Intervista a Carlos Lopez “Chivo”

Pubblicato il 4 ottobre da Radio Regeneracion.

Un paio di settimane fa ci siamo scritti con Carlos che ha risposto alle nostre domande.

Ciao compagno, come stai?

-Sono tranquillo senza che questo voglia dire che sono caduto nella rassegnazione che provoca l’accettare la realtà dell’incarceramento e la passività di essere un prigioniero, uno fra tanti. Fisicamente sto bene, faccio un pò di ginnastica che è fondamentale per non cadere in inutili depressioni, anzi credo che la ginnastica possa controllare alcune frustrazioni represse; mi aiuta a farmi sentire meglio e inoltre mi fa rafforzare il corpo e camminare con sicurezza dentro una gabbia per animali dove uno non sa mai quello che può succedere. El “pescar” un infezione intestinale è qualcosa di normalissimo qua dentro, dovuta al “rancho” (cibo collettivo) che danno a noi prigionieri che in alcuni casi fa schifo e ha un brutto aspetto mentre in altre non si riconosce nemmeno di cosa si tratta, nè dall’odore, nè alla vista. E questa fa sì che io, da buon mangiatore di “rancho”, sappia da dove provengono tali infezioni che vengono di tanto in tanto.

Allo stesso modo, l’acqua potabile da bere non è molto buona nonostante ci siano due filtri di purificazione che sicuramente servono a filtrare l’acqua però il risultato non è dei migliori. L’acqua del rubinetto è sporca e credo che dipenda dalla zona in cui siamo (Iztapalapa) dove esce cosi dappertutto, a parte il fatto che – evidentemente – per l’istituzione noi prigionieri valiamo molto poco e non si preoccupano per l’igiene delle tinozze. Così è dalla combinazione di cibo e acqua che si producono le infezioni che dicevo.

Parallelamente a questo, la sinusite che mi si è sviluppata qui dentro è anch’essa molesta e, anche se grazie ai compagni e compagne che mi hanno appoggiato con le medicine non sia tanto frequente, il malessere è molto forte quando ti si tappano le vie nasali accompagnato da terribili mal di testa. Non si può pensare nemmeno di andare di andare in infermeria, perchè hanno una etica della condotta del tipo “ti visitiamo solo se arrivi mezzo morto o con i soldi in mano”, o, al contrario, l’attesa suole essere lunga. In un’occasione in cui andai al C.O.C. medico affinchè mi dessero dell’acido folico che non aveva nulla a che fare con la sinusite, la tipa con cui parlai fu pessima! E bene, è così che sto: fisicamente quasi sempre bene, con qualche calo delle difese, però cercando di restare forte. Devo dire che quando ricevo visite, siano esse da parte della famiglia o dei compagni, e mi portano del cibo molto buono, mi fanno felici, infatti mi piace mangiare e – senza argomentare nulla – già ho smesso di essere vegetariano.

Raccontaci, come è avvenuto il cambio di procura?

– La questione della procura è stata un cumulo di sorprese e trattamenti nefasti che abbiamo ricevuto dall’amministrazione e dai poliziotti federali sia io che Fallon e Amelie. Approfittando dello spazio, farò un piccolo resoconto da quando ci trovavamo nella Procura Generale della Repubblica (PGR) fino a che ci siamo trovati sotto procura federale.

Qualche ora prima che ci notificassero il cambio alla suddetta corte – quando eravamo ancora nella PGR Camarones – mi tirano fuori dalla cella per notificarmi qualcosa che ora non ricordo; fu lì dove vidi con i miei propri occhi tre biglietti aerei, due per le compagne direzione carcere di Nayarit e uno per me a Matamoros.

Ovviamente ci avrebbero trasferito a questi carceri federali allo scopo di processarci per i reati di: sabotaggio, terrorismo e deliquenza organizzata per cui ci volevano accusare in quel momento. Un’ora prima di portarci all’HANGLAR della PGR verso destini incerti, mi portano davanti il pubblico ministero e mi chiedono di parlare urgentemente con l’avvocato.

Visto che non riuscì a parlare con lui, mi notificarono che sarei stato trasferito insieme alle compagne alla “casa de arraigo federale di massima sicurezza” per continuare le indagini. Successivamente lo notificarono anche alle compagne Amelie e Fallon, alle quali io dissi che era una buona notizia perchè, in qualche modo, saremmo rimasti assieme.

Qui c’è da chiarire che nonostante la decisione fu presa da un giudice non ci siamo mai trovati di fronte a lui; fatto che a noi non importò dato che si tratta di un’autorità.

Il viaggio dalla PGR fino al tribunale fu ridicolo. Ci misero – tutti e tre – in un furgoncino con attorno sei poliziotti federali. Tutti loro portavano armi di grosso calibro tipo AK47 e altre che non ho riconosciuto e ci seguivano varie pattuglie, tutte con le sirene accese.

Poco prima di arrivare al tribunale federale il tipo che mi stava di fianco mi cominciò a “ringhiare” aggressivamente cose del tipo: “già vi abbiamo consentito molto, vedessi la voglia che ho di spaccarti la faccia e se non lo faccio è perchè sei con le canadesi e per ora abbiamo ordine di consegnarvi senza colpirvi” (immagino che fosse così perchè il governo messicano è un leccapiedi del governo canadese e non volevano avere problemi) “però se fosse stato per lui ci avrebbe fatti sparire senza che nessuno se ne accorgesse”.

Mentirei se dicessi che non ebbi una gran paura in quel momento. Cosa ti può passare per la testa in quel frangente?

Al momento di arrivare al tribunale ci fecero scendere in mezzo a uno spiegamento di forze degno di ricevere il più terribile narcotrafficante messicano. Chiusero due grosse corsie della strada e sparando in aria (per quello che ho potuto sentire) i porci formarono una specie di cordone affinchè noi, “i super terroristi” passassimo senza che nessuno tentasse di liberarci.

Ricordo che entrando nell’area della perquisizione mi misero al muro e, di spalle a tutto il personale che si trovava lì, mi chiesero di togliermi i vestiti – sempre con lo stupido ordine di dire “sissignore, nossignore” – e cominciò l’umiliazione delle flessioni e di mostrare il culo a tutti i lì presenti.
Fortunatamente alle compagne non hanno chiesto la stessa cosa, infatti per quanto ricordo furono perquisite in privato da una poliziotta.

Dopo la perquisa, mi chiesero a che cartello (del narcotraffico) appartenevo, se a quello della famiglia michoacana, al cartello del golfo, di Sinaloa, ai Zetas e non so che altri, per sapere dove mi avrebbero messo; gli risposi solamente con la testa bassa, le mani indietro e un “nossignore, non appartengo a nessun cartello signore”, so che era una forma stupida di rispondere, però era l’unica in quel momento.

Una volta dentro, mi risultò indignante l’accorgermi di vari casi di persone sotto indagine, alle quali con violenza e violando le loro presunte garanzie individuali, la polizia obbligò – mediante tortura fisica e psicologica – ad accettare accuse di cui loro stessi non sapevano nulla, tutto allo scopo di inventargli reati.

Ricordo il caso di una donna che fu picchiata e a cui diedero scariche elettriche sulla vagina affinchè accettasse le accuse che le facevano, per cui fu obbligata a cedere firmando così una lunga condanna al carcere.

Nonostante dentro il carcere non ci furono botte, era abbastanza frustrante passare tutto il giorno rinchiusi. Disponevamo solo di 10 minuti circa tra un pasto e l’altro e poi ci rinchiudevano di nuovo. Sempre sotto lo sguardo delle videocamere onnipresenti e del personale della ormai estinta AFI (Agenzia Federale Investigativa).

Era difficile non essere osservati ogni momento in quello che facevamo. A mò di aneddoto, in una occasione riuscimmo a far entrare una biro (cosa proibita) e così ho potuto scrivere la mia seconda lettera. Gli sbirri perquisirono in due occasioni la mia cella ma non riuscirono a trovare la penna, cosa che li faceva schiumare di rabbia mentre noi tre ci mandavamo solo sguardi di scherno e complicità.

Alla fine non poterono sostenere il loro teatrino del “terrorismo” e ci lasciarono in libertà rispetto ai reati federali per poi spostare il nostro caso al tribunale comune.

(Reclusorio Oriente)
Che trattamento hai ricevuto al Reclusorio Oriente?

Il reclusorio Oriente è uno dei carceri più popolati, almeno qui a Città del Messico, con più di 14 mila reclusi e, a quanto ne so, uno dei più pericolosi.

Nel complesso dove mi trovo recluso siamo circa 800 persone distribuite in più di 40 celle, cioè una media di 17-20 reclusi per cella.In altri dormitori o complessi arrivano ad esserci anche più reclusi in ogni cella, questo ci fa capire il sovraffollamento, tenendo conto che ogni cella dal mio punto di vista è disegnata per sole 6 persone.

Bene, cito questa “nota” statistica solo per cercare di rispondere alla domanda di “come trattano alcuni detenuti in un carcere del genere?” e la risposta è, di semplice conseguenza, maltrattati.

E, trattandosi di un carcere, ovvero di un progetto di addomesticazione e alienazione diretto a tutti quegli individui che non accettano le norme e le regole di una società malata di robot telecomandati e manipolati, non ci si può aspettare altro che questo: maltrattamenti.

Così come c’è chi e’ arrivato a pensare che”le parole si fanno capire con le botte”, c’è anche chi ancora pensa e crede che un ”delinquente” si vada a rigenerare in un luogo dove riceve solo maltrattamenti.

Essi vengono con i loro programmi di reinserimento dove si cerca che il recluso si prepari, studi e dia valore a quello che ha lasciato fuori; però la realtà qui dentro è molto distante da questo, al pari dei suoi progetti di riabilitazione esiste la violenza del sistema, la droga, le dinamiche dei “banditi del potere”, la graduale degradazione dell’individualità e l’odio e il rancore che inconsciamente si va formando in ogni persona sequestrata.

Io da qui mi sono sempre posto come un anarchico in lotta, questa cosa sicuramente mi ha portato dei problemi, pero non più che a qualsiasi altro recluso, come ho precedentemente detto, per le istituzioni noi carcerati siamo la feccia e l’ostacolo della società e “meritiamo” essere trattati in quanto tali: come il peggio e nella peggior maniera.

Ci sono molti detenuti che dicono che il carcere prima era peggiore mentre ora è “puro divertimento”, quasi accettando la situazione attuale, questa posizione continua a farmi schifo, perché è precisamente questo che lo Stato cerca; che ci adeguiamo a questo “piatto di miseria” quando potremmo esigere molto di più: la nostra libertà.

Disgraziatamente, come in qualunque carcere/ società l’individuo non agisce fino al momento in cui vede in pericolo i suoi interessi; è il caso che ora abbiamo vissuto quando, essendo stato assassinato un agente di custodia e vedendo che durante i colloqui continuavano ad entrare cose “proibite” per i reclusi (droga, armi etc..), l’istituzione carceraria ha deciso che fossero tolte le “cabañas” (piccole stanzette create con le lenzuola usate nel maggiore dei casi per avere incontri sessuali tra i reclusi e le persone in visita) volendo in questo modo castigare i reclusi e determinando una grossa entrata economica per alcuni “gruppi” di detenuti; è allora che vedendo in pericolo i loro interessi questi detenuti, adesso si, si incazzano con l’istituzione fino ad organizzarsi per impedirlo. E’ solo un esempio di ciò che intendo dire.

Cosa puoi dirci della tua situazione giuridica?

Sono finite le ricerche investigative ed ora siamo in dirittura di arrivo; sia per il tribunale comune che per quello federale. Lo spettacolo circense si è concluso nella sua prima fase. Ora, se ben ricordo, i risultati della sentenza e della condanna arriveranno entro due mesi.

Ed è qui che, secondo me, inizierà la seconda fase che è l’appello con difesa e ricorso. Sempre secondo me, il caso verrà depositato e cercheranno di tenerci ancora un po’.

Odio il carcere e non voglio rimanere qui, ma questo stato del cazzo a tutti i costi deve cercare di trovare la colpevolezza dell’imputato. Vado avanti con lo slogan “né colpevole né innocente,” e non mi interessa quello che dicono le leggi, voglio solo che questo sequestro innaturale e ritenzione terminano quanto prima.

Ricordo che io non sono l’unico processato, ma ci sono anche le compagne Amalie e Fallon, quindi ci sono punti che non toccherò per rispetto loro. Quello che posso dire apertamente è che non sarò mai in silenzio e mai farò la parte della vittima, indipendentemente da quello per cui sono accusato, mi dichiaro nemico dello Stato e per questo mi batterò il più possibile.

Ho notato una serie di incongruenze nel processo, alcuni tentativi di fare una montatura con false dichiarazioni da parte della polizia che ci accusa, e in particolare quelli che accusano direttamente me, visto che in gran parte della documentazione si riferiscono solo a me; immagino che è più comodo per loro concentrarsi su un unico imputato che su tre, in più penso che nel loro modo strategico (quello della polizia) cercheranno di trovare tutte le prove di una mia colpevolezza e, successivamente, faranno i collegamenti con le mie compagne giusto per fare un lavoro perfetto.

C’è molto da dire ma, ancora una volta ripeto, che non lo farò per rispetto delle mie compagne Amelie e Fallon, dato che non le vedo personalmente da un po’ di tempo.

Com’è il tuo stato d’animo?

Avrei pensato che rispondere a questa domanda sarebbe stata una cosa facile e semplice, ma non è così. Ovviamente devo essere molto forte e convinto in questo che ora mi tocca vivere, e soprattutto so che non sono solo in questo.

Ho potuto constatare e vivere in prima persona il cameratismo e il grande sostegno di molte persone, tra cui alcuni familiari e molti compagni di idee e di lotta, che non si sono spostati di un dito in questi 8 mesi di reclusione, e sono ancora lì con loro solidarietà e il loro amore, senza chiedere nulla in cambio, incondizionatamente.

Ma non tutto è rose e fiori, non tutto è dolcezza, perché la privazione della libertà comporta molte cose e spesso sei pervaso dalla tristezza e dalla malinconia.

L’umore diventa variabile, come fuori, ma con la differenza che qui dentro c’è lo svantaggio che se sei triste non puoi andare a trovare il miglior amico o un familiare, o andare al bar a bere una birra e ascoltare musica o anche andare in un parco per passeggiare tra gli alberi per rianimarsi.

Qui dentro è diverso. Se ti prende la tristezza devi affrontarla con le tue forze, che a volte ti possono abbandonare; afferrarti ai ricordi, o se questo non è sufficiente, puoi andare al telefono e fare qualche telefonata.

Ma si vorrebbe andare oltre, vorresti vedere i tuoi, abbracciarli, stare seduto accanto a loro a parlare guardandoli negli occhi, insieme a creare, cospirare, sognare, scherzare, baciare, tra le altre cose.

Ma non è possibile. I colloqui mi fanno molto bene, e sempre mi emozionano e mi fanno sentire vivo in un campo di morte.

Anche la lettura mi dà la vita, le lettere, i volantini e le manifestazioni di solidarietà dei compagni.

Così di umore sto “bene”, anche se talvolta in qualche occasione momentanea mi sento “male”. Ma per ora è così, questa è la vita.

E ‘molto difficile riconoscere la tristezza perché di solito “si” cerca di dimostrare a se stesso che si è molto forti e si può può andare avanti facilmente, ma non è così, perché come esseri umani abbiamo sentimenti e emozioni, ed è necessario riconoscerle e viverle.

Tradotto da RadioAzione e PKT

 

Posted: ottobre 9th, 2014
at 7:32 by prox

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Categories: Anarchismo,lotta anticarceraria,musica

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