In visita ai prigionieri politici in Chiapas

La lucha es como un circulo. Se puede empezar en cualquier punto, pero nunca termina.
(Viejo Antonio)

Sono emozionati il profe Patishtan, Rosario, Alfredo e gli altri membri de La Voz del Amate mentre guardano con ferma ammirazione la kefiah del popolo palestinese omaggiata loro da un’attivista che appoggia il Coordinamento dei Comitati Popolari della Palestina. Stringendola forte nelle mani, chiedono come la indossano “quelli dell’Intifada palestinese”. E, con un gesto che rompe argini e confini, contraccambiano il regalo togliendosi i cappellini autoprodotti con scritto “CHE” e “EZLN” che destineranno a Abdallah Abu Rahma, militante palestinese, ed a Jonathan Pollak, anarchico israeliano, entrambi detenuti nelle carceri israeliane per aver combattuto il regime sionista.

La Voz del Amate è un collettivo politico che nasce nel 2006 all’interno del carcere del Amate, appunto, e che aderisce alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e all’Atra Campagna dell’EZLN. Da subito comincia a lottare a difesa dei diritti degli indigeni incarcerati, diventando “la voce dei senza voce che si presta a dire la verità”. Si organizzano direttamente all’interno delle carceri, adesso nel Cereso nro 5 Los Llanos di San Cristobal, facendo autoformazione, corsi, controinformazione e creando gli strumenti teorici e spirituali per la liberazione e per la difesa dei prigionieri politici indigeni. Il fondatore del gruppo è il profe Alberto Patishtan, maestro indigeno tzotzil originario della comunità El Bosque, condannato a 60 anni di prigione per omicidio di 6 poliziotti. Lui è stato l’unico prigioniero della Voz del Amate a non essere stato rimesso in libertà dopo i 41 giorni di sciopero della fame nel 2008, una lotta accompagnata da una vasta mobilitazione sociale ha permesso la scarcerazione di 12 membri de La Voz del Amate e di un centinaio di altri detenuti. “Ci vogliono zitti e isolati, incapaci di organizzarci e di far valere i nostri diritti. Ma qui dentro impariamo a camminare e da qui parte – meglio riparte – una nuova lotta per la nostra liberazione. Sappiamo che non siamo soli e noi non ci arrenderemo!” afferma Alberto.

La lunga giornata al carcere comincia il mattino presto con l’acquisto di tamales, panetti di mais cotti al vapore, da portare a los presos politicos della Voz del Amate (grazie al contatto consolidato dal lavoro cominciato mesi fa dal Gruppo “No estamos tod*s”) per l’incontro organizzato da Nodo Solidale di Roma, Nomads Bologna e Collettivo Zapatista di Lugano, con l’ulteriore presenza di una attivista che vive in Palestina e di una compagna francese del Comitè Chiapas di Parigi, per condividere e diffondere lotte, resistenze, sogni e dignità.

Una giornata intensa di ammiccamenti e tenerezze, di volti, gesti e sorrisi che scardinano la durezza del carcere, accarezzandosi con speranze e determinazioni che, forse, troppo spesso fuori dimentichiamo.

Gli occhi si fanno attenti quando la compagna palestinese narra di un popolo occupato e segregato, dei circa 6000 prigionieri politici palestinesi, delle loro lotte, della loro capacità di creare legami e forze comuni, della determinazione nello spezzare da dentro le differenze fra le organizzazioni che neppure quelli fuori sono in grado di scavalcare. L’interesse diventa fiamma viva nel sapere come si organizzano questi “palestinesi”, come lottano, come sopravvivono. E non solo in Palestina, perché anche in Europa – vogliamo far sapere – sono troppi quelli che sono incarcerati unicamente per avere un colore di pelle differente, per il fatto di venire da altri paesi e da altre culture. Così come ora accade nei centri di detenzione per migranti nella Francia della libertè, ègalitè et fraternitè e nell’Italia della lunga storia migrante. Ma anche in Europa, come in Chiapas e in Palestina avvengono le rivolte, come nel caso di Vincennes in Francia quando il centro di detenzione venne totalmente bruciato dall’interno e come nel caso delle decine di ribellioni e devastazioni che avvengono nei CIE italiani.

“Siendo el 5 de noviembre del ano 2010, diez para la siete de la mañana me declaro en huelga de hambre”. Comincia con queste parole e un cartello affisso alle sbarre della propria cella lo sciopero della fame durato 31 giorni di Alfredo Lopez Jimenez, prigioniero politico dei Solidarios de La Voz del Amate. Alfredo, portavoce di una protesta che rivendica una migliore qualità del cibo, immangiabile e sempre scaduto, viene dapprima minacciato e poi buttato in una cella di punizione. Racconta che in quel momento non vede altra soluzione che mettersi in “huelga de hambre”. Uno sciopero portato avanti al principio da solo, poi si aggiungono altri tre detenuti in digiuno solidale. Quando i secondini partono per i pestaggi punitivi contro i ribelli, insorge tutta la popolazione del carcere di Tonalà. Anche se picchiati selvaggiamente, Alfredo e i suoi compagni, ottengono il trasferimento a Los Llanos, dove si ricongiungono al grosso del collettivo La Voz del Amate. E, secchi e malconci, dimostrano che una lotta si porta avanti anche fino alle estreme conseguenze.

Sono prevalentemente indigeni, poveri ed innocenti la maggior parte dei detenuti in Chiapas. Troppo spesso indicati come capro espiatorio per risolvere delitti, omicidi, sequestri e traffici rimasti senza colpevoli, coloro che andranno a scontare lunghe pene di detenzione per reati non commessi, vivono nella povertà estrema. Improvvisamente la loro vita cambia e spesso senza avvocati, senza conoscere bene la lingua spagnola e i loro diritti, si ritrovano in carcere senza neppure capire il perché. Pedro Lopez Jimenez, racconta che dopo l’arresto l’hanno torturato: sacco di plastica in testa, sommergibile (testa infilata in un secchio d’acqua) ed infine scosse elettriche sui testicoli, la picana. Tutto ciò affinché confessasse un sequestro. Pedro, ricorda, che non sapeva che significasse “sequestro” in spagnolo, l’unica cosa che sapeva era che lui non aveva fatto niente. Adesso deve scontare 37 anni per quello stupro e quel sequestro confessati a scariche elettriche.

Nello stesso caso, sono rimasti incarcerati Alfredo, la sua sposa Rosa (e il loro pargoletto di due anni, concepito in carcere) e un altro cugino, adesso trasferito a Motozintla, insieme ad un altro solidario de La Voz del Amate, nel tentativo dell’autorità di frammentare il gruppo.

Di fatto si tratta di una forma estrema di colonialismo subita ancora una volta dai popoli indigeni per il solo fatto di essere tali e di non avere risorse economiche con cui pagare la scarcerazione al corrotto apparato giudiziario messicano. Ironia della sorte o paradosso del sistema, vuole che sarà poi il carcere a trasformare le coscienze, diventando un vero e proprio laboratorio di formazione politica che permetterà a uomini e donne senza speranze di crescere, educarsi e conoscere il senso profondo della lotta e della resistenza.

Il profe Patishtan ne diventa un po’ il simbolo riconosciuto, capace d’infondere speranza, dignità, rabbia. E pazienza, quella storicamente conosciuta dai popoli originari che da più di 500 anni vivono sotto il razzismo e i soprusi costanti della Conquista. La stessa pazienza che permette loro di organizzarsi, di aspettare senza fretta, di saper, ancora una volta ingoiare, per poi colpire ancora più forte, là dove ancora più duole, dove il potere non se lo aspetta. Come dimostrò l’insurrezione armata zapatista, diciassette anni fa.

“C’è molta gente che guarda ma non vede, c’è molta gente che sente ma non ascolta. Noi qui impariamo a vedere e ad ascoltare. E a lottare. Per riconoscere da dove vengono lo sfruttamento e l’ingiustizia. La nostra vita diventa una lotta e nella nostra lotta viviamo. Perché l’essenziale è lottare poco importa se fuori o dentro, ma lottare.”

Le condizioni all’interno del carcere Los Llanos non sono semplici: da 10 a 15 detenuti per una cella di tre metri per quattro: 3 file di letti sovrapposti e uno spazio nel cunicolo senza nessuna possibilità di movimento. Carcere sovraffollato (600 persone per 300 posti), quasi nessun accesso al lavoro, cibo costantemente scaduto e di cattiva qualità, con i detenuti che passano la maggior parte del loro tempo costruendo amache, borsette e braccialetti nel grande cortile esterno sotto il sole invernale chiapaneco. Pure La Voz del Amate produce i suoi oggetti artigianali, prodotti cooperativamente e con i cui piccoli guadagni sopravvivono tutti, solidarios compresi.

Gli affronti nel penitenziario sono quotidiani. Le donne che arrivano per le visite vengono perquisite subendo a volte violenza fisica e maltrattamenti, un’immagine che richiama ai check point in Palestina, finendo troppo spesso in lacrime. “Non una singola lacrima bisogna versare per queste violenze – ci dice con rabbia Alfredo – perché non si meritano neanche una lacrima nostra”. E le lacrime – dure – sono le stesse, ma forse diverse, di quelle che i nipoti di Rosario versano chiedendogli del perché delle sua assenza, del perché preferisce restare là rinchiuso che tornare a casa, lasciando da sola la nonna. Rosario si nutre di questa rabbia, lui che è un indigeno tzotzil condannato a 45 anni per l’omicidio di una persona che non ha mai visto.

E poi le storie forti, tratteggiate con poche parole, di Andres Nuñez, di Alejandro Diaz Santiz, di Josè Diaz Lopez, indigeni catturati nelle montagne della resistenza zapatista, che ci comunicano tutta la loro fermezza più con silenzi e sguardi che con lunghi discorsi. Sguardi e gesti profondi, neri, atavici. L’indignazione per lo scontare pene per delitti mai commessi, da giudici che condannano in una lingua che non conoscono, quella degli invasori.

In questa giornata d’immensa dignità, dove le regine rimangono comunque pinches reinas, anche se di soli scacchi si tratta – e qui abbiamo modo di verificare come una partita di scacchi sia utile esercizio di strategia – la kefiah offerta diventa il simbolo di resistenza, non più solamente di un popolo, ma di una fratellanza nelle lotte e nella dignità. Una lotta condotta dall’interno che ci porta ancor di più a pensare come le moderne strutture d’isolamento e punizione vadano abbattute giorno dopo giorno, pietra su pietra e muro su muro.

Dai presos messicani a quelli palestinesi, dai migranti rinchiusi nella frontiera Europa ai nostri compagni sequestrati in Svizzera, a Roma e in Europa per le lotte politiche, prendiamo la forza per immaginare una sola grande ribellione che abbatterà qualsiasi gabbia e frontiera e che, facendosi totale, romperà ogni forma di colonialismo, di povertà e di razzismo.

Ni un paso atras! Non un passo indietro!

Nodo Solidale, Collettivo Zapatista di Lugano, Nomads di Xm24

Posted: gennaio 22nd, 2011
at 11:29 by ironriot

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Categories: America Latina,reportage dall'America Latina

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