[MoviengToGaza] QUINTO GIORNO A GAZA

Anche oggi ci svegliamo all’alba per andare ad accompagnare i contadini sui campi per il raccolto insieme ai volontari dell’International Solidarity Movement, Nathan, Johnny e Rosa.

Arrivati a Khuza’a troviamo una troupe della televisione universitaria Book TV, venuta a fare un servizio sugli stranieri che vivono a Gaza e si impegnano per aiutare la popolazione contro le ingiustizie che subiscono e forse grazie alla loro presenza, o al fatto che oggi in Israele è festa, quando i militari israeliani arrivano con le loro jeep sul confine decidono di non sparare e lasciano i contadini lavorare in pace fino alle 10, ora in cui è il sole, troppo cocente, a porre termine al lavoro.

Rientrati a Gaza ancora assonnati Maher, giovane guida gazawi e buon amico, ci porta a visitare il Palestinian Womens Committees Union, un comitato femminile che si occupa di assistere ed educare le donne. Qui abbiamo la fortuna di intervistare Taghriid Jomà la coordinatrice del centro che ci spiega quali sono i vari tipi di problemi con cui le donne si devono confrontare in questa società, come la violenza domestica, psicologica e fisica, in una cultura dominata principalmente dalla figura maschile.

Il lavoro in questi casi consiste principalmente nell’aiutare le donne a raggiungere l’indipendenza economica, molto difficile da ottenere in questa società ed alla base dell’emancipazione culturale.

-”Se le donne non ottengono l’indipendenza economica”, ci dice la coordinatrice, ”non riescono a liberarsi dalle violenze subite in casa dal marito, dai familiari, o dalla società, perché non possono abbandonare tali case. Se una donna decide di abbandonare il marito, la donna verrà abbandonata dalla sua famiglia, tranne casi eccezionali di famiglie con una cultura più modernizzata e meno religiosa; se ci sono dei figli, nella maggiore parte dei casi queste decidono di restare col marito, affrontando anche qualunque tipo di abuso”.

Il centro, combattendo contro la diffidenza e le regole ferree che questa società molto religiosa e conservatrice fa fatica ad abbandonare, si occupa anche di donne recluse nei carceri per motivi politici, le quali hanno bisogno di supporto legale, economico e psicologico, soprattutto se hanno dei figli con se.

Il centro si occupa anche di assistere le donne con labilità psicologiche causate dalla guerra e l’occupazione e di promuovere una maggiore partecipazione attiva delle donne nella vita politica della striscia puntando a dei cambiamenti sociali più profondi, invece scoraggiati dal potere dominante, culturale, politico e religioso.

-”Il governo sostiene che il nostro lavoro sia inutile, perché le donne hanno già i loro diritti e sono scritti nei testi sacri, le famiglie delle donne che vengono qui invece pensano che queste cerchino di rubare dei diritti che non meritano”- continua Taghriid.

Alla fine dell’intervista Taghriid ci mostra i lavori di artigianato che producono le donne del comitato, splendidi ricami tradizionali tra cui spicca una sciarpa nera con ricamata in rosso la faccia del Che Guevara, ci regala dei braccialetti con i colori della Palestina e ci salutiamo per andare con Maher allo Youth Commettees Union, un altro comitato formato dai giovani del PFLP (Popular Front of the Liberation of palestine). Qui facciamo una breve intervista con il presidente che ci parla dei problemi dei giovani senza mai sbilanciarsi troppo. Finalmente ci rilassiamo e possiamo assistere ad una dimostrazione di Dabka, la danza tradizionale palestinese diffusa anche in Libano, Siria ed Iraq, il cui nome significa battere i piedi per terra (dal verbo arabo yadbuk). Questa danza ora è vietata in pubblico alle donne, ovunque tranne che in questo centro, grazie ad un gruppo di giovani che non vogliono perdere il legame con le loro tradizioni e che con vero entusiasmo ci mostrano un bellissimo spettacolo, nonostante la crisi energetica comportasse che non ci fosse elettricità e che la musica venisse riprodotta con un telefono cellulare amplificato con un cono di cartone.

Quando pensiamo che gli incontri siano terminati conosciamo il presidente dell’associazione palestinese dei pescatori un uomo gentile e affabile, molto amico di Vittorio Arrigoni, come tanti qui. Ci racconta la realtà della sua gente, le difficoltà dei pescatori e la miseria alla quale l’occupazione li ha condotti.

-”Tutto quello che senti, se esci in mare, sono gli spari. Israele forza i pescatori a rispettare un limite massimo di 3 miglia dalla costa, ma già quando i pescatori raggiungono le 2,5 miglia gli israeliani cominciano a sparare per scoraggiarli ad arrivare al limite. Questo per i palestinesi significa restare a 2 miglia dalla costa, dove non c’è pesce.

Parliamo di 3500 pescatori, ognuno con famiglie di 5 o 7 persone e Israele, definendo le 3 miglia come un limite di sicurezza, attua in realtà una punizione collettiva sulla povera gente perché come contraddizione permette ai palestinesi di recarsi nelle acque egiziane o israeliane per comprare pesce e tornare a venderlo Gaza. Israele in questo modo forza le famiglie a lasciare il loro mestiere di pescatori e a divenire commercianti di pesce fresco egiziano o surgelato israeliano, spesso proveniente da territori occupati in Israele.

Alle volte i pescatori vengono uccisi o feriti, altre volte le loro barche vengono confiscate, portate in Israele e mai restituite. La tragedia è che i pescatori spesso chiedono dei prestiti per comprare delle barche e dopo pochissimo tempo le perdono assieme al loro lavoro, che culturalmente può essere solo in mare”.-

Siamo a Gaza da 5 giorni e diviene sempre più interessante conoscere le storie della gente, quella più e quella meno povera. Tutti hanno una grande consapevolezza politica e dell’occupazione e la vita di tutti i giorni viene inevitabilmente influenzata dalla presenza dietro al muro dell’esercito israeliano che tiene in scacco tutto, anche i pensieri, la fantasia e la possibilità di esprimersi dei giovani.

MOVIENG TO GAZA

Posted: aprile 27th, 2012
at 10:49 by ironriot


Categories: palestina

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