GLI EROI AFRICANI D’ITALIA

Roberto Saviano, The New York Times, Stati Uniti

Quando ero adolescente, nelle zone dove sono cresciuto, i ragazzini sparavano in testa ai cani. Era un modo per prendere confidenza con le armi, per sfogare la propria rabbia contro degli esseri viventi. Ora sembra che ci si alleni con bersagli umani.
Il mese scorso a Rosarno è scoppiata una rivolta degli immigrati africani, dopo che due di loro erano stati colpiti alle gambe con un fucile ad aria compressa. Si è parlato di scontro tra immigrati e italiani, ma in realtà è stata una rivolta contro la ’ndrangheta, la potente mafia calabrese.
Chiunque lo neghi non conosce questi luoghi dove ogni cosa – lavoro, salari, distribuzione delle case – è decisa dalle organizzazioni criminali. La rivolta di Rosarno è stata la seconda degli ultimi anni contro la criminalità organizzata italiana.

La prima era avvenuta nel 2008 a Castelvolturno, vicino Napoli, dove un comando di killer della camorra aveva ucciso sei ragazzi africani innocenti. Quella strage voleva essere un messaggio di intimidazione terroristica, invece ha innescato la rabbia degli immigrati. A Castelvolturno il lavoro si trova soprattutto nei cantieri, a Rosarno si va a raccogliere le arance, ma in tutti e due i luoghi il controllo mafioso regna su ogni attività economica. E gli unici che hanno avuto il coraggio di ribellarsi alle organizzazioni criminali sono stati gli africani.
Un immigrato che sbarca in Francia o in Gran Bretagna sa che dovrà confrontarsi con regole dure e certe ma anche con diritti reali e certi. In Italia, invece, non è così. La burocrazia e la corruzione costringono gli immigrati a pensare che le uniche garanzie siano i divieti e le regole delle mafie, per le quali non esistono diritti. Le organizzazioni criminali permettono agli immigrati di lavorare nei loro territori perché ci guadagnano.
Li sfruttano, ma al tempo stesso gli lasciano uno spazio per vivere, spesso nelle campagne o nei quartieri abusivi abbandonati, ed evitano che le polizie controllino troppo e li rimpatrino.
Gli africani sono disposti ad accettare una paga da fame, orari di lavoro da schiavi, alloggi peggiori che nelle bidonville perché per arrivare in Italia hanno dato tutto ciò che possedevano. Ma sono venuti per avere una vita migliore e non permetteranno a nessuno di impedirglielo.
Anche alcuni italiani rifiutano le regole delle mafie: c’è chi resiste e chi, disponendo di mezzi e libertà, lascia posti come Rosarno per emigrare a sua volta. Ma gli africani non possono permettersi di andar via. Devono opporsi ai clan. Sanno di dover agire collettivamente perché è l’unico modo che hanno per difendersi. Altrimenti finiscono per farsi ammazzare. È un errore definire criminali i rivoltosi di Rosarno che volevano solo conquistare il diritto di cittadinanza in un posto dove agli stessi cittadini sono rimasti ben pochi diritti. Questa non è stata una rivolta contro la legalità, ma una rivolta per entrare nella legalità.
Naturalmente in Italia ci sono anche mafiosi africani, ma con le mafie locali sono partner nel traffico di cocaina e nessuno li tocca. Le organizzazioni criminali africane stanno guadagnando un grande potere, ma i nuovi schiavi, i neri d’Italia, non sono i loro uomini.

La discriminazione aiuta le mafie
Lo stato italiano deve condannare le rivolte quando sono violente, ma se tratta gli immigrati come criminali, li getterà tra le braccia delle mafie. Dopo i disordini di Rosarno, il governo ha trasferito più di mille immigrati nei centri di detenzione, per la loro stessa sicurezza, dice, e ha distrutto il rudimentale accampamento nel quale molti di loro vivevano. Sono reazioni che spingeranno quegli immigrati a pensare di avere bisogno della protezione delle organizzazioni criminali africane. Per ora, la maggioranza di loro resiste. Sono venuti in Italia per avere una vita migliore, non per diventare mafiosi. Se gli africani di Rosarno fossero stati organizzati sul piano criminale, avrebbero trattato con la mafia calabrese per ottenere condizioni di vita e di lavoro migliori. Non avrebbero scatenato una rivolta.
L’Italia è un paese di emigranti che non riesce a ricordare il meccanismo per il quale proprio la discriminazione subita in paesi come gli Stati Uniti ha permesso che lì si radicasse la mafia.
Stare lontano dai mafiosi era difficilissimo per tanti uomini che non si sentivano protetti e rappresentati da nessun altro, eppure molti italoamericani hanno continuato a farlo. Basta pensare a Joe Petrosino, il capo della polizia di New York assassinato a Palermo nel 1909 perché aveva cercato di sconfiggere la mafia, per ricordare quanto sono costate certe lotte agli italiani onesti.
Gli immigrati arrivano in Italia per fare lavori che gli italiani non vogliono fare, ma anche per difendere diritti che gli italiani hanno paura di difendere. Per questo, da italiano del Sud, consapevole di quanto loro possano fare per il futuro del nostro paese, chiedo a quegli africani: non andate via, non lasciateci soli con le mafie.


by Roberto Saviano, Published by Arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency.


Fonte: Internazionale 29 gennaio, 4 febbraio 2010, N°831

by Roberto Saviano, Published by Arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency.

Fonte: Internazionale 29 gennaio, 4 febbraio 2010, N°831

Posted: febbraio 1st, 2010
at 12:50 by ironriot

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Categories: migranti,Razzismo

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