Perù: un film per riscattare le donne vittime di violenza

Il film della regista peruviana Claudia Llosa, a un passo dall’Oscar come miglior film straniero. “Il canto di Paloma” racconta la travagliata storia di Fausta, figlia di una vittima delle violenze che sconvolsero il Perù tra il 1980 e il 2000, gli anni del conflitto armato interno.

di Giulia M. Foresti da Lima

Il volto di Magaly Solier era su tutti i palloncini alla marcia delle Donne l’8 marzo a Lima.

“La teta asustada”, questo il titolo originale del film di cui l’attrice andina, indica infatti quel tipo di disagio che, nel repertorio mitico-tradizionale della cultura andina, si trasmette attraverso il latte materno dalle madri che subirono violenze alle figlie.
La Solier è ora un simbolo al femminile per le donne peruviane, e un orgoglio per i peruviani tutti. Ma non solo perché è arrivata fino ad Hollywood, bensì molto di più per quello che il suo ersonaggio rappresenta. La sua è una storia di emarginazione e di riscatto, di morte e di rinascita: Fausta si libera dai suoi fantasmi grazie al canto.

Ma questo e’ un film. La realtà qui in Perù è ben diversa.

Ce lo spiega molto puntualmente Rocio Paz Ruiz, coordinatrice del Gruppo di Lavoro sulle Riparazioni della Coordinadora Nacional Derechos Humanos, equipe della società civile che vigila l’operato dello Stato riguardo le raccomandazioni fatte dalla Commissione della Verita’ e della Giustizia (CVR) dopo i 20 anni di violenza politica.
“A tutt’oggi nessuna donna, riconosciuta come vittima, ha ricevuto uno straccio di risarcimento, nonostante durante il conflitto armato interno la violenza di genere assunse dimensioni terribili”. Secondo la CVR la violenza sessuale fu una vera e propria strategia antisovversiva cosi’ come un crimine di lesa umanità. Essa si concentro’ verso le donne andine, campesine, povere e in eta’ riproduttiva. Di questo crimine si resero colpevoli soprattutto i militari e la polizia (quasi l’84% dei casi), seguiti da Sendero Luminoso e dal MRTA (11%).

“Il silenzio su questi crimini continua ancora oggi. In primo luogo esso ha avuto a che fare proprio con le donne stesse, che hanno taciuto per paura. Vivere il conflitto come madri e come spose di figli e mariti scomparsi, detenuti o giustiziati sommariamente, o come persone che hanno subito il desplaziamento delle loro comunità, ha reso per loro ancora più difficile riuscire ad affrontare in prima persona il problema della violenza subita, vedersi come vittime esse stesse”. Tra il 1980 e il 2000 tantissime donne appartenenti alle classi più escluse, la maggior parte di esse di lingua quechua, non solo furono violentate, ma anche sottoposte a vessazioni come il matrimonio forzato, la schiavitù sessuale, gravidanze o aborti non voluti, il rapimento a fini sessuali, le molestie quotidiane. “Si può’ dire che l’insensibilità statale sul tema e l’abbandono di queste donne alla loro sofferenza ha avuto gravi ripercussioni anche sulle comunità dove esse vivono” rincara con evidente tristezza Rocio Paz. “Nelle comunità tantissime donne sono state stigmatizzate, discriminate, escluse, e perfino accusate di essere esse stesse colpevoli delle violenze subite. Si può quindi sicuramente affermare che queste donne sono doppiamente vittime: sia perché furono violentate sia perché si sentono colpevoli di quello che accadde loro”.
Il tema della violenza di genere non e’ mai entrato nell’agenda pubblica dello stato peruviano, ed e’ grazie all’operato di associazioni della società civile che in alcuni casi è stato finalmente intrapreso un cammino legale, per la ricerca della verità e della giustizia.

Il Perù, paese che si può definire plurinazionale per via dell’immensa ricchezza e diversità culturale al suo interno, subì una feroce violenza politica che causò la morte di quasi 70.000 persone e la distruzione di buona parte del suo tessuto sociale, sia per le perdite umane sia per il desplaziamneto delle persone, costrette a fuggire dalle violenze di Sendero Luminoso e delle Forze Armate.
A seguito dei venti anni di conflitto, la CVR produsse un Informe, consegnato al paese il 31 agosto 2003, con il quale raccomando’ allo Stato di risarcire le vittime per il danno subito.
La CVR auspico’ quindi la promulgazione di una Legge sui Risarcimenti e alcune riforme politiche come condizione necessaria e imprescindibile per la riconciliazione del paese, per la restituzione della dignità alle vittime e per l’affermazione della pace. “Le Riparazioni non sono solo un indennizzo economico ma sono risarcimenti integrali, che dovrebbero coprire tutti quegli aspetti della persona che sono stati vulnerati dalla violenza” ci tiene a sottolineare Rocio Paz.
La legge 28592 creata nel 2005 grazie al PIR- Plan Integral de Reparaciones- riconosce il diritto delle vittime alla riparazione e il dovere dello Stato di attuare politiche in questo senso. Esistono infatti sette programmi che riguardano il diritto alla salute, all’educazione, alla casa, alla partecipazione cittadina, al risarcimento economico e simbolico (che deve essere accompagnato anche da un riconoscimento pubblico della violenza subita).

Ci spiega Rocio Paz che lo stato peruviano sta applicando solo uno di questi sette programmi, ovvero le riparazioni collettive, quelle rivolte alle comunità che furono vulnerate dalla violenza politica. Ad oggi non ci sono ancora state riparazioni individuali, ne’ per donne ne’ per uomini. Molte delle vittime stanno morendo senza aver visto alcun tipo di risarcimento da parte di quello Stato che ancora oggi sembra essere incapace di proteggere i suoi cittadini più vulnerabili.
“Un problema che si aggiunge è la strumentalizzazione politica che si sta facendo di questi risarcimenti collettivi. In Perù la mappa della povertà coincide con quella della violenza e l’ azione dello Stato nelle comunità rurali viene confusa con una normale politica di intervento statale (ricostruzione di strade, uffici postali…). Per il 2010, anno pre-elettorale, il governo ha approvato un bilancio di 40 milioni per le riparazioni collettive, mentre neanche un soldo e’ stato destinato a quelle individuali, nonostante i familiari delle vittime richiedano questo tipo di risarcimento, che incide sulla qualità della vita delle vittime passando pero’ per la strada della restituzione dei diritti” conclude l’attivista per i diritti umani ed educatrice.

Se guardiamo il volto di Fausta, la protagonista de “Il canto di Paloma”, forse e’ più facile per noi così lontani capire come la violenza distrusse lo spazio personale di migliaia di persone, di coppie, di amici, di intere famiglie e comunità. La violenza politica fa parte della storia del Perù, ma le ferite psicologiche che ancora oggi perdurano non sono ancora state curate. Il presidente Alan Garcia si è giustamente inorgoglito per la candidatura del film all’ambita statuetta dorata, ma forse è arrivato il momento di mettere da parte la finzione e cominciare ad occuparsi di tutte quelle Fausta che ancora oggi, dopo 20 anni, aspettano giustizia e chiedono una nuova dignità.

(Foto di Davide Casali)

Fonte: Volontari per lo sviluppo, 5 aprile 2010

Posted: April 5th, 2010
at 6:01pm by ironriot

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Categories: America Latina

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