IL TRIONFO DEI MACETI

Brillano al sole i maceti, nel pieno centro storico di Città del Messico.
Riverberano, tenuti in alto dalle mani delle contadine e dei contadini di San Salvador Atenco e dei paesini circostanti, che formano il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra. Lungo le lame luccicanti si leggono le organizzazioni e gli aneli del popolo: EZLN, FPDT, Libertad!, Viva Atenco…
Sono tanti i maceti, come i pugni che li sostengono, davanti alla Suprema Corte di Giustizia della Nazione.

Sono gli stessi maceti che nel 2001 furono branditi in opposizione al decreto presidenziale d’espropriazione delle terre collettive della zona di Texcoco (Atenco e dintorni) che avrebbero dovuto far posto al nuovo aeroporto internazionale di Città del Messico. Gli stessi maceti che vinsero la polizia ed il governo allora, vennero poi ripresi nel 2006, quando le forze federali, ricercando una vendetta di stato, attaccarono con un pretesto qualsiasi il villaggio di San Salvador Atenco e ne distrussero le case, abusarono sessualmente di decine di donne, arrestarono più di duecento persone e assassinarono il quattordicenne Javier e lo studente Alexis, compagno ventunenne dell’Altra Campagna promossa dall’EZLN.
Adesso osserviamo questi maceti, che quotidianamente vengono usati nei campi coltivati dalle stesse mani callose che oggi li alzano al sole, ondeggiare e svettare sopra le teste del nutrito corteo che esige la liberazione dei dodici prigionieri politici che ancora sono detenuti da quel drammatico maggio del 2006.

Mercoledì 30 giugno 2010, ore 13
: La Suprema Corte, la più alta istanza giudiziaria del Paese, decreta che l’arresto e la detenzione di queste persone è un atto arbitrario e ne ordina l’immediato rilascio.

Sbattono sibillando i maceti fra loro, in un applauso metallico che i contadini intonano, davanti alla porta dell’edificio della Suprema Corte. A terra strisciano velocissime le lame, emettendo un suono graffiante e bellicoso. La folla riunita nella piazza s’abbraccia; un andirivieni costante di compagni e compagne: molti/e di coloro che in quattro anni di lotte, presidi, incontri, campagne, hanno reso possibile il “miracolo”.
Perché questa vittoria ha il sano sapore dei sogni impossibili; infatti quando i tribunali di regime, rispondendo alle specifiche richieste del potere, condannarono il leader morale del FPDT, Ignacio del Valle, a 112 anni e gli altri compagni con pene dai 31 ai 67 anni e mezzo, sembrava inimmaginabile una scarcerazione a breve termine.

Lo scontro era ed è rimasto tutto politico, molto fuori dalle regole burocratiche dei processi giudiziari. Se le sentenze furono dettate dalla classe politica, l’assoluzione è frutto della schiacciante pressione del movimento sociale messicano ed internazionale, della sua straordinaria capacità di tessere alleanze a più livelli, sul territorio e con la società civile. Merito della sua tenace e stoica determinazione, la stessa che per tre anni e tre mesi ha alimentato il presidio permanente dell’Altra Campagna sotto i carceri in cui, finora, erano rinchiusi i prigionieri d’Atenco. E poi, decine di manifestazioni in Messico e nel mondo. Le carovane, i fori, i blocchi stradali, i picchetti…

Quante azioni… quante fotografie di lotta nella memoria, la solidarietà, le lacrime e i dubbi. Quanti falò, quanti turni di guardia, quanti caffé, quanto freddo nelle notti dell’altopiano del Messico centrale. Gli scazzi, le differenze, le fratellanze e le amicizie forgiate nelle lunghissime attese, negli estenuanti bracci di ferro con il potere, fra le lettere dei prigionieri e l’angoscia dei familiari.

Almeno trecento compagn* si dirigono fuori il carcere di massima sicurezza dell’Altiplano mentre un altro centinaio va fuori il penitenziario di Molino de Flores dove sono rinchiusi nove dei dodici prigionieri. Questi nove usciranno all’una di notte. Fuori l’Altiplano, l’attesa va avanti per ore, scavalcando una notte uggiosa. Sembra che Hector, Felipe ed Ignacio non li vogliano far uscire. Dalla felicità irrefrenabile passiamo ad un tediosa attesa. Si cerca di vincere il nervosismo con balli, canti, prove di sicurezza con i cordoni per preparare il ricevimento dei compagni ed ingannare il tempo che scorre lento ed insopportabile.

Ci guardiamo intorno. Stiamo sparsi sul piazzale del parcheggio del penitenziario. Dietro le reti sono schierati una trentina di poliziotti, vestiti di nero, molti con passamontagna ed elmetto. Tutti con fucili di alto calibro. Sono gli aguzzini dei nostri compagni, gli stupratori, gli assassini. Ci guardano come fossimo alieni, incapaci di capire che non ce ne andremo mai finché non abbracceremo Ignacio, Hector e Felipe. Fra di noi c’è gente che ha resistito a decine di mesi di presidio permanente e tendepoli, figuriamoci se ora non siamo in grado di sopportare queste
ultime ore di delirio, tra impennate di freddo e calore, pioggia e sole a picco, il clima contrastante tipico degli altopiani centrali.

Una coppia di vecchietti è il simbolo della resistenza. Lei è fragile, magrissima, avvolta da una tuta rosa e una coperta, il cappello di paglia, un sorriso di due denti e lo sguardo che penetra la storia. Non si stanca, non molla, non abbandona mai la rete divisoria dell’entrata. Aspetta Ignacio come un figlio. E lui, il vecchietto, un albero piantato da tempo immemore nella terra: un occhio sfregiato e l’altro fisso oltre l’ingresso del carcere. Le sue rughe narrano storie di campagna e di battaglie antiche. I capelli bianchi, le mani callose ed enormi in relazione al corpo minuto. Sembra emanare un lontano odore di terra.

Scorriamo lo sguardo e la storia recente del Messico sociale sfila nel grigio parcheggio sotto un’altrettanto grigio cielo: il padre di Alexis, il compagno assassinato ad Atenco, ci sorride spesso. Chissà che dolore immenso nasconde quel sorriso. Poi Gloria e Jacobo, la comandanta Aurora ed il comandante Antonio dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo Insorto, che hanno appena scontato 10 anni di carcere, dei quali otto a Jacobo sono toccati proprio qui, nel campo di sterminio dell’Altiplano. Antonio, dei fratelli Cereso, anche lui “ospite” di questo stesso carcere per più di sette anni con l’accusa di terrorismo, per poi risultare innocente insieme agli altri due fratelli.
Un altro sorriso e cento domande curiose vengono dalla madre di Victor Herrera Govea, rinchiuso dal 2 ottobre del 2009, con accuse scandalosamente false, per il semplice fatto di essere giovane, anarchico e marciare ancora per ricordare la strage di Tlatelolco del ’68.
C’è anche l’operaio e cantante Jorge Salinas, al quale spezzarono entrambe le braccia, in quel maggio terribile. Non è servito a nulla, perché lo vediamo spesso alzare il pugno o imbracciare continuamente la chitarra e cantare. “Ya se mira el horizonte, combatiente zapatista…”

A volte piove. All’improvviso corriamo a ripararci sotto tendoni improvvisati. Un fuoco scalda un pentolone di tè, un po’ di delizioso mole rojo, riso, tacos. Le signore di Atenco e dei villaggi limitrofi non smettono di cucinare neanche sotto l’acqua e le minacce del cielo plumbeo.
Attorno a noi, il carcere, poi distese infinite di fango, erbacce, cani randagi, copertoni tirati al suolo e, lontano, i vulcani.

“Aveva la testa aperta, gli si vedeva il cervello” racconta un compagno mentre ci ripariamo sotto gli ombrelli “il padre era lì con noi e gli teneva la testa; non potevamo salire per chiamare un’ambulanza perché i federali stavano entrando al villaggio, mettendolo a ferro e fuoco”. Siamo quasi una decina sotto tre ombrelli mentre piovono ricordi. “E se fosse uscito a chiamare aiuto, avrebbero scoperto che eravamo almeno una trentina nascosti in quella casa. C’era una tensione insostenibile”. Brividi, rabbia. “Alexis, alla fine, lo portammo all’ospedale in un furgone solo alle cinque di pomeriggio e dalla mattina alle sette stava con la testa aperta, lì fra noi… tanta era la paura che pregammo che non morisse lì, se ci fosse morto fra le mani sapevamo che ci avrebbero accusato a noi d’omicidio”. Alexis non morì quel giorno, si spense dopo un mese di coma.
Un lacrimogeno gli aveva aperto il cranio.

Giovedì 1 luglio 2010, ore 15: La Segreteria della Sicurezza Pubblica dichiara che non usciranno i tre dirigenti del FPDT perché, nonostante la decisione della Suprema Corte, pesano su di loro altri carichi pendenti.

La rabbia e l’impotenza ci assalgono. Fra la gente, stanca fuori le mura, si percepisce come un ruggito. Si rimpugnano i maceti e, un po’ per sfogo e un altro po’ per determinazione, riprendono gli slogan, più incazzati e forti che mai: “Quando il popolo si solleverà, per pane, libertà e terra, tremeranno i potenti, dalla costa alla montagna!”, “Da nord a sud, da est a ovest, libereremo i nostri prigionieri, costi quel che costi”…
Passano le ore. Sempre le stesse facce da burattini dall’altro lato della rete. Dateci i nostri compagni, cazzo. Dateceli! Si fanno le regole a loro piacimento e poi le stracciano ogni volta che gli fa comodo. Lo sappiamo.
Nessuno dei presenti crede nella giustizia di Stato, neanche gli eccellenti difensori legali del Collettivo Avvocati Zapatisti che portano egregiamente avanti la battaglia processuale. Partono denunce e ricorsi in un ultimo tentativo legale di risolvere la faccenda.

Ovviamente, nessuno se ne va.

Poi scende la sera e quando pensavamo di andarcene ad Atenco per discutere il da farsi, giungono buone notizie. Il direttore del penitenziario e il governo federale hanno ceduto: usciranno i compagni.

E’ il delirio. Si formano due cordoni per ricevere ordinatamente Hector, Ignacio e Felipe e per tenere lontani i mezzi d’informazione di regime. Ma quando finalmente, alle dieci di sera – dopo 27 ore di attesa – escono Felipe ed Ignacio ci sembra di surfare in un mare di gente e d’energia. Gli slogan si accavallano furiosi alle grida, ai canti, anche chi sta incordonato salta, s’agita. Una forza incontenibile ci strapazza, ci unisce, ci fa sentire figli della stessa rabbia e della stessa gioia: abbiamo vinto, abbiamo vinto, ABBIAMO VINTO!

Ignacio ha gli occhi sbarrati, esterrefatti. E’ magrissimo. All’apice dell’emozione, la folla in deliro sembra fermarsi per un istante, l’onda umana si blocca a mezz’aria e nell’occhio del ciclone, in un silenzio infinitesimale ed irreale, si fissano Ignacio e la sua sposa Trini, la guerriera. El amor y la lucha. Ignacio scatta ed intona un canto ed un ballo di fronte alla sua bella, una mano dietro la schiena e nell’altra il macete. Saltella al ritmo della ballata che tutti intoniamo. E’ un inno alla vita, alla rivoluzione, all’amore, all’umanità che trionfa sulla logica dello sterminio.

Poi Ignacio si ferma e grida: “LA TERRA NON SI VENDE! SI AMA E SI DIFENDE!”

Andiamo, alle quattro del mattino, ad Atenco, dove centinaia di persone aspettano i loro storici compagni. Sull’autostrada che porta al paese, lì dove quattro anni e ventisei giorni fa i contadini e gli studenti solidali si scontrarono con 3000 poliziotti, c’è di nuovo un’enorme barricata in fiamme. Il fuoco squarcia la notte, sale altissimo e solletica le stelle, mentre ruggiscono i cannoni.
Sì, i cannoni.
Gli stessi che avevamo letto quando T., un compagno svizzero, aveva raccontato in un articolo che un vecchietto li teneva in riserbo per quando fosse uscito Nacho, Ignacio, dalla prigione. Eccoli lì ora, quei cannoni che già difesero il villaggio anticamente oggi sparano e tremano sulla piazza del paese, rimbombando paurosamente nell’alba di un nuovo giorno: la libertà riconquistata, il calore della gente e dei compagni, il sogno di un Messico ed un mondo diverso. Il vecchietto sogghigna soddisfatto e porta a spasso i suoi cannoni come fossero asinelli.

C’è da aggiungere, purtroppo, che America del Valle, figlia di Ignacio e Trini, è ancora rifugiata nell’ambasciata venezuelana e ricercata dal governo. Presto, giurano i compagni, porteremo in festa ad Atenco anche lei. E pare che ogni promessa sia un fatto compiuto, ad Atenco. Dopo nove anni di tremende battaglie campali e legali, controversie, persecuzioni, tre omicidi, stupri, alleanze politiche dal basso, carnevali, presidi e carovane, bisogna riconoscere che l’aeroporto che volle il presidente Vincente Fox ancora non esiste e che i compagni che il potere voleva sotterrare con centinaia di anni di galera sono di nuovo nel villaggio, abbracciati dai loro cari e con lo stesso obiettivo di sempre in testa: la difesa della terra e – semplicemente – la rivoluzione.

Ce ne andiamo, stanchissimi. E’ spuntato il giorno e mentre ci allontaniamo vediamo nella piazza del villaggio i maceti ballare al ritmo zompettante delle contadine e dei contadini del villaggio. Sarà la stanchezza, sarà l’atmosfera magica e rara della vittoria, sarà il misticismo che permea le lotte sociali in America Latina, però scorgiamo nelle curve delle lame un gran sorriso.

Sono i maceti che ammiccano, contenti per il trionfo.

Un compagno del Nodo Solidale

Venerdì 2 luglio 2010

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Posted: luglio 5th, 2010
at 11:27 by ironriot

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