrinci, la tipica grappa indigena,
fatta con canna da zucchero.
Ci scambiamo i numeri. Le promettiamo che torneremo presto per aiurtarli
a denunciare la loro situazione.
Perché provo vergogna, ne provo davvero tanta, ma non voglio nascondermi.
Voglio reagire, fare qualcosa per loro, aiutarli ad alzare la testa e
fermare quell’orrore.
Lo voglio fare perche' questa ge nte,
i wayuu, gli indigeni d’America, hanno una vita, una cultura,
dei valori. E la mia gente, gli occidentali, devono conoscere la storia
di Isaida e della sua gente, lo spirito di comunità, di umanita',
di rispetto per la Madre Terra.
Perche' se questo popolo muore, con loro moriranno tutti questi valori.
E chi ce li potrà
più insegnare?
autore: prx
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