Vittorio Arrigoni, il gazawi italiano. L’intervista alla madre Egidia

Il processo agli assassini dell’attivista dell’International Solidarity movement e giornalista freelancer, Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza lo scorso 14 aprile da un gruppo di “salafiti”, è stato rinviato al 20 ottobre.

E’ un processo non facile, perché sull’omicidio e sui presunti assassini le nebbie sono ancora fitte. Delle indagini e delle fasi processuali si sta occupando il tribunale militare di Gaza, in quanto alcuni degli imputati erano membri della formazione militare “Brigate al-Qassam”. L’udienza di settembre era stata rinviata al 3 ottobre perché l’avvocato della difesa aveva dichiarato che le confessioni erano state “estorte”, e dunque non erano valide.

Indagini e processo sono utilizzati da alcuni ambienti e media italiani per dirigere accuse piuttosto gravi verso il governo di Gaza; in certi blog più o meno palesemente vicini al sionismo, invece, delitto e fase processuale sono usati per creare depistaggi e ulteriore confusione sull’identità di mandanti ed esecutori.

In questi mesi, di Vittorio Arrigoni e del processo i nostri giornali e tv mainstream non parlano più. E’ caduto il silenzio. I tanti amici di Vik-Utopia, suo nome di “battaglia”, sempre non-violenta, s’intende, invece non si dimenticano di lui. Il suo nome e il suo motto, divenuto famoso in tutto il mondo – “Restiamo umani” -, si leggono ovunque, in siti, facebook, blog. La Freedom Flotilla 2, quest’estate, a lui è stata intitolata: “Stay human”, appunto.

Nei giorni scorsi, abbiamo intervistato la mamma di Vittorio, per fare il punto della situazione e per farci raccontare il figlio, un eroe-antieroe dei giorni nostri.

Signora Egidia, quali sono le sue aspettative e quelle della sua famiglia nei confronti del processo in corso agli assassini di suo figlio?

“Ci aspettiamo di sapere perché Vittorio è stato ucciso. Perché in quel preciso momento. Sembrava che sapessero che Vittorio stava per lasciare Gaza.

“Il giorno del suo rapimento, apprendemmo che il gruppo che lo teneva prigioniero voleva fare uno scambio con un loro leader in prigione, ma di solito lo scambio negoziale se lo possono permettere realtà con un certo potere. Questi, invece, sembravano degli sprovveduti.

“In ogni caso, a me interessa chi è stato a uccidere mio figlio e perché. Ho speranza che questa verità venga fuori. Non mi lamento per i rinvii del processo, perché qui in Italia non possiamo dar lezione a nessuno: i nostri processi sono lunghissimi. Non ho fretta, do il tempo che ci vuole, ciò che importa è che venga fatta giustizia. Se quelli portati in tribunale in queste settimane sono innocenti, si cerchino altri colpevoli.

Su giornali e in rete si leggono tante ipotesi sull’omicidio di Vittorio. Lei che ne pensa?

“Non faccio ipotesi, mi attengo a ciò che mi dicono da Gaza. Perché il ‘giordano’ attraversò i tunnel appositamente per andare a uccidere mio figlio?

“Mi pongo molti interrogativi, da allora, ma non ho soluzioni. Mi auguro davvero che chi ha condotto le indagini sia andato a fondo e che non abbia trovato un colpevole a caso.

“Vittorio non ha mai frequentato i ‘palazzi di potere’, stava con la gente”.

Le ha mai accennato al fatto che temesse per la propria vita? Aveva l’impressione di dare fastidio a qualcuno?

“Non so se dava fastidio a qualcuno. Non me ne aveva mai parlato. Ultimamente lo avvertivo stanco, ma aveva problemi di salute.

“Non mi pareva che fosse spaventato da Israele: non me ne aveva accennato. Dopo quelle minacce, e dopo i rischi che correva nelle sue attività di sostegno ai palestinesi (uscite in barca a fianco dei pescatori e con i contadini palestinesi nelle bufferzone della Striscia di Gaza, ndr), non mi sembrava avesse timori particolari su attacchi nei suoi confronti. D’altronde, appunto, Israele avrebbe potuto ucciderlo quando voleva, in una di queste azioni in cui Vittorio era a fianco dei palestinesi”.

Qualcuno ha sollevato l’ipotesi che Vittorio possa essere stato ucciso per il suo impegno con i Gybo. Le risulta?

“Non mi sembra che Vittorio ne facesse parte. Certamente avrà visto con gioia il formarsi di quella nuova realtà, poiché condivideva l’ansia di libertà di quei ragazzi che protestavano sull’onda delle rivoluzioni arabe in corso. Ma da qui a dire che questo è stato il motivo che ha mosso la mano dei suoi assassini, ce ne passa… Comunque, lui non me ne aveva mai parlato.

“C’è una nebbia totale sul suo omicidio. Ho fiducia nel tribunale che sta conducendo le indagini.

“Io non punto il dito contro nessuno. Certo che se fosse vera la notizia secondo cui uno degli assassini ha avvicinato Vittorio, ha frequentato la palestra dove lui andava, per poi ucciderlo, sarebbe davvero terribile. Questa è un’ipotesi che mi ha addolorato molto: sapendo quanto Vittorio teneva all’amicizia, pensare che qualcuno abbia potuto tradirlo mi fa molto male”.

Signora Beretta, ci racconti com’era Vik…

“Non è facile per me raccontare mio figlio. Potrei dirle tante cose… Vittorio era Vittorio. Avevamo un rapporto empatico e intenso. Condividevamo le stesse idee e ideali. Me lo diceva spesso, conservo ancora un sms che mi inviò l’8 giugno del 2009, per la mia rielezione a sindaco di Bulciago: ‘Mamma, io qui e tu lì, pur lontani condividiamo le stesse cose. Stiamo seguendo la stessa strada’. Mi diceva che era orgoglioso di me, ed io lo ero di lui.

“Sin da giovanissimo, Vittorio partecipava a campi di lavoro e solidarietà: aveva iniziato con il Perù, a 20 anni. Poi era stato in Africa, nell’Europa dell’Est, in Libano, in Cisgiordania e Gerusalemme, infine a Gaza. Mi raccontava che in Palestina aveva conosciuto la ‘somma di tutte le ingiustizie’.

“Si imbarcò per la Striscia di Gaza a fine luglio del 2008, nella piccola flotta delle barche Liberty e Free Gaza. Ricordo ancora – era un sabato – la sua esplosione di gioia, al telefono, quando vide la costa della Striscia. Da quel momento iniziò la sua vita di gazawi. Ma era stato il Libano, nel 2007, e il racconto di un vecchio profugo palestinese, a convincerlo che il suo posto era a fianco dei palestinesi”.

Temeva per la sua vita?

“Mi hanno chiesto se rimpiango le scelte che Vittorio aveva fatto, se vorrei tornare indietro nel tempo ed evitare tutto quanto… Vittorio si è nutrito di ciò che sentiva in famiglia, di ciò che noi facevamo, e poi ha scelto, mettendoci del suo.

“No, non rimpiango nulla. Soffro molto, certo, ma non posso che dire: Vittorio hai fatto bene a seguire la tua strada.

“Mio figlio ha contribuito a influenzare positivamente, a rendere consapevoli tante persone. La sua è stata un’esistenza straordinaria. Non so se gli piacerebbe sapere che è considerato un modello, un eroe, lui era umile. Certamente ha scosso le coscienze.

“Non so come definire mio figlio, se non come un uomo che ha capito che non poteva fare a meno di fare ciò che ha fatto”.

E’ di oggi la notizia riportata dalla sorella di Vittorio, Alessandra Arrigoni: “Il Premio Paolo Borsellino per l’impegno sociale e civile sarà da quest’anno e per il futuro intitolato alla memoria di Vittorio Arrigoni, per il suo costante impegno in favore della giustizia, e consegnato sabato 29 ottobre a Pineto (TE) a Egidia Beretta, la mamma di Vittorio”.

di Angela Lano

Fonte: InfoPal, 4 ottobre 2011

Posted: October 10th, 2011
at 12:55pm by ironriot

Tagged with , , , ,


Categories: palestina

Comments: No comments