[MoviengToGaza] SESTO GIORNO A GAZA


Oggi andiamo a conoscere l’università Al Aqsa, che si distingue da quella islamica perchè vengono ammesse persone di differente appartenenza sociale e politica.
Avvicinandoci alla zona universitaria ci rendiamo subito conto che c’è un alto numero di ragazze. Ci spiegheranno poi che oggi è la giornata delle ragazze. Domani sarà quella dei ragazzi. Da due anni l’università qui non è più mista ma dedica tre giorni la settimana agli uomini e tre alle donne.

Questo ovviamente è dato dalle strutture veramente limitate ma, ci spiegherà poi il rettore, anche dalla volontà di rispettare le tradizioni culturali e religiose.
Nessuno ci spiegherà però come mai fino a tre anni fa tali tradizioni non vennero mai prese in considerazione.
All’ingresso del piccolo campus veniamo subito fermati da tre guardie.
Ci spiegheranno che quest’università ha dovuto alzare il livello di sicurezza negli ultimi anni.
Notiamo infatti che è circondata da un muro di cinta altissimo con filo spinato.

Dopo un’intervista col rettore molto formale in cui ci viene spiegato quali sono le principali materie di insegnamento, come vengono organizzate le classi, che borse di studio ci sono e quali possono essere le possibilità per i giovani una volta laureati (pare che la speranza maggiore sia poter andare all’estero a completare gli studi o ad inserirsi nel mondo del lavoro). Ci spiega che la più grande difficoltà per i studenti è la mancanza della elettricità e di petrolio (il generatore dell’università consuma circa 20 litri all’ora ed ora è spento per la crisi energetica). La penuria di petrolio causa spesso anche disagi alla mobilità e molti ragazzi non riescono a raggiungere l’università.
Altro grosso problema è legato al tasso di disoccupazione: non poter trovare un lavoro dopo lo studio, fa disperare i giovani e spesso fa venir voglia di lasciare il paese.
Dopo l’intervista ci dirigiamo verso la mensa.

Appena iniziamo a fare immagini di copertura al cortile ci si avvicina una piccola folla di ragazze velate.

– Come ti chiami?
– Di che televisione siete?
– Da dove venite?

Curiosissime di poter incontrare stranieri e di avere contatto con gente così strana e diversa rispetto a loro, queste ragazzine hanno una gran voglia di parlare, confrontarsi e raccontarci come vivono a Gaza.

– Noi vogliamo sposare un palestinese perché hanno le nostre stesse abitudini e tradizioni.
– Non mi tolgo il velo se non con mio padre, mio fratello e quando lo avrò mio marito. Non voglio scoprire il mio volto ed il mio corpo a chi non conosco.

Tutte queste ragazze vorranno poi una mail o un contatto per poter vedere le loro immagini sul web: sempre di più ci convinciamo che alcuni costumi qui vengano rispettati nella vita ‘reale’ ma che nella vita ‘virtuale’, dove siamo liberi e libere di metterci in gioco, alcuni tabù sociali siano già stati da lungo tempo superati.
Appena proviamo a fare qualche domanda di politica ci viene detto che loro preferiscono non rispondere, ma poi qualcosa esce:

– Si, le prossime elezioni ci saranno. Non sappiamo quando, ma sicuramente ci saranno.

Intervistiamo poi anche un ragazzo circa ventitreenne, responsabile dei rapporti con gli internazionali in visita all’università.
Lui ci risponde in modo molto blando e formale. Per lui la situazione politica a Gaza è democraticamente rispettata. Non sa quando ci saranno le prossime elezioni, ma chi ora governa Gaza è stato scelto dal popolo.

Dopo l’università andiamo al El Nahde, uno dei centri giovanili dove i ragazzi di Gaza possono incontrarsi, fare attività insieme, conoscersi.
In questo centro, ci spiega Youthy il coordinatore del posto, viene supportato un centro medico, e promosse attività di vario genere come workshops, corsi di arte inglese, tematiche politiche, sociali e culturali.
In generale l’idea è quella di coltivare i giovani talenti di Gaza, come i due ragazzi che si fanno chiamare Sound from the Street e che alla fine della nostra visita ci cantano due pezzi rap scritti da loro:

– Questo è uno studio di registrazione che stiamo costruendo con le nostre forze e materiale di recupero.

Ci racconta un altro responsabile del centro passeggiando fra i cartoni delle uova e i barattoli di vernice.

– Posti come questo sono molto importanti qui a Gaza. Servono a far capire ai ragazzi che, anche se la realtà in cui sono cresciuti è molto dura, il loro futuro se lo devono creare da soli, coltivando le loro capacità e le loro aspirazioni. Questo è quello che libererà Gaza e il popolo palestinese. I ragazzi sono il nostro futuro.

Ce ne andiamo dal centro felici di aver incontrato molti ragazzi e ragazze che ci hanno spiegato le diverse sfaccettature del mondo giovanile, così complesso e pieno di contraddizioni.
Come ci hanno detto i ragazzi sono il futuro di questo paese e noi in loro riponiamo le speranze di una nuova Palestina.

Posted: aprile 29th, 2012
at 12:33 by ironriot

Tagged with , ,


Categories: palestina

Comments: No comments