Un altro ragazzo perduto – Graziella La Venia

dal blog di Beppe Grillo

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Colpiscono come un pugno allo stomaco le fotografie, quasi sempre uguali, di questi ragazzi morti in carcere, i segni del pestaggio sul corpo. Massacrati in qualche cella, chissà dove, in luoghi dove lo Stato garantisce per la loro vita. Cosa dovrebbe essere più sicuro di una prigione, di una cella di sicurezza? Cominciano a essere tanti, troppi, perché questa scia di sangue sia da considerare una disgrazia, un fatto accidentale. In carcere si muore e sono i più deboli, i più giovani, gli incensurati a soccombere per cause quasi sempre ignote etichettate come suicidio. Tra i 150 e i 180 ogni anno crepano senza un perché. Ascolto Graziella La Venia, mamma di Carmelo, che “in quattro giorni sono venuti a prenderlo a casa, se lo sono portati e non me l’hanno restituito più!”. Carmelo Castro aveva 19 anni era incensurato.

Accusato di aver fatto il palo in una rapina a una tabaccheria. Graziella è una delle tanti madri che è morta con suo figlio, la sua vita dedicata a cercare il motivo, come se ci fosse un motivo. Queste madri, e ne ho ascoltate molte, hanno lo stesso sguardo, la stessa determinazione delle Madri di Plaza de Mayo. Non si arresteranno di fronte a nulla. Per loro l’orologio si è fermato con la scomparsa dei loro figli. La pena di morte in Italia esiste anche se è stata abolita. Il Parlamento se ne deve occupare al più presto per introdurre delle misure che garantiscano la vita e l’incolumità dei detenuti nelle nostre prigioni.

Intervista a Graziella La Venia, mamma di Carmelo Castro:

La casa mortuaria
“Sono la mamma di Carmelo Castro, mi chiamo La Venia Graziella e vorrei raccontare la storia di mio figlio, voglio sapere cosa gli è successo perché in quattro giorni sono venuti a prenderlo a casa, se lo sono portati e non me l’hanno restituito più!
Il 24 marzo sono venuti i Carabinieri a prenderlo a casa, se lo sono portati nella caserma,nel pomeriggio mi hanno detto: “Signora stia tranquilla, suo figlio ha fatto una ragazzata, tra un po’ ritorna a casa” mi mandano a casa, poi arriva una telefonata dove mi dicono: “Carmelo non ha voluto collaborare, si trova qui a Piazza Lanza”, è stato accusato come palo di una rapina di una tabaccheria, mio figlio si vede nella tabaccheria che entra, compra le sigarette, prende il resto e se ne va.
Il 26 vado a Piazza Lanza per vedere mio figlio, per portargli la biancheria e non me lo fanno vedere, mi dicono che è in isolamento. Il 28, verso le 15 mi arriva una telefonata da Piazza Lanza dove mi dicono: “Carmelo ha tentato il suicidio, si trova in ospedale”. Corro in ospedale e mi dicono che Carmelo non c’era, si trovava in un altro ospedale e mi dicono di attendere che dovevano telefonare per vedere dove era. Invece poi al pronto soccorso si trovava una persona che forse ha visto e ha sentito e ha detto a mio marito, se cercate quel ragazzo l’hanno portato dal carcere, è in casa mortuaria, così ho saputo che mio figlio era morto.
E io chiedo di sapere cosa è successo veramente a mio figlio, quello si trovava per conto suo al pronto soccorso, non so se era qualcuno di loro, non so perché non conoscendo nessuno sono entrata in ospedale, ho chiesto “E’ stato portato mio figlio, dove si trova?” quella delle informazioni mi dice “Signora qui non c’è nessun Castro Carmelo, forse si trova in un altro ospedale, attenda un attimo che faccio una telefonata” e io dico “Mi hanno detto che si trova qui”, allora forse quella persona ha sentito e di fianco dice a mio marito, se è quel ragazzo che hanno portato dal carcere pochi minuti fa, è nella casa mortuaria, poi non ho capito più niente, poi siamo corsi nella casa mortuaria dove non ce lo volevano far vedere, poi… non lo conosco, non lo so chi è.

Il silenzio dello Stato
Non ci sono registrazioni in cui dicono loro che si è impiccato con un lenzuolo, il lenzuolo non si trova, la cella non è stata perquisita, sequestrata, buio totale c’è, silenzio! Il letto più basso di lui, come fa un ragazzo di 1,75 metri a impiccarsi da un letto di 1,70? Poi c’è stata l’autopsia dove si dice che mio figlio aveva da poco pranzato e ancora aveva il mangiare non digerito, che nessuno ne ha parlato tranne il medico legale nostro, avevano fiducia, quelli che hanno preso loro l’avvocato d’ufficio e dicendo che faceva tutto lui, tutto lui, invece hanno chiuso il caso e ci hanno messo il bastone tra le ruote, perché noi un anno battevamo ogni giorno, ogni giorno, perché volevamo sapere la verità, cosa era successo a mio figlio, in quattro giorni se lo vengono a prendere e non me lo riportano più!
C’era silenzio totale! Nessuno diceva niente, per loro era impiccagione e basta, a me questa storia dell’impiccagione non mi convince, prima perché mio figlio era tumefatto in viso, poi c’era l’orecchino rotto, i vestiti fatti di sangue, c’è qualcosa che non va e poi messo in isolamento, nessuno ha detto chi gli ha portato il mangiare, cosa aveva pranzato, poi gli orari che non combaciano perché quelli di Piazza Lanza dicono che alle 12,20 mio figlio ancora era vivo, che lo stavano rianimando e l’hanno portato con una macchina privata all’ospedale che si trova a cinque minuti da Piazza Lanza. Invece all’ospedale dicono che già era cadavere, adesso abbiamo cambiato avvocato grazie anche all’Associazione Antigone che ci sta aiutando molto e adesso si sono aperte le inchieste, speriamo che facciano qualcosa.
Hanno riscontrato ematomi nella guancia destra e nella gamba e poi uno, come dicono, quando si impicca doveva avere delle cose sui piedi, sulle mani, invece mio figlio non ce le aveva, le aveva sulla schiena, sul collo non aveva niente, l’hanno pestato nella schiena. Mio figlio non aveva niente a che fare con il carcere, con nessuno, mio figlio era un ragazzo tranquillo.
L’appello è che voglio chiarezza e cosa è successo a mio figlio, in quattro giorni sono venuti a prenderlo e non me l’hanno riportato più, mio figlio era nelle mani dello Stato non era a passeggio!”

Fonte: blog Beppe Grillo, 6 febbraio 2011

Posted: February 28th, 2011
at 12:24am by ironriot

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Categories: repressione

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