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Colombia: Il testimone dell’olocausto

Questa è l’immagine che la televisione spagnola riprese quando Carlos Augusto Rodrìguez uscì vivo dal Palazzo di Giustizia.

“Qui si tratta semplicemente di riaffermare che il personale della caffetteria uscì vivo. Che fu portato via e torturato. Che furono assassinati e che i loro cadaveri furono occultati.” Così, Ricardo Gàmez, un ex informatore dell’Esercito, ha rilasciato in un video la sua testimonianza di come avvennero i fatti del Palazzo di Giustizia nel novembre del 1985. Il video fu registrato il 9 dicembre del 2006 dai famigliari degli scomparsi e ottenuto in esclusiva da Semana.
Per coloro che hanno indagato a fondo sull’olocausto del Palazzo di Giustizia, Ricardo Gàmez è sempre stato un’incognita, da quando rilasciò una dichiarazione alla Procura Generale della Nazione il primo di agosto del 1989. In quella occasione, Gàmez, uno sconosciuto, affermò di essere stato testimone delle torture e delle sparizioni di alcuni civili da parte della Forza Pubblica. Gàmez, un ex poliziotto che dice di essere un informatore delle Forze Militari, se ne andò, esiliato, dal paese con l’aiuto di ONG internazionali. Anche se la sua versione fu respinta al momento dalla Procura Generale incaricata dalle Forze Militari, perché le sue affermazioni non furono ritenute veritiere, e dalla Magistratura per vari anni, da alcuni è sempre stato considerato l’anello mancante, l’uomo che avrebbe potuto far chiarezza su due dei grandi misteri del Palazzo: quante persone uscirono vive e dopo furono fatte sparire? E dove sono sotterrati i corpi?
Però dopo che raccontò la sua versione dei fatti, già 17 anni fa, Gàmez sparì dalla scena. Non lasciò tracce. Ad ogni anniversario, o nei libri scritti sulla tragedia, vengono ricordate le sue dichiarazioni. Ma niente più. Era un testimone senza volto né voce. Fino ad ora.
Nell’ottobre del 2006, sorprendentemente, Gàmez ha contattato uno dei famigliari degli scomparsi e ha manifestato il suo interesse a collaborare con l’inchiesta penale aperta dalla Magistratura di Mario Iguaràn. Poi si è messo in contatto con la magistratura del caso, che si è mostrata molto interessata a raccogliere le sue dichiarazioni. Inizialmente, Gàmez ha proposto di rilasciare la sua dichiarazione nell’ufficio di un deputato del Parlamento Europeo a Bruxelles, ma la magistratura ha spiegato che perché avesse validità giuridica, doveva essere realizzata in un consolato colombiano. Si fecero tutti i preparativi, inclusa l’organizzazione di una sicurezza speciale. Prima che arrivasse la magistratura, all’inizio di dicembre, Gàmez ha chiesto che assistessero dei garanti internazionali, e la magistratura spiegò che legalmente non era possibile.
Alcuni giorni dopo, il 9 dicembre, Gàmez, in un incontro con i famigliari delle vittime, ha richiesto che venisse ripresa la sua dichiarazione. In un video di 32 minuti, Gàmez ratifica le sue denunce e aggiunge dettagli inediti. Sostiene di avere prove documentate. Semana scoprì che esiste un video che mostrerebbe alcuni degli scomparsi mentre sono nella Casa del Florero.
Ricardo Gàmez comincia la sua relazione raccontato di come alcuni giorni prima della presa del Palazzo di Giustizia, tutto il personale di Intelligence fu messo in allarme con l’avvertimento che stava per accadere qualcosa e che sarebbe stato organizzato un comando operativo nella Casa del Florero. Come si sa, un mese prima, due guerriglieri furono catturati mentre giravano intorno al Palazzo e avevano con sé piantine del palazzo stesso. Le autorità militari avevano trovato anche, in una perquisizione in una residenza a sud di Bogotà, un registratore con il proclama scritto dal gruppo guerrigliero M-19 e che sarebbe stato letto nel momento della presa. Di fronte al piano scoperto dai servizi segreti militari, la sicurezza del Palazzo fu rinforzata per proteggere i più alti dignitari della giustizia del paese. Per 21 giorni si mantenne la protezione speciale, ma il 6 novembre fu smobilitata.
Racconta il testimone che circa alle 5:30 della mattina del primo giorno della presa, egli ed alcuni agenti speciali furono ubicati nella strada settima vicino al Parco Santander, ad aspettare quello che doveva succedere. Successivamente, continua, quando si susseguirono i fatti, l’ordine fu di fare un controllo generale dettagliato, che consistette nel controllare targhe, auto e persone che potessero avere nessi con coloro che erano all’interno. Questa operazione era coordinata dalla Casa del Florero, ubicata in una degli angoli di Piazza Bolìvar, a circa trecento metri dal Palazzo Presidenziale.
“Il controllo operativo è sempre stato a capo del colonnello Alfonso Plazas Vega (comandante della Scuola di Cavalleria). In ogni momento egli fu autonomo nelle sue decisioni”, dice nel video il testimone. “Ho ricevuto ordini diretti da Plazas di torturare e passare informazioni. Se la persona non rispondeva, non c’era nessun problema, tanto il suo destino era già segnato”. Racconta che gli interrogatori si fecero a volto scoperto perché si sapeva che alla fine si doveva “liquidarli”. “Il primo morto fu un errore di trattamento con la medicina che stavano usando”.
Gamèz, che descrive sé stesso come “persona agli ordini dei servizi segreti”, parla con enfasi degli scomparsi della caffetteria del Palazzo, che, secondo la sua versione, furono divisi tra il Battaglione di Spionaggio e di Controspionaggio Charry Solano e la Scuola di Artiglieria e Cavalleria. Durante il passare degli anni si è stabilito che sparirono 11 civili, tra cui otto dipendenti della caffetteria. Esistono due riprese televisive nelle quali si vedono le immagini di Carlos Augusto Rodrìguez e di Cristina del Pilar Guarìn (ndt su Socialpress è stato pubblicato un articolo del fratello), la cassiera, mentre escono vivi dal Palazzo.
L’ordine del colonnello Plazas fu di prenderlo (riferendosi a Rodrìguez), lavorarlo e avere informazioni su quello che il responsabile della caffetteria stava dicendo”, è la versione del testimone nel video. Si è indagato molto poco sulla sorte degli scomparsi della caffetteria del Palazzo di Giustizia. Solo dopo il ventesimo anniversario della tragedia, la Magistratura ha aperto un’inchiesta per sparizione forzata.
Gàmez descrive, inoltre, in modo terrificante, il momento in cui una donna incinta che fu evacuata dal Palazzo, partorì dentro un camion militare. Lei sparì e il suo bambino fu preso da un sottufficiale. “Il bambino è vivo. Abita a Bogotà. Lavora e ho i documenti che lo provano”. Anche se nel video il testimone non fa il suo nome, si crede che si tratti di Ana Rosa Castiblanco, che lavorava come aiuto nella cucina del Palazzo. Era incinta di sette mesi e lasciò un bambino di quattro anni, che oggi ne ha 26. Egli è rimasto attonito quando ha preso visione del video dopo alcuni giorni.
Un altro dei grandi misteri del Palazzo è l’incendio della notte del 6 novembre. Non si è mai scoperto come iniziò. Secondo Gàmez, “quando ebbe inizio il recupero del Palazzo, si fece a tappeto. C’era un gruppo che si incaricò della stoppa, di recuperare le stoppe che erano state lasciate e che erano state utilizzate per appiccare il fuoco”. Gàmez conclude il suo racconto dicendo che il personale militare che partecipò, secondo lui, alle torture, all’uccisione e alle sparizioni, si alternò. Gli unici che rimasero ai loro posti furono i sottufficiali e gli ufficiali di intelligence. “Un mese e mezzo dopo dei fatti fummo pagati in contanti, con soldi. Ci furono date molte prebenda. Tanto a noi, come a quelli che erano, per nomina, effettivi, attivi”. In un comunicato a Semana, il colonnello, oggi ritiratosi, Alfonso Plazas Vega, ha detto che le segnalazioni di questo testimone contro di lui sono apparse nel processo che si sta svolgendo attualmente e che, arrivato il momento, la sua difesa chiederà di contro interrogare Gàmez per smontare tutte le sue accuse. Già nell’ottobre del 1989 il procuratore incaricato dalle Forze Militari, Josè Plinio Moreno, non aveva ritenuto necessario indire un’inchiesta formale.
La nuova testimonianza di Gàmez lascia aperti importanti interrogativi. Gàmez parla di situazioni che accadono in momenti e luoghi distinti. La domanda che sorge spontanea è come abbia potuto questa persona avere accesso a tante situazioni riservate. Non è chiaro nella narrazione di quali fatti è stato testimone diretto e di quali è venuto a conoscenza da altre persone o altre dichiarazioni. Questa è una delle domande che sono circolate nell’ambiente da quanto ha rilasciato la sua prima dichiarazione e che hanno messo in dubbio la sua credibilità. E quindi l’interesse della magistratura ad interrogarlo.
Ci sono dubbi sul profilo del testimone. Secondo una sua dichiarazione scritta del 1989, si tratta di un ex poliziotto che successivamente lavorò come informatore delle Forze Militari. Può qualcuno che si definisce come semplice informatore avere accesso ad informazioni così riservate, ampie e dettagliate? Una possibile spiegazione ottenuta da Semana è che al tempo dei fatti, Gàmez si muoveva in assoluta libertà perché era parte di un piccolo gruppo di forze speciali incaricato del lavoro “sporco” dei servizi segreti e per il quale era pagato con una “cassa in nero” delle istituzioni. Rimane una domanda fondamentale: che cosa lo ha spinto a tornare alle istituzioni pubbliche? Nella sua dichiarazione del 1989 disse che “negli organismi dei servizi segreti si commettono veri crimini che mi hanno causato dei conflitti di coscienza ogni volta meno sopportabili”. Però sono passati 17 anni e, secondo quello che ha potuto conoscere Semana, è riuscito a rifarsi una vita all’estero. Perché, dunque, decidere di rompere la sua apparente tranquillità e offrirsi di portare la sua testimonianza e aggiungere documenti che, secondo lui, ratificano le sue affermazioni? Un fattore pare essere stato l’avvio dell’indagine della Magistratura e in particolare l’avviso di garanzia al colonnello in ritiro Edilberto Sànchez Rubiano, ex capo del B-2 di intelligence militare, nell’agosto del 2006.
È chiaro che si tratta di un testimone che ha poco margine di manovra, e che il suo racconto avanza a stretto filo con l’auto incriminazione per un delitto che non va in prescrizione, come la sparizione forzata. E proprio Gàmez afferma che durante il susseguirsi dei fatti era agli ordini di coloro che identifica come i carnefici degli impiegati della caffetteria. Non è una coincidenza che nel novembre scorso, durante gli accertamenti della Magistratura, disse espressamente nell’ufficio di riconoscimento di identità davanti al console di Siviglia che “non partecipai né a torture, né a sparizioni in riferimento al fatto del quale vado a raccontare”.
Ma nonostante il dilemma che si presenta, nel video Gàmez torna ad offrire al sua testimonianza e le prove dell’ingiustizia se se ne danno le “condizioni”. Secondo quello di cui è venuto a conoscenza Semana, egli teme di essere preso durante il trasferimento. Senza dubbio, Ricardo Gàmez sa cose molto delicate. Di questo nessuno dubita oggi. Potrebbe dare elementi ad un processo giudiziale che alla fine è partito. Si sta indagando sulla responsabilità della Forza Pubblica nelle sparizioni e già ci sono diversi militari inquisiti. Tra loro, il colonnello in ritiro Alfonso Plazas è stato indigato in varie sezioni. La Magistratura sembra impegnata nel far luce sulle sparizioni forzate del Palazzo di Giustizia e chiudere un capitolo oscuro della storia colombiana. Gàmez potrebbe portare la luce necessaria per arrivare, finalmente, alla verità. Così sia 21 anni dopo.


Fonte: www.semana.com
Traduzione: Anna Camposampiero


Fonte: SocialPress del 16 aprile 2007
http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=1610

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