Caso Aldovrandi, il pm chiede 3 anni e 8 mesi

“Ingaggiarono una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento e mantennero il ragazzo ormai agonizzante in posizione prona, ammanettato, rendendone difficoltosa la respirazione. Un eccesso colposo che ha cagionato, o comunque concorso a cagionare il decesso”. Questa è la motivazione principale con la quale il PM, Nicola Proto, dopo una requisitoria durata cinque ore ha chiesto per i quattro poliziotti una pena di tre anni e otto mesi. Gli agenti intervenuti devono rispondere quindi di eccesso colposo nell’ omicidio di Federico Aldovrandi, lo studente diciottenne morto il 25 settembre 2005 dopo essere stato fermato dalla polizia.

I poliziotti imputati sono Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Nella sua ricostruzione dei fatti il pm ha sottolineato che l’intervento degli agenti è stato sproporzionato, in quanto non era necessario usare i manganelli: i quattro poliziotti delle due volanti si trovarono a fronteggiare la situazione con un atteggiamento offensivo e non difensivo, davanti a una persona indifesa che non era comunque aggressiva o pericolosa. Federico Adovrandi, la mattina del 25 settembre 2005 stava ritornando a casa da un concerto, aveva bisogno di aiuto – ha ancora sottolineato Proto – mentre i quattro agenti usarono contro di lui i manganelli su tutto il corpo e anche la testa, con violenza non necessaria e gratuita. E ha concluso: “Federico sarebbe ancora vivo, oggi, e avrebbe 22 anni, se quella mattina del 25 settembre 2005 non avesse incontrato i quattro agenti di polizia intervenuti”. Erano esattamente le 5 e 47 del mattino di domenica 25 settembre 2005 quando arrivò la prima telefonata alla sala operativa. Gli abitanti del quartiere vengono svegliati di colpo dalle urla di un ragazzo che non sta bene. Arriva la prima auto della polizia, gli agenti scendono riparandosi dietro le portiere, Federico è su di giri, scivola, rompe un vetro con un calcio. Arriva in soccorso un’altra pattuglia, in tutto si contano quattro agenti in divisa: tre uomini e una donna. Da quel momento non sappiamo cosa sia veramente accaduto nel tentativo di bloccare il ragazzo.

Come sono intervenuti gli agenti? Quali mezzi hanno usato? Da subito il caso è stato avvolto nel silenzio più assoluto come accade spesso quando ci sono di mezzo i tutori dell’ordine. Lo squarcio nella cappa soffocante dell’omertà è stato aperto dalla mamma di Federico Aldovrandi, Patrizia Moretti, impiegata comunale, che ha pensato bene di aprire un blog per raccontare questa ennesima violenza della polizia di Stato (federicoaldovrandi.blog.kataweb.it). Anche Amnesty International ha posto delle domande alle quali i giudici stanno cercando di dare riposte convincenti. Un dato è certo: Federico venne ammanettato e picchiato selvaggiamente. Dalle testimonianze risulta che i poliziotti gli misero le manette, lo presero a manganellate e infine riuscirono a immobilizzarlo tenendolo a terra. Ed è così che probabilmente Federico è morto: per asfissia. “Appena arrivati i soccorsi, e visto il corpo con la faccia a terra, ammanettato sulla schiena, abbiamo chiesto ai poliziotti di togliergli le manette, altrimenti non riuscivamo a girarlo per capire se ancora respirasse. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e in testa”. Questa la deposizione dei due addetti all’ambulanza, Stefano Rossi e Thomas Mastellari. “Ma noi siamo intervenuti solo per impedirgli di farsi più male” ribattono gli imputati. Piena di dolore la descrizione della madre del giovane: “Vedo mio figlio nella cassa, prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo, ha un livido enorme in faccia e quei segni maledetti sui polsi, chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male. Anche dal referto autoptico emergono altre ombre. Si apre una vera e propria battaglia tra i periti. Quelli della famiglia sono certi dell’asfissia mentre il consulente della Procura, Stefano Malaguti, parla di problemi cardiaci: “Insufficienza miocardica contrattile acuta in condizioni di stress psicofisico”. Ma il cuore gli scoppiò per le botte o per altro? “La causa dell’indebolimento – scrive il perito – è la droga, e precisamente eroina, ketamina e alcol”. In quantità comunque troppo bassa per uccidere.

Nel blog, la signora Patrizia ha inserito anche le fotografie del suo ragazzo morto sul tavolo dell’obitorio. “Lo scroto schiacciato? E’ stata rilevata solo una piccolissima ecchimosi” ha detto il procuratore capo, Severino Messina. “Quel ragazzo non è deceduto per le percosse ricevute”. Troppe domande cercano risposte convincenti. “Perché Federico aveva i vestiti sporchi di sangue, ma a terra il sangue non c’era? Forse perché lo picchiarono quando ancora era in piedi? Ma si picchia un ragazzo per calmarlo, massacrandolo di botte? Perché i soccorsi vennero chiamati in ritardo?” Domande molto simili a queste gli italiani si posero quando il 7 maggio del 1972 morì a Pisa, a soli 21 anni, il giovane anarchico Franco Serantini, pestato a sangue dai celerini durante un presidio antifascista promosso da Lotta Continua. Anche quella volta il medico, appena uscito dall’obitorio dopo l’autopsia, dichiarò sconvolto : “È stato un trauma assistere all’autopsia, veder sezionare quel ragazzo che conoscevo. Un corpo massacrato, al torace, alle spalle, al capo, alle braccia. Tutto imbevuto di sangue. Non c’era neppure una piccola superficie intoccata. Ho passato una lunga notte di incubi”. Speriamo che il 30 giugno quest’altra ennesima lunga notte di incubi possa cessare con un’assunzione di responsabilità che ancora manca per molte vittime di violenze assurde tra cui Giuseppe Pinelli e Carlo Giuliani.

di Angelo Pagliaro

Fonte: Rivista, 22 giugno 2009

Posted: giugno 22nd, 2009
at 12:01 by ironriot

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