Gentrification 1 / Bruciare le macchine

Il sito BRENNENDE-AUTOS.DE raccoglie epitaffi in memoria delle auto andate a fuoco in giro per Berlino dal 2007 a oggi. Sono riportate data di morte, marca e modello di ognuna e il luogo esatto in cui l’incendio è avvenuto, convenientemente segnalato su una googlemap.
Negli ultimi tre anni a Berlino sono state date alle fiamme nottetempo più di cinquecento auto, per lo più di grossa cilindrata. In pratca ogni due o tre mattine si rinviene una vittima.
Un’occhiata alla mappa di brennende-autos rivela che la zona in cui si addensano maggiormente i landmark degli incendi corrisponde all’incirca al semicentro della ex Berlino Est. I quartieri di Prenzlauer Berg, Friedrichshain, Neukolln, ovvero quelli più interessati alla gentrificazione massiccia degli ultimi anni: il fulcro della cultura antagonista e radicale della capitale tedesca che fondi di investimento internazionali e speculatori locali e stranieri si stanno comprando pezzo per pezzo. Ultimamente a farla da padroni ci sono britannici e irlandesi attirati dai prezzi più bassi che una capitale occidentale possa offrire e dallo scoppio delle bolle immobilari nei luoghi d’origine (almeno gli irlandesi).

A Berlino esiste un mix unico di fattori culturali, storici e economici in senso stretto che contribuiscono a tenere bassi i prezzi delle case. Oltre alla nota preferenza teutonica per l’affitto piuttosto che l’acquisto di casa, c‘è una grande disponibilità di appartamenti ex pubblici messi in vendita dalla municipalità piena di debiti, in più ci sono i quartieri dell’est spopolatisi dopo la caduta del muro che costituiscono un caso tipico della cosiddetta rent-gap1, e gli ex insediamenti industriali vuoti – edifici enormi che oggi vengono divisi, ristrutturati e rivenduti come abitazioni a beneficio dei bohemienne radical chic.

Questi fattori, primo fra tutti l’ampia disponibilità di spazio abitativo inutilizzato o a prezzo irrisorio, nell’immediato post ’89 avevano contribuito a fare emergere una cultura dell’abitazione per molti versi unica, a metà strada tra l’occupazione praticata dai movimenti antagonisti storici e una forma di privato collettivo, quella degli hausprojekt, che vede interi edifici spesso decadenti occupati o presi in affitto a bassissimo costo da gruppi di persone riunite sulla base di qualche affinità: vegetariani, omosessuali, anarchici, artisti di qualche genere, etc. Gli hausprojekt sono un ibrido tra privato e comune, generalmente ogni membro del gruppo ha il proprio appartamento, ma gli abitanti percepiscono essi stessi come un gruppo omogeneo, le decisioni sono prese collegialmente, le house roules decise collettivamente e la ristrutturazione dei locali è un impegno di tutti. Si tratta di uno stile di vita nato e cresciuto al di fuori, se non in aperto contrasto con le regole del mercato, che ha contribuito a rendere questo pezzo di città il più vivace, il più interessante, oltre che un vero e proprio laboratorio di stili di vita alternativi.

Negli ultimi dieci anni le cose sono profondamente cambiate. Arrivano i soldi e con essi le ristrutturazioni, la moda, e il principio individualistico dell’appartamento per me e basta. La dinamica in atto, come spesso accade, la sintetizzano meglio di tutti quelli che ci guadagnano: in una pagina di annunci immobiliari di Prenzlauer Berg si può leggere:

Fashionable bars and restaurants have opened, along with organic supermarkets, always a sign that affluent and responsible young professionals have moved in

Sono arrivati gli affluent and responsible young professionals, il comune spende soldi per “rigenerare” ampie porzioni del centro – un modo come un altro per far deliberatamente salire i prezzi delle case – e le forme di esistenza al di fuori del mercato stanno per essere espulse, paradossalmente dopo che esse stesse hanno richiamato l’attenzione su queste zone: i prezzi salgono lentamente ma inesorabilmente e gli sfratti non si contano. E’ il principio generale della gentrification: gli stessi attori che iniziano il fenomeno ne diventano le prime vittime. A New York gli artisti e gli hippy colonizzarono l’East Village nei primi anni ’60 attratti dai prezzi bassi e dal sapore “autentico” della zona, e furono i primi a doversene andare quando la middle class cominciò a voler vivere in quel quartiere tanto interessante e pittoresco. Dove però adesso di interessante rimane solo il ricordo di ciò che fu.
La gentrification, ai giorni nostri, è un tassello del fenomeno postmoderno della trasformazione della realtà nella propria rappresentazione commerciale. Scrive Paolo Gerbaudo sul Manifesto, a proposito di un altro luogo sinistro che sembra uscito dall’incubo di uno che ha letto troppo Debord e Baudrillard, il Foundry di Londra:

Prendi uno spazio alternativo, dove negli anni sono cresciuti artisti, musicisti, movimenti culturali e politici. Demoliscilo e costruisci sulle macerie un hotel di 12 piani, dove yuppie da tutto il mondo possano venire a respirare l’atmosfera della scena controculturale che hai appena fatto a pezzi. Questo è quello che sta succedendo a Old Street nell’est di Londra, dove il Foundry un pub che è stato luogo di ritrovo negli ultimi dieci anni per attivisti e artisti uniti da un odio comune per banche e multinazionali, sarà presto abbattuto per fare posto ad un “Art’otel”, ovvero un hotel d’arte della catena alberghiera Park Plaza. Un’attrazione per yuppie di tutto il mondo desiderosi di consumare per qualche giorno un po’ di vita bohemienne, sorseggiando cocktail ed ammirando pezzi di Banksy restaurati, che verranno ospitati nell’albergo di lusso finto-hippie. La decisione del consiglio comunale di Hackney di dare via a questo folle piano immobiliare, che aggiungerà un altro mattone al processo di gentrificazione di tutta l’area ha scatenato una campagna di protesta. I proprietari si sono barricati davanti all’edificio e attivisti hanno dato vita ad un campeggio di protesta per bloccare lo sgombero dell’edificio. Una mobilitazione che presto potrebbe essere messa a tacere dalle ruspe, ma che riporta all’attenzione i disastri della speculazione immobiliare, che la crisi economica sta rendendo ancora più aggressiva e surreale (http://blog.ilmanifesto.it/perfidalbione/2010/07/01/gli-svenditori-della-controcultura)

Che fare di fronte a un fenomeno del genere? A Berlino il movimento di resistenza è ampio ed articolato, molto più attivo ed efficace che a Londra. La necessità di contrapporsi in tutti i modi alla svendita della propria identità ha mobilitato un settore ampio della popolazione dei quartieri interessati. Gli incendiari notturni di automobili sono un pezzo significativo e interessante di questo movimento. Costuiscono una comunità diffusa e invisibile, cresciuta col tempo senza coordinazione, senza incontrarsi e senza gruppo su facebook. Il legame con il resto del movimento avviene su basi ideali e “liquide”, come si ama dire adesso. Il cinismo e l’ironia per esempio sono tratti caratteristici di tutto il movimento e raccogliere epitaffi in un sito anonimo è un chiaro segno di appartenenza e di condivisione di questo spirito.
Gli incendiari e tutti gli altri sono accomunati dalla necessità di agire in prima persona contro chi sta togliendo loro la terra sotto i piedi in nome della creazione di valore, stanno tentando la strada dell’unica forma di deterrenza che possa rendere la zona meno appetibile ai rapaci possessori di macchinoni, quella di colpirli negli affetti più cari.

[Foto: sterni_peng]

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1) La rent-gap hypothesis è una spiegazione supply side del fenomeno della gentrification. Essenzialmente la rent-gap è una misura della differenza tra il valore attuale di un sito e quello potenziale se il sito fosse impegato secondo il ‘best use‘, identificato a sua volta tramite altri parametri. Quando la differenza tra i due valori in un’area è abbastanza ampia è lecito attendersi gentrification, perché gli investitori identificano tale differenza come un’opportunità da capitalizzare.

Fonte: Afasici Papuasia, 27 luglio 2010

Posted: August 8th, 2010
at 10:30am by ironriot

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Categories: azione diretta,Urbanizzazione

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