MTV ITALIA Il primo sciopero nella fabbrica di sogni giovanili

Se fosse sera, potrebbero essere in un locale della movida underground milanese, galleggiando in posa con un cocktail ghiacciato in mano, guardando un gruppetto rock di ultima generazione. Invece no. Adesso hanno un fischietto rosso in mano. Fissano le finestre (chiuse) di un edificio del centro. Sono i lavoratori precari di Mtv Italia, l’emittente «gggiovane» che ha appena confermato fra i suoi vjs… «Cristina la maggiorata del grande fratello».

Tornando ai comuni mortali, inizialmente gli esuberi erano trentaquattro. Ad altre settanta persone l’azienda aveva proposto una «conciliazione», ossia il rinnovo del contratto a progetto purchè rinunciassero al pregresso lavorativo in azienda. Un ricatto a cui i precari non hanno ceduto. Risultato? Fuori tutti. E i trentaquattro, adesso, possono anche scordarsi gli ammmortizzatori sociali.
«Tanto ci hanno chiaramente fatto sapere che al posto nostro prenderanno altri» dice qualcuno, con un’alzata di spalle. Il problema è la pubblicità: finita. Il buco dello scorso anno, secondo i dirigenti, è di 4 milioni di euro. In tal caso però non si spiega il ricatto. Dopo la decisione dell’azienda di tagliare cento persone su trecento, ieri i precari hanno indetto uno sciopero di quattro ore, il primo in 12 anni di Mtv. Hanno organizzato un corteo da piazza Duomo, proprio dove ogni pomeriggio staziona una folla di ragazzini urlanti. Sotto gli studi di «Total request live», il programma di punta di Mtv, aspettano che il divetto del momento si affacci a benedirli. Un rituale che descrive una generazione, quella a cui Mtv detta moda, look e pensiero.
Ieri mattina, sotto alle finestre, c’erano quelli che la trasmissione la fanno. Ogni giorno. Loro stessi, i precari, sono il riflesso speculare di ciò che Mtv promuove. Portano pantaloni larghi, magliette colorate. Hanno tatuaggi e piercing. Insomma, sono cool (e devoti all’azienda). Vi è mai capitato di conoscere un precario che lavora per passione? Disposto a sottostare a ricatti che mai nella vita accetterebbe? E che lo fa perchè ci crede? Invece di essere riconosciuti e apprezzati, spesso quei precari sono ignorati o, peggio, maltrattati.
Così si sentono ora i lavoratori di Mtv. Marta ha trent’anni, bellabrillante-sorridente. Si siede sul marciapiede davanti alla sede di corso Europa. Il corteo è finito. Lavora alla produzione. «Non so cosa potrei fare, davvero. Tutto questo è surreale. Io sono qui da anni. Prima a progetto, poi a tempo determinato. Ma invece di valutare le competenze, ci cacciano con un calcio in culo. A questo lavoro ho dato tanto. Altro che famiglia e figli. Bel risultato».
Una delle cose che i precari continuano a urlare è «Noi Obama non ce l’abbiamo». C’è persino un ragazzo con la maschera di gomma di Obama. Stefano, 23 anni, racconta il perchè: «Già da novembre tirava aria di tagli. Avevamo organizzato un boicottaggio della festa di Natale. Alla fine i dirigenti ci hanno chiesto di porre domande anziché boicottarli. Beh, alle domande non hanno risposto, e in compenso ci siamo sorbiti 20 minuti del discorso di insediamento di Obama». C’è anche la beffa. La campagna «Tocca a noi. Le cose non vanno, cambiamole ora» per rendere i giovani «protagonisti della politica» non ha funzionato granché. Tra le cose da cambiare, si poteva scegliere anche questa: «Trovare un lavoro pagato decentemente, che ti consenta di vivere da solo, di essere autonomo? Essere considerato per quello che vali e meriti? Partecipa alla costruzione di una legge che rappresenti anche le tue idee!». Appunto. Duecentomila voti, per un impegno farsa che Mtv non rispetta neppure a casa sua. «La cosa disarmante – racconta Alberta – è che Obama e i giovani sono balle che hanno raccontato anche a noi lavoratori. Ora è chiaro che tocca a noi solo la disoccupazione. Che schifo».
Al presidio partecipavano anche alcuni lavoratori a tempo indeterminato. Enzo, 34 anni, lavora all’emissione, con altri 15 colleghi manda in onda i programmi 24 ore su 24. La metà sono precari, ma al presidio ci sono tutti: «Non vedo come potremmo continuare con la metà del personale. Dobbiamo difendere i colleghi». A chi sta negli uffici, affacciato alla finestra, i ragazzi urlano «Oggi tocca a noi, ma domani a voi».
Fine delle trasmissioni. Forse non resta altro da fare che dismettere le scenografie patinate e trendy per guardare in faccia la realtà: preoccupazioni, cause di lavoro, ulcere. Prima o poi anche i «gggiovani» crescono, per forza.

Fonte: Il Manifesto, 21 luglio 2009

Posted: July 21st, 2009
at 7:34am by ironriot

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