Minacce mafiose contro il centro sociale Zeta Lab di Palermo

Lo sgombero coatto, la rioccupazione, le minacce: l’ultima settimana del centro sociale Zeta Lab di Palermo

“I nivuri oggi ci su e dumani ‘un ci su cchiù” (“I negri oggi ci sono e domani non ci sono più”). Questa una delle “minacce verbali di stampo mafioso” fatte pervenire al Laboratorio Zeta, il centro sociale di Palermo, dove vivono decine di immigrati, fatto sgomberare circa una settimana fa dalla polizia e occupato nuovamente dai volontari domenica mattina. “Le intimidazioni che da più parti si sono susseguite negli ultimi giorni contro il Laboratorio Zeta – si legge in una nota degli attivisti – hanno iniziato a fare emergere più di un sospetto sul fatto che le attenzioni rivolte allo stabile di via Boito 7 siano mosse da interessi di natura non semplicemente economico-affaristica, ma che siano anche fortemente impregnati da ragioni legate al controllo mafioso del territorio”. “Abbiamo già visto con i vergognosi e tragici accadimenti di Rosarno – proseguono – cosa può succedere quando le mafie, gli interessi economici, i fascismi e il razzismo si intrecciano nel tentativo di governare persone e territori”. “E’ chiaro – prosegue la nota del Laboratorio Zeta – che riteniamo preventivamente responsabili di qualsiasi intimidazione, ritorsione o atto violento dovessimo subire, tutte quelle istituzioni, forze politiche e realtà associative cittadine che in questi giorni hanno delegato, con la propria voce o il proprio silenzio, alle organizzazioni che controllano criminalmente il territorio, la soluzione della nostra vertenza. Ci auguriamo di essere smentiti dagli eventi e, soprattutto, che trionfi la legalità dei fatti e non quella formale”.
“Le minacce – ha detto Loriana Cavalieri, una dei volontari del centro – sono state pronunciate verbalmente da una persona nella tarda serata di ieri. Oggi presentiamo denuncia all’autorità giudiziaria: riteniamo le istituzioni responsabili per qualsiasi cosa che potrà succedere o a noi o ai 32 sudanesi, rifugiati politici, ospiti del centro”. Per i ragazzi dello Zeta Lab “è evidente che il mandante di queste minacce è qualcuno che ha un preciso interesse ad ottenere i locali di via Boito. Ma noi non ci facciamo intimorire e non andremo certo via da qui”.

Ma facciamo qualche passo indietro e vediamo cosa è succeso in questi giorni…
Lo scorso 19 gennaio le forze dell’ordine hanno avuto mandato di sgomberare i locali del centro sociale Laboratorio Zeta, occupati nel 2001, è di proprietà dell’Istituto delle case popolari di Palermo. Da diversi anni sono ospiti dello Zeta Lab una trentina di immigrati sudanesi, che hanno fatto tutti richiesta di asilo politico alle autorità.
La struttura, sita in via Arrigo Boito, a due passi da via Notarbartolo, è stata recentemente affidata, dopo lo svolgimento di un bando, ad una associazione, la Aspasia, che si occupa di recupero di minori.
Durante lo sgombero la polizia ha caricato i manifestanti che intanto si erano raccolti numerosi davanti i locali. Dopo gli scontri le forze dell’ordine hanno tratto in arresto tre persone per resistenza a pubblico ufficiale, che sono state rilasciate l’indomani. Il giudice monocratico Vittorio Alcamo non ha, infatti, convalidato gli arresti e ha ordinato la liberazione degli indagati ritenendo che non ci fosse la prova della loro partecipazione ai disordini. Uno dei tre manifestanti arrestati è un professore di religione.
Contro lo sgombero si sono attivamente schierati alcuni esponenti politici dell’Italia dei Valori, del Pd e del movimento ‘Un’Altra Storia’, nonché alcuni sindacalisti della Cgil. “E’ una questione di natura politica – ha detto Antonio Riolo della Cgil regionale – e dunque bisogna affrontarla come tale. Abbiamo chiesto l’intervento della Prefettura”. Fabrizio Ferrandelli, capogruppo di Italia dei Valori al Comune di Palermo, ha invece detto: “Stupisce che l’associazione che subentrerà abbia rinunciato all’offerta alternativa di un asilo nido già pronto e funzionante”.
“Il centro sociale Laboratorio Zeta è un vero e proprio baluardo della difesa dei diritti civili dei migranti e delle realtà sociali a rischio, non soltanto per il sottobosco underground palermitano ma anche per l’amministrazione, rappresentando, in mancanza di adeguate politiche di accoglienza da parte del Comune, l’unico spazio di accoglienza laico della città”, ha affermato il consigliere comunale di Un’Altra Storia, Antonella Monastra. “Dal 2001 i ragazzi di Lab Z – ha aggiunto – hanno tracciato un percorso di democrazia partecipata e un esempio di recupero di spazio pubblico in stato di abbandono. Nonostante le ripetute minacce di sfratto e sgombero, da un anno andava avanti una trattativa col Comune, forse il più importante referente di Lab Zeta fra l’altro, per scongiurarne il pericolo. Tuttavia, nonostante il riconoscimento da parte delle istituzioni del valore delle attività svolte da Lab zeta, siamo arrivati a questa drammatica situazione”.

Dopo sit-in e manifestazioni, domenica scorsa il centro sociale è stato rioccupato. Gli operatori dello Zeta Lab hanno picconato il muro di mattoni costruito dopo lo sgombero per evitare che qualcuno potesse entrare. “Siamo tornati a casa. Ci siamo ripresi il Laboratorio Zeta”, ha detto Totò Cavalieri uno dei volontari del centro sociale di via Boito. “Siamo stanchi di dormire per strada – ha continuato -: per cinque giorni abbiamo passato la notte in tende da campeggio sui marciapiedi. E soprattutto siamo stufi delle chiacchiere del Comune che non è in grado di trovare una soluzione concreta al problema. Ora basta. Ci riprendiamo ciò che ci appartiene”.

Nei giorni scorsi gli aderenti alla Giovane Italia (movimento giovanile del Popolo della Libertà, ala ex AN) avevano espresso soddisfazione per lo sgombero del centro sociale. “È dal 2001, anno in cui fu occupato l’asilo abbandonato, che la giovane destra denuncia il vero fine di quanti si sono appropriati dell’immobile: creare un covo, una zona franca dell’estrema sinistra palermitana. In questi anni Azione Giovani, oggi Giovane Italia, ha ripetutamente condotto insieme agli abitanti del quartiere (sfatando il mito di una presunta solidarietà dei residenti verso gli occupanti) la battaglia per restituire l’immobile alle cittadinanza. Petizioni, esposti, manifestazioni: tutte iniziative cadute nel vuoto fino all’intervento dell’Istituto Autonomo Case Popolari. In realtà l’ospitalità data ai 32 rifugiati politici del Darfur è servita agli autonomi per legittimare un’occupazione volta soprattutto a meri interessi politici ed economici. Il centro sociale, da quando è nato, lucra grazie a feste e concerti a pagamento. Un giro economico rilevante a beneficio degli occupanti e che sfugge ad ogni controllo. Il centro sociale è sempre stato usato per iniziative a sfondo politico di quell’area antagonista che, in tutta Italia, provoca violenze di ogni genere. Inoltre le condizioni in cui vivono i rifugiati, secondo le testimonianze di tanti residenti, non sono molto diverse dal degrado delle baraccopoli di Rosarno”.

Fonte: Indymedia Lombardia, 29 gennaio 2010

Posted: January 31st, 2010
at 8:25pm by ironriot

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Categories: repressione,Spazi Sociali

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