CONTADINI IN TRINCEA

Impoveriti dall’arrivo delle multinazionali della soia e delusi dal presidente Fernando Lugo, i campesinos paraguaiani vogliono riprendersi la terra. E promuovono modelli di agricoltura sostenibile.

April Howard, Monthly Review, Stati Uniti

L’elezione di Fernando Lugo alla presidenza del Paraguay, un anno e mezzo fa, aveva scatenato nel paese un’ondata di entusiasmo. Lugo era il primo presidente, da più di sessant’anni, a non appartenere al Partido Colorado. Quella notte d’aprile del 2008 anche le nonne sfilavano per le vie di Asuncion, avvolte nella bandiera paraguaiana, ballando con i nipoti e gridando a squarciagola. Avevano aspettato quel momento per tutta la vita. La vittoria di Lugo era anche il successo dei movimenti sociali, per la prima volta uniti al sostegno del presidente. Ma i leader del movimento sapevano che quello era soltanto l’inizio. Tomas Zayas, dirigente del Partito dei Lavoratori e leader dei contadini indigeni paraguaiani, aveva detto prima delle elezioni: “Lugo non risolverà i nostri problemi. La sua vittoria aprirà una breccia, uno spiraglio che consentirà al nostro movimento e alle nostre rivendicazioni di emergere”.
A ottenere i maggiori vantaggi da questo passaggio di potere avrebbero dovuto essere proprio i campesinos, i piccoli coltivatori ormai in via d’estinzione, avvelenati dai pesticidi e criminalizzati dalle multinazionali. In tutta l’America Latina le riforme agrarie sono state incomplete e rese inefficaci dalla corruzione, e i contadini continuano a lottare per il diritto ad avere coltivazioni proprie. La fiorente industria della soia sta portando il Paraguay verso un’agricoltura industriale d’esportazione, che non lascia spazio ai piccoli coltivatori. Molte famiglie di campesinos si sono trasferite nelle periferie urbane delle grandi città, ma altre hanno deciso di lottare: non solo per il loro diritto alla terra, ma anche per promuovere un nuovo modello agricolo, basato sui principi della cooperazione e delle culture biologiche e a misura d’uomo. Le esperienze di Venezuela e Cuba sono un esempio per i campesinos paraguaiani, che esercitano forti pressioni sul governo perché promuova la riforma agraria.

Deserto verde
Il trionfo di Lugo ha segnato la fine ufficiale del Partido Colorado, che governava dal 1947, ma non ha cancellato l’eredità di corruzione, clientelismo e repressione lasciata dai 35 anni di dittatura di Alfredo Stroessner. L’esercito e il Partido Colorado erano i due pilastri su cui si poggiava il potere del dittatore. Il clientelismo del partito – che offriva posti di lavoro in cambio del sostegno politico – era basato sulle sovvenzioni pubbliche. E’ sempre stata l’alta disoccupazione a mandare avanti il sistema: per avere un lavoro, che fosse un posto da operaio, da insegnante o da sindaco, bisognava passare per il Partido Colorado. Anche chi considerava il partito corrotto e inefficiente sapeva che offrendo il suo sostegno ai colorados poteva avere in cambio uno stipendio. Nel 2007 il Partido Colorado ha dato lavoro a circa 200mila persone, il 95 per cento delle quali erano suoi iscritti. E anche ora che al governo c’è un presidente di sinistra, questo meccanismo rimane in piedi.
Nelle campagne del Paraguay la situazione è ormai insostenibile. Il paese ha la distribuzione di terra più iniqua di tutto il Sudamerica: l’83 per cento dei campesinos paraguaiani occupa solo il 6 per cento delle terre, mentre 351 latifondisti sono proprietari del 40 per cento di tutti i terreni del paese. La riforma agraria realizzata dall’Istituto nazionale di sviluppo rurale e della terra (Indert), creato appositamente da Stroessner, è stata incompleta e corrotta. Ha venduto agli investitori brasiliani e argentini terreni che spettavano ai contadini paraguaiani, lasciando in povertà molti campesinos, costretti a occupare la terra rimasta libera per sopravvivere.
Fernando Lugo è nato a San Solano nel 1951. La sua era una famiglia di oppositori di Stroessner, e i suoi tre fratelli furono esiliati. Da giovane Lugo ha insegnato in una sperduta scuola di campagna. Dopo essere diventato prete, nel 1977, ha lavorato come missionario in Ecuador, ha completato gli studi in Vaticano ed è tornato in Paraguay nel 1982, diventando vescovo della provincia di San Pedro. Il suo sostegno alle occupazioni della terra da parte dei contadini lo ha messo in conflitto con le gerarchie cattoliche. Nel 2006 il “vescovo rosso” ha guidato la marcia di 50mila paraguaiani contro la proposta dell’allora presidente Oscar Nicanor Duarte Fruto di cambiare la costituzione per restare al potere. Così Lugo si e ritrovato al centro della scena politica nazionale, e i movimenti sociali gli hanno chiesto di candidarsi come presidente. Oggi, a più di un anno dalla sua elezione, gli stessi movimenti fanno pressione perché metta in atto le riforme che aveva promesso. Laetitia Galeano, una coltivatrice e attivista del movimento contro l’agricoltura industriale, è pessimista: “Lugo è rimasto isolato. Ha il potere, ma è solo. Abbiamo bisogno di cambiamenti immediati, e li faremo per conto nostro”.
La foresta atlantica, una delle più ricche al mondo per varietà biologica, copriva un tempo l’85 per cento del Paraguay orientale. I contadini ci hanno vissuto per anni, coltivando e allevando nel rispetto della vegetazione, che forniva ombra e alberi da frutto. Oggi ne rimane solo una minima parte, tra il 5 e l’8 per cento. Tutta l’area è diventata un enorme deserto di colline verdi. Dappertutto si vedono le monoculture degli imprenditori agricoli brasiliani che, un pezzo alla volta, hanno comprato quasi l’intera regione, destinandola alla coltivazione da esportazione. La terra appartiene ormai a compagnie come Cargill, Archer Daniels Midland e Bunge. Le comunità contadine tradizionali sono state convertite in manodopera per la produzione di soia, grano e cotone da esportare. Il Paraguay, come parte dell’Argentina e del Brasile, è diventato una repubblica della soia.
Negli ultimi anni la produzione di soia è cresciuta incredibilmente, in risposta alla domanda crescente di mangimi animali e biocarburanti. Oggi il Paraguay è il quarto esportatore mondiale di semi di soia. Nel 2003 gli ettari destinati alla coltivazione della soia era 2 milioni. Dieci anni prima erano meno della metà. Secondo la sociologa Javiera Rulliggi oggi sono quasi 12 milioni. E continueranno ad aumentare.
L’oppressione dei piccoli coltivatori e delle comunità indigene è l’altra faccia dell’espansione dell’industria della soia. I contadini sono stati costretti ad usare i pesticidi, a scapito della loro salute, delle coltivazioni tradizionali e delle fattorie. Quelli che vivevano ai margini delle grandi piantagioni di soia sono dovuti scappare, perché gli agenti chimici stavano avvelenando i campi, gli animali e le famiglie. Da quando c’è stato il primo boom della soia, almeno 100mila coltivatori sono stati sfrattati dalle loro terre e moltissime comunità indigene sono state costrette a trasferirsi nelle città, affollando le baraccopoli delle periferie.
I contadini che non hanno abbandonato i campi, invece, vengono attaccati dalle compagnie di sicurezza assoldati dai signori della soia, che sperano in questo modo di costringerli a vendere. È in corso una vera e propria campagna di criminalizzazione, che consente alle multinazionali della soia di sfruttare le forze di sicurezza statali e l’apparato giudiziario per rimuovere e punire i contadini decisi a resistere. Più di cento leader capesinos sono stati assassinati, e oltre duemila dovranno essere processati. Nonostante questo, molte organizzazioni di contadini hanno unito le loro forze. Non si limitano a chiedere la restituzione dei terreni ma promuovono dei modelli alternativi di sviluppo agricolo.
In Paraguay la soia non rovina solo l’economia dei piccoli coltivatori agricoli ma anche la terra. Le piantagioni di soia riversano ogni anno nel suolo del Paraguay più di 24 milioni di litri di sostanze inquinanti, tra cui alcuni pesticidi che l’Organizzazione mondiale della sanità considera “altamente dannosi”. Come il Parquat (una sostanza tossica per cui non esiste un antidoto), l’acido 2,4-diclorofenossiacetico, il Gramoxone, il Metamidofos (che negli uomini riduce la produzione di sperma) e l’Endosulfan (pericoloso per le donne incinte). I campesinos non li considerano pesticidi o erbicidi, ma “roba chimica”, “tossine”, “veleni”. Molti di loro sono stati a lungo esposti a queste sostanze, sperimentandone tutti gli effetti collaterali. Le leggi che regolano le nebulizzazioni e impongono una barriera di sicurezza tra le coltivazioni e le zone residenziali non sono mai state applicate. Un’indagine condotta di recente nelle aree in cui si produce la soia ha riscontrato che in alcune comunità agricole il 78 per cento delle famiglie ha avuto problemi di salute a causa dei pesticidi. Tra loro, il 63 per cento ha bevuto acqua contaminata, mentre alcuni bambini entrati a contatto diretto con le nubi chimiche sono morti. Nella maggior parte dei casi le famiglie vivono in posti isolati, senza soldi ne assistenza medica, e nessuno è a conoscenza delle loro condizioni.

Pronti allo scontro
Il coltivatore Meriton Ramirez e sua figlia Angelica, una studentessa di agronomia, mi accompagnano a vedere il luogo in cui abitavano, nella provincia dell’Alto Paranà. Nel villaggio di Minga Porà, dove un tempo viveva una comunità di alcune migliaia di contadini, ci sono ornai una trentina di famiglie che non hanno nessun posto dove andare. “Non volevo andarmene. Qui ho costruito la mia fattoria e cresciuto i miei figli. Avevo piantato degli alberi da frutto. Per la prima volta nella mia vita avevo una buona terra”, dice Ramirez indicando lo spazio vuoto dove sorgeva la sua casa. “Ma poi sono arrivati gli imprenditori della soia … Quando spargevano i pesticidi avevamo terribili mal di testa, nausea, diarrea, sfoghi, problemi alla vista e infezioni alle vie respiratorie. Le galline morivano, le mucche abortivano e i raccolti appassivano un po alla volta”. Così le famiglie hanno cominciato a scappare. Quando anche i Ramirez hanno lasciato Minga Porà, nel 2001, sembrava che li non avesse mai abitato nessuno.
Oggi il deserto verde delle piantagioni di soia si estende a perdita d’occhio in tutte le direzioni. Le scuole e le fattorie che una volta sorgevano lungo queste strade non ci sono più. Si sente solo il rombo dei camion che trasportano semi di soia. “Sembra una distesa infinita”, mormora Angelica, stringendo i pugni dalla rabbia. “E’ terribile. Un disastro!”. Sulla via del ritorno, mentre guidiamo in mezzo ai campi di soia, mi colpisce un odore pungente e disgustoso. Gli occhi bruciano. All’improvviso mi rendo conto di essere in mezzo al veleno, senza via di scampo, e vado nel panico. “E’ l’odore di questa robaccia”, mi dice Angelica coprendosi la bocca con una manica.
A settanta chilometri dalla città di Caaguazù, nel sud del paese, c’è la comunità di Tekojoja, una delle più note fra quelle che hanno sostenuto la candidatura di Fernando Lugo. Oltre a far parte del movimento campesino, ha dato vita ad una formazione politica autonoma, il Movimento popolare Tekojoja, che alle ultime elezioni ha ottenuto alcuni seggi in parlamento.
In guaranì tekojoja significa “condizioni di eguaglianza”. Il villaggio è uno dei pochi che si sono salvati dalla riforma agraria. È un insediamento che occupa circa 500 ettari di terreno, dove vivono 56 famiglie di contadini. Una volta erano più di cento. Dal 2002 al oggi, circa la metà dei terreni sono diventati piantagioni di soia. Jorge Galeano, uno dei leader della comunità, racconta: “E’ stato un periodo terribile. Ogni giorno almeno sette famiglie erano costrette ad abbandonare le loro terre. Abbiamo calcolato che 120 famiglie sono state espulse a causa dell’arrivo dei proprietari terrieri brasiliani”. I residenti hanno protestato, ma l’Indert ha comunque stipulato i contratti con i produttori brasiliani. Nel 2003 i campesinos hanno rioccupato con la forza le loro terre, ma un anno dopo gli è arrivato un ordine di sfratto. Alla fine 46 case sono state bruciate e venti ettari di coltivazione distrutti. “Non hanno perso tempo” raccontano i membri della comunità. “Le ceneri delle nostre case ancora fumavano che loro erano già arrivati con i macchinari per seminare la soia. Il giorno dopo siamo tornati e ci siamo ripresi i campi. Quando sono arrivati i poliziotti, ci siamo armati di zappe e machete. Eravamo circa settanta, pronti allo scontro. Alla fine se ne sono andati”. Nel 2005 i produttori di soia hanno sfrattato 400 persone e ucciso due membri della comunità. Ma i contadini hanno continuato a denunciare l’uso illegale di sostanze chimiche nei campi di soia circostanti.
La provincia orientale dell’Alto Paranà è una delle principali zone del Paraguay per la produzione di soia geneticamente modificata. L’organizzazione campesina locale, l’Associazione degli agricoltori dell’Alto Paranà (Asagrapa), resiste all’espansione dell’impero della soia e propone modelli di agricoltura alternativa. Tomas Zayas è il leader dell’Asagrapa e del Centro nazionale delle organizzazioni indigene e popolari. Secondo Zayas il movimento campesino “avrebbe bisogno di una cornice filosofica e teoretica, per promuovere la costruzione di una società nuova, in cui la vita umana sia la cosa più importante”. L’Asagrapa promuove i metodi dell’agricoltura biologica su piccola scala, per soddisfare i bisogni delle comunità, e la proprietà collettiva delle terre, per ridurre l’isolamento dei contadini e proteggerli dagli speculatori e dalle sostanze chimiche infestanti. La famiglia Ramirez oggi vive al El Triunfo, la comunità che Zayas ha contribuito a fondare nel 1989. E’ una sorta di oasi nel deserto delle piantagioni di soia. Ogni famiglia ha due appezzamenti di terreno: nel primo c’è la casa con un piccolo giardino, nel secondo ci sono le coltivazioni. I residenti hanno costruito un centro medico, una scuola e un campo di calcio. Tutto è cominciato con un’occupazione, e i contadini sono stati attaccati più volte da quella che chiamano la “mafia della soia”.

La terra è di tutti
A El Triunfo la terra è di tutti ed è gestita da un collettivo democratico (minga in lingua guaranì). Se un contadino vuole andarsene, il collettivo si appropria della sua terra e l’affida ad un nuovo membro. In questo modo evita che i singoli agricoltori vendano gli appezzamenti ai produttori di soia stranieri. Ogni agricoltore può decidere cosa piantare nei suoi campi ed eventualmente vendere i suoi prodotti. Ma i pesticidi sono assolutamente vietati, e ognuno deve provvedere al proprio consumo con una varietà di coltivazioni diverse.
L’Asagrapa sta cercando i sensibilizzare tutte le comunità dell’Alto Paranà impegnate nella difesa della terra, diffondendo informazioni sul suo modello di agricoltura sostenibile. “La cosa più difficile è convincere la gente”, spiega Zayas. “Gli è stato detto che senza i pesticidi non cresce niente, e che per fare i soldi bisogna coltivare la soia. Poi arriviamo noi e gli diciamo che la soia e le sostanze chimiche li stanno uccidendo. Sono confusi e non vogliono correre rischi”. Per una comunità non è facile smettere di coltivare la soia. I pesticidi usati per farla crescere sono così tossici che hanno rovinato i terreni, rendendoli inutilizzabili per altre colture. Così i membri di Asagrapa spiegano ai contadini come usare piante dalle radici profonde e solide per bonificare la terra. Nel 2007 l’associazione ha usato un fondo dell’Unione Europea per piantare alberi da frutto nei campi deteriorati. Nel marzo del 2008 il Partito dei Lavoratori ha pubblicato una proposta di riforma agraria prendendo come modello la proprietà collettiva di El Triunfo. Il programma propone “la confisca senza indennizzi delle grandi proprietà terriere e la consegna delle terre ai campesinos”. I dirigenti del partito credono che per i contadini l’unico modo per ottenere i terreni sia occupare. Nella proposta di riforma si legge: “la conquista delle terre arriverà solo attraverso l’organizzazione, la mobilitazione e la lotta”. La proposta chiede inoltre la fine dell’uso dei pesticidi e la nazionalizzazione delle grandi aziende che esportano prodotti agricoli: “Oggi i campesinos sono degli esiliati nella loro stessa terra. Le multinazionali sono le uniche a guadagnare dalla soia”.
Negli ultimi anni la battaglia dei campesinos ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione. Durante la campagna elettorale del 2008 i candidati alla presidenza si sono divisi tra favorevoli e contrari all’industria della soia. L’ex vicepresidente Luis Castiglioni, battuto alle primarie del Partido Colorado dall’ex ministro dell’educazione Blanca Ovelar, era considerato da molti un rappresentante degli interessi delle multinazionali. Ovelar, invece ha usato la retorica populista del Partido Colorado, promettendo che una volta eletta avrebbe impedito la formazione di una “patria della soia”.
Dall’altra parte c’era Fernando Lugo. Anche se aveva detto di ispirarsi alla teologia della liberazione, l’ex vescovo ha fatto di tutto per presentarsi come un candidato moderato. A chi gli faceva notare che le sue proposte erano troppo simili a quelle di Chavez, Morales e Correa, rispondeva: “Il Paraguay è attraversato da un vento di cambiamento. Ma non potrà essere come il Venezuela perché non ha il petrolio, o come la Bolivia, perché non ha i gas naturali. E nemmeno come il Cile, visto che non ha il rame”. Con la sua promessa di una riforma agraria è riuscito comunque ad avere il sostegno dei piccoli agricoltori. Un anno e mezzo dopo, però, i campesinos hanno smesso di guardare alla vittoria di Lugo come alla soluzione di tutti i mali. Così hanno guadagnato successo nuove forze politiche, come il Partito dei Lavoratori.
La riforma agraria è una questione fondamentale per lo sviluppo economico del paese. Ma gli interessi in gioco sono altissimi. I terreni rivendicati dai campesinos appartengono ai proprietari brasiliani e alle multinazionali. E anche se fossero redistribuiti, avrebbero bisogno di enormi investimenti per tornare fertili. Il presidente Lugo non ha la forza politica necessaria per andare contro questi interessi. Eppure i campesinos continuano ad organizzarsi e lottare per garantirsi un nuovo futuro.

Fonte: Internazionale N°823 – anno 17 – 27 novembre / 3 dicembre 2009

Posted: January 8th, 2010
at 7:18pm by ironriot

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Categories: America Latina

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