Berlusconi e il bluff delle sanzioni in Iran: affari a gonfie vele

di U. De Giovannangeli

Evoca sanzioni più dure contro l’Hitler di Teheran. Promette un impegno nell’attuarle da vero Amico d’Israele. Manda avanti un imbarazzato Scaroni per dire che l’Eni non stipulerà nuovi contratti ma si «limiterà» solo a rispettare quelli in corso. Storia di un «grande bluff». Mattatore il Cavaliere-Zelig. «Spalla» sul palcoscenico internazionale: il ministro degli Esteri Frattini. Perfettamente calato nella parte, il Cavaliere-Zelig tuona contro il regime militar-teocratico al potere in Iran, ma dietro le quinte gli affari proseguono. Copiosi. Dice: l’Italia farà la sua parte nell’applicare eventuali nuove sanzioni contro Teheran. Vedremo. Nel frattempo diamo un occhiata a quel che scrive un quotidiano non certo imputabile di ostilità pregiudiziale verso il governo: il Sole24ore . I dati riguardano il 2009 e indicano che l’Italia resta il primo partner commerciale dell’Iran. Dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad.

Con un miliardo e 776 milioni di euro di scambi – cifra elaborata dalla Camera di commercio italo-iraniana su dati Eurostat – l’Italia si conferma anche nel primo semestre del 2009 primo partner commerciale europeo dell’Iran. Primato conquistato già dal 2008 – anno in cui, con oltre 6 miliardi di euro di interscambio, si registrò il sorpasso della Germania, che rimane però il principale esportatore di beni e servizi verso l’Iran, tra i Paesi Ue. Nel primo semestre del 2009 – rileva il Sole24ore – le esportazioni italiane verso il Paese islamico hanno raggiunto i 894 milioni di euro, confermando il trend di crescita iniziato nel 2006 e proseguito fino allo scorso anno, quando i dati sull’export raggiunsero i 2 miliardi e 170 milioni. Le esportazioni si concentrano principalmente nel settore meccanico, nell’impiantistica e nelle costruzioni. Mentre, il nostro Paese importa dall’Iran soprattutto energia e prodotti del comparto agroalimentare. Il saldo commerciale dei primi sei mesi del 2009 è in attivo, l’export che sopravanza le importazioni di 12 milioni di euro. Non solo Eni. Sono infatti quasi un migliaio le aziende italiane in Iran. Solo qualche decina, però, hanno deciso di aprire in Iran anche un proprio sito produttivo. A guidare la rappresentanza, con importanti basi operative, sono grandi gruppi del settore energetico, siderurgico e dell’impiantistica come Eni, Ansaldo, Tecnimont, Danieli e Duferco. C’è chi, tra i top manager italiani, prova a giustificare questo imponente giro di affari sostenendo che «il commercio aiuta i diritti» ma c’è chi afferma che l’Italia resta fedele al vecchio adagio «Pecunia non olet». Per non essere accusati di essere i soliti «comunisti», prendiamo a prestito quanto rileva un giornale non certo ascrivibile tra i nemici di Berlusconi. Scrive su Il Foglio Giulio Meotti: «È con i camion della Iveco che il regime iraniano trasporta i famosi missili Shahab 3 che possono colpire Israele. Una nostra azienda simbolo, Ansaldo, ha fornito all’Iran 4 centrali elettriche. La Fata, altro grande nome italiano, gli fornisce impianti per l’alluminio. Nel 2007, per un giro di affari di 5,7 miliardi di euro, l’Italia è stata primo partner commerciale dell’Iran. Questo per fare soltanto alcuni esempi…». Molti contratti, sostengono alcuni top manager supportati dai più stretti collaboratori del ministro degli Esteri Frattini, sono stati siglati quando a Teheran comandava il «riformista» Rafsanjani, peraltro mai tenero col Nemico sionista. Ma la realtà è più complessa e indigesta per il Cavaliere-Zelig. Alcuni esempi: a partire dall’avvento al potere di Ahmadinejad, un grande accordo ha riguardato un impianto per la produzione di alluminio realizzato dalla Fata, del gruppo Finmeccanica, del valore di oltre 300 milioni di euro. Nel giugno scorso la Maire Tecnimont ha siglato un accordo di investimenti pari a 200 milioni di euro. Insieme a Russia e Cina, l’Italia ha contribuito al programma aerospaziale iraniano, anche se nega di essere impegnata per il futuro lancio di un nuovo satellite artificiale di Teheran, il Mesbah-2. La compagnia italiana Carlo Gavazzi Space ha aiutato l’Iran con il suo sistema di comunicazione satellitare Mesbah, che gli israeliani ritengono venga usato per scopi militari e di intelligence. Eppure il progetto Mesbah ha avuto il sostegno politico di Roma. Gli uomini del Cavaliere puntualizzano che nell’ultimo anno le imprese italiane hanno diminuito i loro affari in Iran e che non godono più della copertura della Sace. Sia pure, resta comunque il dato – questo sì incontrovertibile – che l’interscambio con Teheran è aumentato del 12%.

Sarà pure vero che le imprese italiane investono meno in Iran ma è certamente vero che gli iraniani continuano a fornirsi in Italia anche nel settore militare. Un esempio? I temuti barchini dei Guardiani della Rivoluzione (quelli che Netanyahu chiede a Berlusconi di inserire nella black list con apposita legge) sono prodotti dalla FB Design di Lecco: per essere ancora più precisi, i Pasdaran hanno acquisito dalla FB Design la costruzione e il modello della nave chiamata «Levriero», in dotazione alla Guardia di Finanza. Anche a livello creditizio i rapporti bilaterali sono significativi. Mediobanca e l’allora Banca Intesa, poi confluita con San Paolo nel grande polo bancario di Bazoli, nel 2006 vantavano crediti rispettivamente per 2 e 1,5 miliardi di dollari nei confronti di cordate composte dalle principale banche iraniane, tutte pubbliche. Quattro di queste, legate da rapporto debitorio con Mediobanca, sono addirittura banche governative, emanazione diretta dei Ministeri.

Mediobanca, Eni, Telecom, Capitalia, Montedison, Falck. Il gotha del capitalismo italiano non ha smesso di fare affari, del tutto leciti, con l’Iran retto dal duo Ahmadinejad-Khamenei. Ora si cambia, promette il Cavaliere-Zelig. Sarà vero? In Israele c’è chi ne dubita. Alla vigilia della visita di Berlusconi, il quotidiano Debka File (vicino agli ambienti del Mossad) ha pubblicato un report esclusivo dal titolo «Il commercio tra Italia e Iran prospera, e sostiene il programma nucleare di Teheran». Il Mossad ha svelato, poi, alcuni importanti collegamenti fra oltre 1000 aziende italiane, incoraggiate da Roma a investire in Iran, e la Repubblica Islamica. «Fra queste – continua il rapporto – è incluso il gigante energetico Eni, la Fiat Ansaldo, la Danieli-Dufuerco e la Maire Technimont che solo nell’ultimo mese ha firmato un contratto da 220 milioni per l’acquisto di gas dall’Iran». Tra gli altri l’Iveco, gruppo Fiat, starebbe «rifornendo l’esercito iraniano e la Guardia rivoluzionaria di camion pesanti».

Fonte: L’Unità, 06 febbraio 2010

Posted: febbraio 8th, 2010
at 10:31 by ironriot

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Categories: Geopolitica

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