DI GUERRE E DISTRUZIONI DI TERRITORI

da Voce Libertaria

Benché si possa parlare di guerre economiche (…) o di aspetti economici, religiosi, ideologici, razziali, etc., di una guerra, l’obiettivo continua a essere lo stesso. E nell’epoca attuale, la volontà che tenta di imporre il capitalismo è distruggere/spopolare e ricostruire/riordinare il territorio conquistato.

Sì, ora le guerre non si accontentano di conquistare un territorio e ricevere il tributo dalla forza vinta. Nella tappa attuale del capitalismo è necessario distruggere il territorio conquistato e spopolarlo, cioè, distruggere il suo tessuto sociale. Parlo dell’annichilimento di tutto quello che dà coesione ad una società. (SULLE GUERRE. Scambio epistolare tra Luis Villoro e il Subcomandante Marcos su Etica e Politica, Gennaio-Febbraio 2011)

Due anni dopo Abraham[1] è ancora in carcere. Da quella mattina d’inizio primavera del 2009, quando ancora il sole faticava a inondare di calore le polverose strade di Pochutla – crocevia per raggiungere le conosciute spiagge “alternative” della costa dello stato di Oaxaca – Abraham Ramirez Vasquez, prigioniero politico della comunità zapoteca di Santiago Xanica, accusato d’omicidio, sequestro e resistenza aggravata[2], come promesso, continua a lottare. Nonostante la sua permanenza, durata un anno e tre mesi, nel carcere di massima sicurezza di Miahuàtlan.

Da allora, Mhesì, il più piccolo e arrembante dei suoi quattro figli, nato alcuni giorni dopo il suo arresto, aveva cominciato a piangere quasi ininterrottamente. Da allora, Luìs il terzo genito, timido e dolce, suo papà non voleva più vederlo. Strappato con forza davanti a un intera famiglia da 40 uomini incappucciati, andava a raggiungere narcotrafficanti e pluriomicidi. Le condizioni di prigionia cambiavano drasticamente: permesso di una sola visita al mese, irregolare, contatti limitatissimi e interruzione di posta e libri. Neppure per questo Abraham si è mai arreso. Consapevole, oggi come allora, che sia la lotta a pagare, la stessa che crea – anche e spesso – dolore e rabbia, abbandoni e solitudini.

Santiago Xanica è un municipio di circa 2800 abitanti a 1240 metri d’altezza situata a varie ore di strada sterrata sulle montagne della Sierra sud zapoteca. Da sempre gestita secondo il tradizionale sistema di “usi e costumi” che non prevede l’intervento di partiti politici, di interessi personali e che si perpetua con un sistema d’elezione aperto e pubblico[3], dove i candidati proposti dall’assemblea garantiscono la continuità e il rispetto delle tradizioni della comunità. Negli ultimi anni con l’entrata in scena dei partiti politici, con i loro interessi d’accumulo e di controllo, una parte importante della comunità è entrata in lotta[4] per il riconoscimento di questo tradizionale sistema di gestione e per smascherare e opporsi agli interessi che portano imprenditori, partiti e affaristi vari a privatizzare ed espropriare le risorse naturali. Prime tra tutte l’acqua che nasce sulle montagne della regione e che da sempre fa gola agli interessi turistici della baia di Huatulco, ricco complesso turistico pensato per le facoltose vacanze occidentali e in costante bisogno del prezioso elemento.

La vera ragione dell’arresto di Abraham sta tutta qui. Sta nella sua irriducibile lotta, ancora prima che si costituisse la APPO e che Oaxaca si dichiarò Comune Autonoma, nel suo continuare a denunciare abusi e soprusi.

Dal 2006, inizio del sessenio di governo di Felipe Calderòn, la guerra al narcotraffico ha causato più di 30.000 morti. Tale strategia, dichiarata dal potere per, presubilmente, combattere il traffico di cocaina proveniente dalla Colombia – che transita in Messico, per infine andare a soddisfare l’enorme richiesta di Stati Uniti ed Europa – ha ormai creato una guerra civile tra bande rivali di narcos, governo, polizia ed esercito messicano, i cui morti si contano soprattutto nella popolazione civile. Quella stessa popolazione che, troppo spesso confrontata con la miseria e l’esclusione, popola le carceri del paese; divisa tra rassegnazione, paura e passività, scegliendo tra la via della criminalità organizzata o quella della ribellione sociale. Abraham, come tanti altri originari dei popoli nativi messicani, si è immerso in questa ultima opzione e, una volta trasferito nei luoghi del massimo disprezzo umano, ci racconta di aver vissuto, lì come altrove, interessanti e impensabili esercizi di solidarietà.

Graciela è di nuovo in attesa di un bambino. Si spera, con dolcezza e determinazione, sia femmina. Nascerà a breve, concepita in una carcere dello Stato, sporco e sovraffollato, in un breve approdo concesso all’amore. Graciela, Chela, nel frattempo continua a sorridere e a lavorare instancabile. Ci narra, senza vittimismo e senza rancore, come Mhesì ora non piange più, che Luìs ha ripreso ad abbracciare suo papà e che, assieme agli altri due figli maggiori Cristòbal e Darwin, ora scendono soli fino a Pochutla per vendere l’artigianato creato dal padre all’interno della prigione.

Strani e impensabili esercizi di solidarietà, dicevamo. Come quando, durante l’arresto di Abraham ferito gravemente a una gamba per un proiettile sparato dalla polizia, scendendo in un’autoambulanza verso l’ospedale di Puerto Escondido, per ben tre volte i militari fermano l’ambulanza per farlo scendere e, si suppone, sequestrarlo. Per ben tre volte il medico incaricato ripeterà la stessa frase: “questa persona è gravemente ferita, è sotto mia custodia e da qua non scenderà!” O come quando, in carcere di massima sicurezza, riceve la solidarietà e la complicità umana di alcuni Z che riconoscono il valore e il rispetto della sua lotta e delle sue rivendicazioni ed entrano pure loro in sciopero della fame. O ancora quando, una volta in ospedale, con la gamba messa molto male e senza nessuna assistenza medica, un poliziotto di una comunità vicino alla sua, in servizio in quel momento, lo avvisa di farsi trasferire in un altro ospedale poichè, gli dice, “il piano del governo è quello di amputarti la gamba per renderti inoffensivo e dare un esempio a tutti quelli che decidono di lottare.”

E’ una guerra implacabile e infinita. La strategia messa in piedi dal governo messicano con la supervisione di quello degli Stati Uniti[5] per combattere il narcotraffico sta dimostrando unicamente l’elevato grado di corruzione e i grandi interessi che le istituzioni messicane e non solo possiedono nella creazione e nell’esportazione quotidiana e ripetuta del concetto di guerra permanente. Una guerra che va distruggendo tutto un tessuto sociale, intere famiglie e un sistema tradizionale comunitario. Che espelle intere popolazioni, privatizza ed espropria risorse per poi riconstuirle e ripopolarle secondo i propri interessi. Nella lucidità di questo disegno perverso, ancora una volta, è la popolazione povera quella che conta giornalemente i propri morti, ancora una volta sono le comunità indigene, i gruppi, le organizzazioni e gli attivisti politici e sociali in resistenza in basso a sinistra a subire la terribile repressione e le continue incarcerazioni, torture e sgomberi.

Il sistema, nella sua complessità e nella sua potenza, rimane fragile.

Una volta – ci racconta Abraham in una delle ultime visite – ho avuto la possibilità di fuga, di andarmene finalmente da questo inferno. La stessa Costituzione messicana, se avviene senza utilizzo di violenza e coercizione, prevede questa “opzione d’usicta”. Nel cambio della guardia, uno dei nuovi secondini, lo scambia per un visitatore e gli dice di muoversi e di mettersi in fila con gli altri ospiti in attesa d’uscire. Lui, consapevole che dentro rimane comunque la sua famiglia in visita, sta al gioco. Si mette in fila e, quando gli domandano il cartellino d’uscita, risponde con una fragorosa risata: – “ma come faccio ad avercelo! Sono 6 anni che sto rinchiuso qua dentro e improvvisamente mi ordinate di mettermi in coda per uscire. Siete forse stufi di sopportarmi?”

Sarà una risata che li seppellirà.

afroditea, 1 aprile 2011, un punto indefinito tra Città del Messico, Pochutla e Santiago Xanica

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[1] Vedi Voce Libertaria no. 9, maggio 2009, articolo “… e continuo a bruciare!”, www.anarca-bolo.ch/vocelibertaria

[2] Abraham è tuttora in attesa della verifica delle prove che il nuovo governatore dello stato di Oaxaca, il “moderato” Gabino Cuè, ha promesso una volta entrato in carica. Tale verifica è fondamentale e proverebbe l’innocenza di Abraham che, al momento dell’uccisione del poliziotto durante un’entrata della polizia nella comunità, si trovava – ferito gravemente a una gamba da vari colpi di pistola esplosi dalle forze dell’ordine – a 1.5 km di distanza dal fatto.

[3] Tale scelta avviene indicando con un trattino su una lavagna, in una pubblica assemblea, la preferenza di un candidato scelto all’interno della stessa assemblea. Il candidato deve diostrare di possedere dei requisiti particolari all’interno della comunità, quali l’aver svolto svariati lavori di pubblico interesse per la comunalità

[4] Vedasi informe di denuncia della Piattaforma la Pirata al blog del Collettivo zapatista Marisol: http://czl.noblogs.org

[5] Vedasi la pubblicazione di Wikyleaks sull’operazione Rapido y Furioso organizzata per far passare dalla frontiera Messico-Stati Uniti grandi quantitativi d’armi, destinate alle bande di narcos, cosi da permettere la loro cattura. Cosa puntualmente non avvenuta….

Fonte: Voce Libertaria, maggio 2011

Posted: aprile 17th, 2011
at 3:14 by ironriot

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Categories: America Latina

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