REPRESSIONE PREVENTIVA

VERSIÓN EN ESPAÑOL

Arrivo dall’aeroporto di Cancun che ormai è già buio, perciò decido di prendere il primo taxi colectivo che incontro. Molta aria condizionata e i troppi pesos pagati per un passaggio in centro mi fanno già rendere conto che il Messico che mi aspetta in questo paradiso caraibico sarà molto diverso da quello che mi aspettavo.
Sconsolata, mi affaccio al finestrino e comincio a vedere posti di blocco. Uno, due, dieci… la quantità di militari lungo la statale per la zona hotelera è paragonabile a un qualunque angolo remoto colombiano.

Arrivata a Cancun mi incammino carica di zaini in cerca di un ostello e lungo le stradine del centro mi accorgo di essere pesantemente scortata da militari con mitraglietta in mano.
La Polizia Federale Preventiva gira per le strade della città in cerca di individui sospetti da carcerare, preventivamente appunto.
I giornali titolano:
COP16: città sotto assedio (NB: agenti e militari sono stati mobilitati dagli altri stati messicani con conseguenti ulteriori spese di trasporti e trasferte);
Preparano dei Robo-cop – Equipaggi antisommossa: oggi arriva l’aereo-spia a controllo remoto (NB: aereo che si eleva a 400 metri di altitudine, affittato agli israeliani per 800mila pesos, circa 60.000 euro);
Arrivano più rinforzi (NB: dei 20 milioni di pesos stanziati per la sicurezza durante il vertice, circa 15mila euro, ne sono stati usati 6 per 200 tenute antisommossa, cinque pattuglie e tre torri di vigilanza che non sanno dove montare perché troppo delicate e difficili da posizionare);
Organizzazioni altermundistas come pericolosi terroristi (NB: sono attesi 10mila manifestanti ‘no global’ facenti parte di organizzazioni di base anche contadine ed indigene. Finora nessuna minaccia pubblica può giustificare una mobilitazione militare così massiccia).

La mattina seguente mi alzo molto presto a causa del fuso orario ed esco a fare colazione con quesadillas y cafè alla tavola calda di fronte il mio ostello. Sfortunatamente, le uniche quattro persone che incontro sono appunto tre poliziotti – mitra alla mano – che decidono di vedere dove vado e mi seguono fin dentro il locale.
In uno slancio di paranoia da potenziale deportata (gli stranieri non possono in nessun caso partecipare a manifestazioni politiche) decido di distrarmi e mi dirigo verso la spiaggia della zona hotelera.

Lo scenario è un’invasione di hotel stile Miami che lascia neanche il ricordo della caraibica striscia di sabbia bianca larga meno di un chilometro con il mare da un lato e la laguna dall’altro.
Da qualche parte avevo letto che fino agli anni ’70 la città di Cancun non esisteva: era infatti un’ area deserta circondata da un mare cristallino non lontana da un piccolo villaggio di pescatori, Porto Juarez. Adesso conta circa 500.000 abitanti ed è una delle località più turistiche del Messico, presa di mira dai tour operator che vendono pacchetti-offerte riversando oltre 2 milioni di turisti all’anno nei numerosi villaggi ed hotel della costa.
Arrivo faticosamente ad uno dei pochi passaggi pubblici verso la spiaggia pubblica per legge, ma praticamente impossibile da raggiungere a meno che non si decida di ‘invadere’ le proprietà private degli hotel affacciati sul mare. Anche qui non manca la ‘scorta’ di divise nere a volte anche a volto coperto (ma con 30 gradi all’ombra ci sarà veramente qualcuno lì sotto?) con le immancabili armi pronte all’uso. Inoltre alcune imbarcazioni militari scrutano la spiaggia in cerca di qualche granello di sabbia fuori posto.
La navigazione in tutta la costa è proibita per le prossime due settimane: pescatori e tour operator perderanno un sacco di soldi che di certo non verranno rimborsati (almeno non ai poveri mortali con un conto in banca sotto il milione di pesos!).

Passo qualche ora a tostarmi sotto il sole leggendo Patagonia Rebelde di Osvaldo Bayer. Sognando ad occhi aperti le avventure di gauchos, bandoleros ed anarchici in sciopero mi chiedo se non avessero ragione a presentarsi armati anche loro.
Ancora una volta la ‘tattica securitaria’ criminalizza chiunque nei prossimi giorni proverà a manifestare il proprio dissenso contro l’ennesima ‘mostrina’ delle Nazioni Unite.
Costi quel che costi.
La repressione preventiva è pur sempre un buon affare.

Posted: December 1st, 2010
at 8:56am by ironriot


Categories: Ambiente,America Latina,Mobilitazioni,reportage dall'America Latina

Comments: No comments