Le/Gli zapatisti e L’Altra: i pedoni della storia

Introduzione e Prima Parte: Le Strade alla Sesta

Introduzione

Questo scritto è pensato e rivolto in particolare alle/agli aderenti alla Sesta e all’Altra Campagna. E, ovviamente, a chi simpatizza con il nostro movimento.

Quelle che qui presentiamo sono una parte delle riflessioni e conclusioni condivise tra alcune persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. Seguendo il nostro “modo” nell’Altra Campagna, per prima cosa abbiamo ascoltato la parola di quest@ compagn@ e poi abbiamo presentato la nostra analisi e conclusione.

La Commissione Sesta dell’EZLN è stata attenta alle opinioni e proposte di una parte de@ compagn@ dell’Altra Campagna, con riferimento alla cosiddetta “crisi post-elettorale”, alle mobilitazioni in diversi punti del paese (in particolare a Oaxaca con la APPO e nel DF con AMLO) e all’Altra Campagna. In lettere, verbali riunioni ed assemblee, nella pagina elettronica, in alcuni casi nelle loro posizioni pubbliche ed in incontri personali e di gruppo, alcun@ aderenti si sono espressi su questi punti.

Per parte del mese di luglio e per tutto il mese di agosto la Commissione Sesta dell’EZLN ha sostenuto riunioni multilaterali con alcun@ compagn@ aderenti di 19 stati della repubblica: D.F., Stato di México, Morelos, Michoacán, Querétaro, Tlaxcala, Puebla, Veracruz, Oaxaca, Guerrero, Jalisco, Hidalgo, Zacatecas, Nuevo León, San Luis Potosí, Colima, Nayarit, Guanajuato e Aguascalientes.

Oltre che con organizzazioni politiche e sociali presenti in diverse parti del paese, e con le/i nostr@ compagn@ del Congresso Nazionale Indigeno.

Sulla base delle nostre limitate possibilità abbiamo tenuto queste riunioni in locali de@ compagn@ dell’Altra a Città del Messico e negli stati di Morelos, Michoacán, Querétaro, Tlaxcala e Puebla.

Non è stato possibile né auspicabile per noi parlare direttamente con tutt@ le/gli aderenti. Questo ha dato luogo, in alcune parti, al fatto che ci accusassero di “escludere” alcun@. A questo proposito diciamo che nell’Altra Campagna è a cura di ogni gruppo, collettivo, organizzazione o persona, decidere con chi si riunisce dell’Altra, quando, come e con quale agenda. Facendo uso di questo diritto la Commissione Sesta dell’EZLN ha ascoltato e parlato con chi ha accettato il nostro invito.

Tuttavia, anche se si è trattato di riunioni private, i nostri progetti non sono stati né sono segreti. A chi gentilmente ci ha ascoltato, abbiamo chiesto quindi di trasmettere il nostro pensiero come Commissione Sesta dell’EZLN alle/agli altr@ compagn@ dei loro stati ed unità organizzative di lavoro. Alcun@ di loro, con nobiltà, hanno acconsentito e l’hanno fatto compiutamente. Altr@ ne hanno approfittato per aggiungere le loro valutazioni come se fossero dell’EZLN o hanno corretto di proposito la loro “relazione” per fornire una versione tendenziosa di quanto proposto in quelle riunioni.

Gli argomenti di quelle riunioni sono stati i seguenti.

La situazione nazionale in alto, in particolare la questione elettorale.

La situazione nazionale in basso, tra la gente che non è dell’Altra.

La situazione dell’Altra Campagna.

La proposta dell’EZLN su “che succede?” con L’Altra Campagna.

Alcune delle riflessioni de@ compagn@ con i quali ci siamo riuniti le incorporiamo ora nel nostro pensiero, nella nostra riflessione e nella conclusione. Tuttavia, è necessario chiarire che quanto comunichiamo ora, e proponiamo, a tutt@ le/i nostr@ compagn@ della Sesta e dell’Altra è responsabilità unica della Commissione Sesta dell’EZLN, ed è come organizzazione aderente all’Altra che lo facciamo.

A chi si è sentito escluso o emarginato vanno le nostre scuse sincere e la nostra preghiera di comprensione.

Per informazione, presentiamo un breve riassunto di quanto accaduto all’interno dell’EZLN e sfociato nella Sesta Dichiarazione, il nostro bilancio (che non vuole essere Il Bilancio) ad un anno dalla Sesta e dall’Altra, la nostra analisi e posizione su quello che succede in alto e la nostra proposta per i successivi passi dell’Altra.

Quello che qui presentiamo è già stato discusso, nelle sue linee generali, con le/i comandant@ del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno dell’EZLN, quindi rappresenta non solo la posizione della Commissione Sesta ma quella della direzione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Saluti

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Settembre 2006

Gli Zapatisti e L’Altra: i pedoni della storia

Settembre 2006

Prima Parte: Le Strade alla Sesta

In maniera sintetica, visto che abbiamo già abbondato su questo argomento, esponiamo il processo, interno all’EZLN, che precede la Sesta Dichiarazione:

1 – Il tradimento della classe politica messicana e la sua decomposizione – Alla fine di aprile del 2001, dopo la Marcia del Colore della Terra e l’appoggio di milioni di persone, del Messico e del mondo, alla causa del riconoscimento costituzionale dei diritti e della cultura indigeni, la classe politica nel suo insieme approvò una controriforma. Di questo abbiamo già diffusamente parlato, ora segnaliamo solo la cosa fondamentale: i tre principali partiti politici nazionali, PRI, PAN e PRD, voltarono le spalle alla giusta rivendicazione degli indigeni e ci hanno tradito.

Qualcosa, allora, si ruppe definitivamente.

Questo fatto (che accuratamente “dimentica” chi rimprovera le nostre critiche alla classe politica nel suo insieme) è stato fondamentale per i passi successivi dell’EZLN, tanto nell’ambito interno che esterno. A partire da lì, l’EZLN esegue una valutazione di quello che è stata la sua proposta, la strada che ha seguito e le possibili cause di quel tradimento.

Per mezzo di analisi pubbliche e private, l’EZLN ha definito il modello socioeconomico dominante in Messico come NEOLIBERALE. Ha dichiarato che una delle sue caratteristiche è la distruzione dello Stato-Nazione, che comprende, tra altre cose, la decomposizione degli attori politici, dei loro rapporti di dominio e dei loro “modi”.

L’EZLN aveva creduto, fino ad allora, che esistesse una certa sensibilità in alcuni settori della classe politica, in particolare in quelli che si raggruppavano intorno alla figura di Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano (dentro e fuori del PRD); e che fosse possibile, con mobilitazioni ed in alleanza con questo settore, strappare ai governanti il riconoscimento dei nostri diritti come popoli indios. Per questo, buona parte delle azioni pubbliche esterne dell’EZLN erano state destinate all’interlocuzione con quella classe politica, al dialogo ed al negoziato col governo federale.

Pensavamo che i politici in alto avrebbero capito e soddisfatto un’istanza che era costata un’insurrezione armata ed il sangue dei messicani; che questo avrebbe avviato il processo di dialogo e negoziato col governo federale verso una conclusione soddisfacente; che così avremmo potuto “uscire” a fare politica civile e pacifica; che con il riconoscimento costituzionale si sarebbe tesa una “copertura giuridica” per i processi di autonomia che stanno avvenendo in varie parti del Messico indio; e che si sarebbe rafforzata la via del dialogo e del negoziato come alternativa per la soluzione dei conflitti.

Ci siamo sbagliati.

La classe politica nel suo insieme è stata avara, vile, spregevole… e stupida. La decisione che presero allora i tre principali partiti politici, PRI, PAN e PRD, dimostrò che le presunte differenze tra loro non sono altro che simulazioni. La “geometria” della politica dell’alto era impazzita. Non c’era né sinistra, né centro, né destra. Solamente una banda di ladri legalizzati… e pieni di cinismo sui media in prima serata.

Non sappiamo se ci eravamo sbagliati fin dall’inizio, se già nel 1994 (quando l’EZLN opta per le iniziative civili e pacifiche) la decomposizione della classe politica fosse già in atto (e se il cosiddetto “neocardenismo” fosse solo una nostalgia dell’88); o se in quei 7 anni il Potere aveva accelerato il processo di putrefazione dei politici professionisti.

Dal 1994 persone e gruppi dell’allora chiamata “società civile”, si erano avvicinati a noi per dirci che il neocardenismo era onesto, coerente ed un alleato naturale di tutte le lotte popolari, non solo di quella neozapatista. Crediamo che nella maggioranza dei casi quella gente lo fece con buone intenzioni.

La posizione dell’attuale impiegato di Vicente Fox, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, e di suo figlio, il patetico Lázaro Cárdenas Batel (oggi governatore di un Michoacán controllato dal narcotraffico) rispetto alla controriforma indigena è già nota. Per mano del poi brillante coordinatore della campagna di AMLO, Jesús Ortega, i senatori perredisti votarono una legge che fu poi denunciata essere una farsa perfino da organizzazioni indigene anti-zapatiste. Si confermarono così le parole di un vecchio militante di sinistra: “Il generale Cárdenas è morto nel 1988”. I deputati del PRD, da parte loro, nella camera bassa approvarono una serie di leggi secondarie e regolamenti che hanno consolidato il tradimento.

Ricordiamo solo che quando abbiamo denunciato pubblicamente questo comportamento del neocardenismo, siamo stati attaccati (caricature comprese) dagli stessi che ora dicono che, in effetti, Cárdenas è un traditore (ma adesso per non aver appoggiato López Obrador). Chiaro, una cosa è tradire qualche indios ed una cosa molto diversa è tradire il LEADER. Allora ci dissero “settari”, “marginali” e che “attaccando” Cárdenas “gli zapatisti facevano il gioco della destra”. Ricordate? Ed ora l’ingegnere vuole fare il “sinistroso” e critica AMLO… mentre lavora per l’inquilino di Los Pinos nella commissione per i festeggiamenti del bicentenario dell’indipendenza.

Dopo questo tradimento, non potevamo far finta che non fosse successo niente (non siamo perredisti). Con l’obiettivo della legge indigena avevamo intavolato il processo di dialogo e negoziato col governo federale e raggiunto accordi, avevamo costruito un’interlocuzione con la classe politica ed avevamo chiamato la gente (in Messico e nel mondo) a mobilitarsi con noi per questa istanza.

Nel nostro errore abbiamo trascinato molta gente.

Non più. Il passo seguente dell’EZLN non solo non sarebbe stato fatto per parlare ed ascoltare quelli in alto, ma per affrontarli… radicalmente. Cioè, il passo seguente dell’EZLN sarebbe andato contro tutti i politici.

2 – Lotta armata o iniziativa civile e pacifica? – Dopo il rifiuto della Corte Suprema di Giustizia della Nazione delle proteste e del disaccordo di molte comunità indigene per la controriforma, alcuni intellettuali (vari dei quali poi ci avrebbero rimproverato il mancato appoggio ad AMLO ed al PRD nella lotta per la poltrona presidenziale) invitarono implicitamente alla violenza. Parola più, parola meno, dissero che agli indigeni non restava oramai altra strada (si vedano le dichiarazioni e gli editoriali di quei giorni -settembre e ottobre del 2002-). Qualcuno di loro, oggi brillante “intellettuale organico” del movimento post-elettorale di López Obrador, accelerò la decisione della Corte Suprema di Giustizia e scrisse che all’EZLN rimanevano solo due strade: o rinegoziare col governo o sollevarsi di nuovo in armi.

Le soluzioni che si prospettano in alto (e che fanno proprie alcuni intellettuali “di sinistra”) sono false. È stato guardando dentro di noi che abbiamo deciso di non fare né una cosa né l’altra.

Allora, potevamo scegliere per la ripresa dei combattimenti. Non solo avevamo la capacità militare per farlo, ma contavamo anche sulla legittimità per farlo. Ma l’azione militare è una tipica azione escludente, il miglior esempio di settarismo. A favore di questa sono coloro che possiedono gli strumenti, la conoscenza, le condizioni fisiche e mentali, e la disposizione non solo a morire, ma pure ad uccidere. Noi siamo ricorsi a questa perché, come avevamo detto allora, non ci avevano lasciato altra strada.

Inoltre, nel 1994 avevamo preso l’impegno di insistere per la strada civile. Non col governo, ma con “la gente”, con la “società civile” che non solo appoggiava la nostra causa, ma che per 7 anni aveva partecipato anche direttamente alle nostre iniziative. Queste iniziative sono stati spazi di partecipazione di tutt@, senza altra esclusione che la disonestà ed il crimine.

Secondo la nostra valutazione, avevamo un impegno con questa gente. Cosicché il nostro passo seguente, abbiamo pensato, doveva essere anche un’iniziativa civile e pacifica.

3 – La lezione delle iniziative precedenti: guardare in basso – Mentre la classe politica, nel 2001, convertiva in legge il suo tradimento, nelle comunità zapatiste la delegazione che aveva partecipato alla cosiddetta “Marcia del Colore della Terra” informava. Contrariamente a quanto si possa pensare, la relazione non si riferiva in primo luogo a quello di cui si era parlato ed ascoltato con e da politici, dirigenti, artisti, scienziati ed intellettuali, ma a quello che avevamo visto ed ascoltato dal Messico del basso.

E la valutazione che avevamo presentato concordava con quella che avevano fatto i 5.000 delegati della consultazione del 1999 e quelli della Marcia dei 1.111 nel 1997. C’era un settore della popolazione che ci interpellava che ci diceva “vi stiamo appoggiando sulla questione delle richieste indigene, ma, e per noi?”. E questo settore era, ed è formato da contadini, operai, impiegati, donne, giovani. Soprattutto donne e giovani, di tutti i colori ma con la stessa storia di umiliazione, abuso, sfruttamento e repressione.

No, non abbiamo letto che chiedessero di sollevarsi in armi. Neppure che aspettassero un leader, una guida, un capo, un “raggio di speranza”. No, abbiamo letto e compreso che aspettavano che lottassimo insieme a loro per le loro specifiche richieste, così come loro lottavano insieme a noi per le nostre. Abbiamo letto e capito che quella gente voleva un altro modo di organizzarsi, di fare politica, di lottare.

La “partenza” dei 1.111 e dei 5.000 aveva significato “aprire” ancora di più il nostro ascolto ed il nostro sguardo, perché quest@ compagn@ avevano visto ed ascoltato, DIRETTAMENTE E SENZA INTERMEDIARI chi sta in basso. Non solo la condizione di vita di persone, famiglie, gruppi, collettivi ed organizzazioni, anche la loro decisione di lotta, la loro storia, il loro “sono questo”, “sono qua”. Ed era gente che non aveva mai potuto visitare le nostre comunità, che non conosceva direttamente il nostro processo, che sapeva di noi solo quello che la nostra parola aveva narrato loro. E non era gente che era stata sul palco delle diverse iniziative nelle quali le/i neozapatist@ facevano contatto diretto con le/i cittadin@.

Era gente umile e semplice che nessuno ascoltava, e che dovevamo ascoltare… per imparare, per farci compagn@. Il nostro passo seguente doveva servire ad avere un contatto diretto con quella gente. E se prima era stato per parlare e farci ascoltare, ora doveva essere per ascoltarli/e. E non per rapportarci con loro in una congiuntura, ma a lungo termine, come compagn@.

Ci siamo accorti anche che la delegazione zapatista, quando “usciva” per qualche iniziativa, veniva “isolata” da un gruppo di persone: quelli che organizzavano, quelli che decidevano quando, dove e con chi. Non giudichiamo se erano buone o cattive persone, lo stiamo solo segnalando. Pertanto, nell’iniziativa successiva si doveva riuscire a “scoprire” quegli “isolamenti” fin dall’inizio, per evitarli più avanti.

Inoltre, volenti o no, le “uscite” dell’EZLN avevano privilegiato l’interlocuzione con un settore della popolazione: la classe media istruita, intellettuali, artisti, scienziati, leader sociali e politici. Dovendo scegliere, nella nuova iniziativa dovevamo scegliere tra quel settore o quello dei più diseredati. E, se dovevamo scegliere, lo avremmo fatto per quest@, quell@ in basso, e per costruire uno spazio per incontrarci con loro.

4 – Il “prezzo” di essere coerente – Ogni conclusione che facevamo nell’analisi interna ci portava ad una definizione, e questa ad una nuova conclusione. Secondo il nostro modo, non potevamo invitare la gente ad un’iniziativa senza dire chiaramente quello che pensavamo e dove volevamo andare. Se pensavamo che con la classe politica non c’era niente da fare, niente con quelli in alto, dovevamo dirlo. Dovevamo fare una critica frontale e radicale di TUTTA la classe politica, senza distinzione (mentre prima avevamo distinto Cárdenas del PRD), fornendo i nostri argomenti e le nostre ragioni. Cioè, raccontare alla gente quello che si era rotto.

Abbiamo allora pensato (e, come si sarebbe visto dopo, non ci siamo sbagliati) che il settore che prima aveva seguito Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, avrebbe poi “dimenticato” le azioni legislative e di governo del PRD, le incorporazioni di ex-priisti, i flirt col potere dei soldi, le repressioni e le aggressioni di governi perredisti ai movimenti popolari fuori della sua orbita, il silenzio complice di López Obrador di fronte al voto perredista al Senato contro gli Accordi di San Andrés ed avrebbe proclamato AMLO nuovo leader. Di López Obrador parleremo più avanti, per adesso diremo solo che sarebbe stato incluso nella critica e, c’era d’aspettarselo, questo avrebbe molestato ed allontanato quel settore che era stato vicino al neozapatismo.

Questo settore, formato principalmente, ma non solo, da intellettuali, artisti, scienziati e leader sociali, che comprendeva anche quella che chiamano “la base sociale perredista” e molta gente che, senza essere iscritta o simpatizzante del PRD, pensa che c’era o c’è qualcosa di riscattabile nella classe politica messicana. E tutta questa gente, insieme a molta altra che non sottoscriveva né sottoscrive le analisi e posizioni del PRD, aveva formato una specie di “scudo” intorno alle comunità indigene zapatiste. Si era mobilitata ogni volta che avevamo subito un’aggressione… ma non quando l’aggressione proveniva dal PRD.

La critica e la distanza rispetto ad AMLO ed a chi riteneva e ritiene valida la sua alternativa dall’alto, sarebbe stata considerata una critica a loro. Ergo, non solo avrebbero smesso di appoggiarci, ma ci avrebbero anche attaccato. Così è successo.

Tra le “vittorie” di coloro che dall’università, dalle scienze, dall’arte, dal mondo della cultura e dell’informazione, appoggiano incondizionatamente ed acriticamente López Obrador (ed ostentano intolleranza e dispotismo… anche senza essere al governo) ce n’è una che è passata inosservata: sono riusciti dove non sono riusciti il denaro, le pressioni e le minacce, cioè, sono riusciti a chiudere i pochi spazi pubblici che davano un posto alla parola dell’EZLN. Per prima cosa hanno mentito, poi tergiversato e calunniato, poi messo in un angolo ed infine, eliminato la nostra parola. Ora hanno campo libero per fare eco stridente (previa pubblicazione) di quello che dice e contraddice AMLO, senza che niente e nessuno faccia loro ombra.

Ma il prezzo non sarebbe stato solo politico… anche militare. Cioè, lo “scudo” avrebbe smesso di essere tale e la possibilità di un attacco militare contro l’EZLN sarebbe stato sempre più attraente per i potenti. L’aggressione sarebbe arrivata vestita di verde oliva, blu, tricolore… o, com’è successo, giallo (il governo perredista di Zinacantán, Chiapas, attaccò con le armi una mobilitazione pacifica di basi di appoggio zapatiste il 10 aprile 2004, ed i paramilitari gialli formarono dopo, patrocinati dal PRD, le prime “reti cittadine di appoggio ad AMLO” -un’altra “dimenticanza” di chi rimproverava e rimprovera all’EZLN di non aver appoggiato il perredista-).

Allora decidiamo di separare l’organizzazione politico-militare dalla struttura civile delle comunità. Questa era una necessità urgente. L’ingerenza della struttura politico-militare nelle comunità si era trasformata da impulso in un ostacolo. Era il momento di farsi da parte e non disturbare. Ma non si trattava solo di evitare che il processo che le comunità zapatiste avevano costruito (con contributo, ingegno e creatività propri) venisse distrutto contemporaneamente all’EZLN o intralciato da questo. Si sarebbe, cioè, cercato di fare in modo che il prezzo della critica alla classe politica fosse “pagato” solo dall’EZLN e, preferibilmente, dal suo capo militare e portavoce.

Ma non solo. Nel caso in cui le comunità zapatiste avessero deciso di compiere il passo che l’EZLN riteneva necessario, urgente e conseguente, dovevamo essere pronti a sopravvivere ad un attacco. Per questo, tempo dopo, la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona sarebbe stata lanciata con un’allerta rossa, e bisognava prepararsi, per anni, per questa.

5 – Anticapitalista e di sinistra – Ma la conclusione principale alla quale siamo arrivati nella nostra valutazione non aveva a che vedere con questi aspetti, diciamo, tattici, ma con qualcosa di fondamentale: il responsabile del nostro dolore, delle ingiustizie, del disprezzo, dei soprusi e dei colpi con i quali viviamo, è un sistema economico, politico, sociale ed ideologico: il sistema capitalista. Il passo successivo del neozapatismo doveva segnalare chiaramente il responsabile, non solo del vilipendio dei diritti e della cultura indigena, ma del vilipendio dei diritti e dello sfruttamento della grande maggioranza della popolazione in Messico. Cioè, avrebbe dovuto essere un’iniziativa anti-sistemica. Prima di ora, benché tendenzialmente tutte le iniziative dell’EZLN fossero anti-sistemiche, non era segnalato chiaramente. La mobilitazione intorno a diritti e cultura indigena era avvenuta dentro il sistema, perfino con l’intenzione di costruire interlocuzione ed uno spazio giuridico dentro la legalità.

Definire il capitalismo come il responsabile ed il nemico portava con sé un’altra conclusione: dovevamo andar oltre alla lotta indigena. Non solo nelle dichiarazioni e nei propositi, ma anche nell’organizzazione.

C’era bisogno, c’è bisogno, abbiamo pensato, pensiamo, di un movimento che unisca le lotte contro il sistema che ci deruba, ci sfrutta, ci reprime e ci disprezza in quanto indigeni. E non solo noi come indigeni, ma milioni che non sono indigeni: operai, contadini, impiegati, piccoli commercianti, ambulanti, lavoratrici e lavoratori del sesso, disoccupati, emigranti, sottoccupati, lavoratrici e lavoratori della strada, omosessuali, lesbiche, trans, donne, giovani, bambin@ ed anzian@.

Nella storia della vita pubblica dell’EZLN avevamo conosciuto altre organizzazioni e popoli indios e ci eravamo rapportati con loro con successo. Il Congresso Nazionale Indigeno ci aveva permesso non solo di conoscere ed imparare dalle lotte e processi di autonomia che i popoli indios stavano portando avanti, avevamo anche imparato a rapportarci a loro con rispetto.

Ma avevamo conosciuto anche organizzazioni, collettivi e gruppi politici e culturali con una caratteristica chiaramente anticapitalista e di sinistra. Nei loro riguardi avevamo mantenuto un atteggiamento di sfiducia, distanza e scetticismo. Il rapporto era stato, soprattutto, un continuo non incontro… da entrambe le parti.

Riconoscendo il sistema capitalista come responsabile del dolore indigeno, l’EZLN doveva ammettere che non solo a noi procurava quel dolore. C’erano, ci sono, quest@ altr@ che abbiamo incontrato durante tutti questi 12 anni. Riconoscere la loro esistenza era riconoscere la loro storia. Ovvero, nessuna di quelle organizzazioni, gruppi e collettivi era “nato” con l’EZLN, né su suo esempio, né alla sua ombra, né sotto la sua copertura. Erano, sono, raggruppamenti con una storia propria di lotta ed una propria dignità. Un’iniziativa antisistema capitalista doveva non solo prenderli in considerazione, ma prevedere un rapporto onesto con loro, cioè un rapporto rispettoso.

Le/i compagne/i del Congresso Nazionale Indigeno ci avevano insegnato che riconoscere storie, modi ed ambiti è la base per il rispetto. Cosicché abbiamo pensato che fosse possibile proporre questo ad altre organizzazioni, gruppi e collettivi anticapitalisti. La nuova iniziativa doveva proporsi la costruzione di coincidenze ed alleanze con quest@ altr@, senza che ciò significasse unità organica o egemonia né da parte loro né da parte dell’EZLN.

6 – Guardare in alto… quello che non si dice – Come avanzava là in alto la lotta per la poltrona presidenziale, era sempre più chiaro per noi che non si toccava il punto fondamentale: il modello economico. Ovvero, il sistema che subiamo in quanto popoli indios e come messicane/i, non veniva affrontato da nessuna proposta di coloro che stavano disputandosi l’alto, né dal PRI, né dal PAN, né dal PRD.

Come è stato segnalato, non solo da noi, la proposta presuntamente di “sinistra” (quella del PRD in generale e quella di AMLO in particolare) non era né è tale. Era ed è un progetto di amministrazione della crisi, che assicura profitti ai grandi proprietari e controlla lo scontento sociale con aiuti economici, cooptazione di dirigenti e di movimenti, minacce e repressione. Dall’arrivo di Cárdenas Solórzano al governo della capitale, poi con Rosario Robles e dopo con López Obrador ed Alejandro Encinas, Città del Messico era ed è governata come lo era con il PRI, ma ora sotto la bandiera del PRD. È cambiato il partito ma non la politica.

Ma AMLO aveva, ed ha, quello che nessuno dei suoi predecessori aveva: carisma e capacità. Se prima Cárdenas aveva usato il governo della città come trampolino di lancio per la presidenza, così anche López Obrador, ma con maggiore perizia e fortuna dell’ingegnere. Il governo di Vicente Fox, con le sue scempiaggini, è diventato il principale promotore e pubblicista della candidatura del perredista. Secondo le nostre valutazioni, AMLO avrebbe vinto le elezioni a presidente della Repubblica.

E non ci siamo sbagliati. López Obrador ha ottenuto il maggior numero di voti tra coloro che si sono disputati la presidenza. Anche se non con l’ampiezza prevista, il suo vantaggio era chiaro e decisivo.

Dove ci siamo sbagliati è stato nel pensare che il ricorso alla frode elettorale fosse ormai cosa del passato. Di questo parleremo più avanti.

Proseguendo con la nostra analisi, l’arrivo di AMLO e della sua squadra (formata da veri salinisti sfacciati o svergognati, oltre ad una turba di persone vili e subdole) alla presidenza della Repubblica avrebbe significato l’arrivo di un governo che, ammantato di sinistra, avrebbe agito come un governo di destra (tale e quale come fece, e fa, nel governo del DF). Inoltre, sarebbe arrivato con legittimità, simpatia e popolarità. Ma niente di essenziale del modello economico sarebbe stato toccato. Nelle parole di AMLO e della sua squadra: “le politiche macroeconomiche si manterranno”.

Come quasi nessuno dice, le “politiche macroeconomiche” significano aumento di sfruttamento, distruzione della previdenza sociale, precarizzazione del lavoro, esproprio di terre ejidali e comunali, aumento dell’emigrazione negli Stati Uniti, distruzione della storia e della cultura, repressione dello scontento popolare… e privatizzazione del petrolio, dell’industria elettrica e della totalità delle risorse naturali (che, nel discorso lopezobradorista, si mascherano di “coinvestimento”).

La politica “sociale” (gli “analisti” sostenitori di AMLO “dimenticano”, un’altra volta, le grandi similitudini con quella “solidarietà” di Carlos Salinas de Gortari – “l’innominabile” rinomato nella squadra di López Obrador) della proposta perredista, ci dicevano, sarebbe stata possibile riducendo la spesa dell’apparato governativo ed eliminando, (sic!) la corruzione. Il risparmio ottenuto sarebbe servito ad aiutare i settori “più vulnerabili” (anziani e madri nubili) e per appoggiare le scienze, la cultura e l’arte.

Abbiamo quindi pensato: vince AMLO la presidenza con legittimità e l’appoggio dei grandi imprenditori, oltre al sostegno incondizionato dell’intellighenzia progressista; prosegue il processo di distruzione della nostra Patria (ma con l’alibi di essere una distruzione “di sinistra”) e qualsiasi opposizione o resistenza sarà classificata come “promossa dalla destra, al servizio della destra, settaria, ultra, infantile, alleata di Martha Sahagún (allora era Martita che “suonava” come precandidata del PAN -dopo l’etichetta dirà “alleata di Calderón”-) e bla, bla, bla”, repressa (come il movimento studentesco del 1999-2000, il popolo di San Salvador Atenco -ricordiamo che tutto inizia col perredista presidente municipale di Texcoco-, i deputati del PRD nello Stato del Messico, che oggi chiedono la libertà de@ prigionier@, in quel momento hanno salutato ed appoggiato la repressione poliziesca-; e i/le giovani repress@ dal governo perredista di quel “difensore del diritto della libertà di espressione”, Alejandro Encinas, paradossalmente, per aver bloccato una strada mentre chiedevano libertà e giustizia per Atenco), aggredita (come le basi di appoggio zapatiste a Zinacantán) o calunniata, perseguita e demonizzata (come l’Altra Campagna e l’EZLN).

Ma l’illusione sarebbe finita nel momento in cui si sarebbe visto che niente era cambiato per quell@ in basso. Allora sarebbe giunta una tappa di scoraggiamento, disperazione e delusione, cioè, il brodo di coltura del fascismo.

Per quel momento sarebbe stata necessaria un’alternativa organizzativa di sinistra. Secondo il nostro calcolo, nei primi 3 anni di governo si sarebbe definita la vera natura del cosiddetto “Progetto Alternativo di Nazione”.

La nostra iniziativa doveva prendere in considerazione tutto questo e prepararsi per andare avanti avendo tutto contro (caricature comprese) per vari anni, prima di diventare un’opzione reale, di sinistra ed anticapitalista.

7 – Che cosa seguiva? La Sesta – Per la fine del 2002, il progetto che poi sarebbe stato noto come la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona era abbozzato a grandi tratti: una nuova iniziativa politica, civile e pacifica; anticapitalista, che non solo non cercasse l’interlocuzione con i politici, ma li criticasse apertamente e senza considerazione; che permettesse il contatto diretto tra l’EZLN e le/gli altr@ del basso, che li ascoltasse, che privilegiasse il rapporto con la gente umile e semplice, che permettesse l’alleanza con organizzazioni, gruppi e collettivi con lo stesso pensiero, che fosse di ampio respiro, che si preparasse per andare avanti pur avendo tutto contro (compreso il settore progressista di artisti, scienziati ed intellettuali) e disposta ad affrontare un governo che godesse di legittimità. Insomma: guardare, ascoltare, parlare, camminare, lottare, in basso… e a sinistra.

Nel gennaio del 2003, decine di migliaia di zapatisti “occuparono” la città di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas. Machete (in onore alle/ai ribelli di Atenco) e bastoni di ocote che ardevano brillarono ed illuminarono la piazza centrale dell’antica Jovel. Parlò la direzione zapatista. Tra loro, il Comandante Tacho avvertì coloro che puntavano sulla smemoratezza, sul cinismo e sulla convenienza: “Vi sbagliate, sí c’è un’altra cosa” .

In quel momento, ancora nella penombra dell’alba, la Sesta Dichiarazione cominciava a camminare…

Seconda Parte: Le Strade dell’Altra

Nell’agosto del 2003 nascono i Caracoles zapatisti e, con loro, le cosiddette Giunte di Buon Governo. Si procedette quindi alla separazione tra l’apparato politico-militare dell’EZLN e le strutture civili delle comunità zapatiste. Parallelamente si lavorò alla strutturazione della catena di comando e si affinarono i dettagli per la difesa e la resistenza davanti ad un eventuale attacco militare. Si stavano facendo i primi passi per la Sesta Dichiarazione e quello che poi sarebbe stata L’Altra Campagna.

1 – Soli? – Nella seconda metà del 2004, l’EZLN pubblica, in una serie di scritti, il fondamento della sua posizione critica rispetto alla classe politica e “manda” segnali rispetto a dove sta andando. Per l’inizio dell’anno 2005 le premesse sulle quali si sarebbe costruita la Sesta Dichiarazione erano pronte.

La contesa elettorale si stava avvicinando. Si presentavano allora tre possibili strade per l’EZLN: unirsi alla “ondata” lopezobradorista ignorando i segnali ed i dati che avevamo sulla sua vera tendenza (cioè, essendo incoerenti); restare in silenzio ed aspettare di vedere che cosa succedeva con le elezioni; o lanciare il progetto che stavamo preparando.

La decisione non spettava alla direzione zapatista, ma alle comunità. Così si cominciò a preparare quello che più avanti sarebbe stata l’allerta rossa, la consultazione interna e, in base al suo risultato, la Sesta Dichiarazione.

Il precedente immediato alla Sesta è stato il testo dal titolo “L’Impossibile Geometria del Potere”. Poi arriva l’allerta rossa che alcuni hanno interpretato come l’annuncio di un’offensiva zapatista o come una “risposta” ai costanti pattugliamenti militari. Non era né una cosa né l’altra, ma la misura preventiva di fronte ad un’azione militare nemica… incoraggiata dagli attacchi mediatici dell’intellighenzia progressista che, delusa che non l’accompagnassimo nelle sue lodi ad AMLO – e che non ce ne stessimo in silenzio – ci attaccava ormai senza alcun ritegno.

La Sesta viene sottoposta alle comunità zapatiste e queste decidono e dicono: “Siamo pronti anche se rimaniamo soli”. Cioè, a percorrere da soli il paese, ascoltare la gente del basso, realizzare con quella gente il Programma Nazionale di Lotta per trasformare la nostra patria e creare un nuovo accordo, una nuova Costituzione. A questo ci eravamo preparati per tre anni: a rimanere soli.

Ma non è stato così.

La Sesta Dichiarazione cominciò subito a ricevere adesioni. Da tutto il paese arrivarono comunicazioni che dimostravano che la Sesta non solo era compresa ed accettata, ma anche che molt@ la facevano propria. Giorno per giorno, la Sesta crebbe e diventò nazionale.

2 – I primi passi… e le prime frizioni – Come abbiamo già spiegato in precedenza, avevamo previsto un processo lungo. La nostra idea era di convocare una serie di incontri iniziali per cominciare a conoscerci tra di noi che abbracciavamo la causa e la strada. E questi incontri dovevano già segnare una differenza rispetto ad altri svolti in altre occasioni. Ora l’ascoltare zapatista doveva avere un luogo di primaria importanza.

Iniziammo le riunioni con le organizzazioni politiche, per indicare loro il posto che gli riconoscevamo. Poi con popoli ed organizzazioni indigene, per rimarcare che non abbandonavamo la nostra lotta ma la inglobavamo in una più grande. Quindi con organizzazioni sociali, riconoscendo un terreno dove l’altro aveva costruito la sua storia. Più avanti, con ONG, gruppi e collettivi di diverso tipo che erano quelli che si erano mantenuti vicini a noi. Poi con famiglie e singoli individui, per dire così che per noi contavano tutt@, non importa la loro dimensione o numero. Ed alla fine, con le/gli altr@, cioè, riconoscere che la nostra visione dell’esterno poteva essere limitata (come di fatto lo è).

A luglio, agosto e settembre del 2005 si sono svolte le cosiddette “riunioni preparatorie”. In queste abbiamo mantenuto la nostra parola, abbiamo ascoltato con attenzione e rispetto TUTTO quello che si è detto, compresi i rimproveri, le critiche, le minacce… e le bugie (anche se allora non sapevamo che erano bugie).

Un anno fa, il 16 settembre 2005, alla presenza della scomparsa Comandante Ramona , la direzione dell’EZLN consegnò formalmente l’autodenominata “Altra Campagna” all’insieme de@ aderenti; informò che avrebbe partecipato al movimento, oltre che con le comunità zapatiste, con una delegazione (chiamata “Commissione Sesta”) della sua direzione; ed annunciò “l’uscita” del primo esploratore, il delegato numero zero (per indicare che poi sarebbero seguiti altr@ delegat@) con il compito di conoscere ed ascoltare, in tutto il paese, tutt@ le/i compagn@ che non avevano potuto assistere alle riunioni preparatorie e per verificare le condizioni nelle quali avrebbe svolto il suo costante lavoro la Commissione Sesta.

In quella prima plenaria, l’EZLN propone che si compia il proposito della Sesta di costruire un’altro modo di fare politica e si prenda in considerazione la parola di tutt@, senza che importi se hanno assistito o non alle riunioni.

In quella riunione si fanno anche i primi tentativi di alcune organizzazioni di inserire nell’Altra Campagna la lista di nomi che formano la “Promotora”, il “Frentote” ed il cosiddetto “Dialogo Nazionale”. Davanti a questa posizione, l’EZLN propose che in quell’occasione non si decidesse nulla. Che si parlasse e discutesse, ma che non si prendessero decisioni SENZA LA PARTECIPAZIONE DI TUTT@ LE/GLI ADERENTI. Chi credeva che si decidessero le questioni fondamentali nelle assemblee in assenza della maggioranza de@ aderenti, ha subíto il suo primo colpo quando è stato concordato che i cosiddetti “6 punti” fossero discussi da tutt@ in tutto il paese. Poi, in riunioni successive a quella prima plenaria, l’EZLN ha cominciato a prendere le distanze da quelle organizzazioni per la manipolazione che volevano esercitare.

Le direzioni di quelle poche organizzazioni, gruppi e collettivi non sono state oneste. Come si sarebbe visto dopo, puntavano di inserirsi nel movimento per dirigerlo, per ribaltarlo… o per negoziare una migliore posizione nel “mercato” in cui si stava trasformando il movimento intorno ad AMLO. Erano tanto sicuri che sarebbe diventato presidente… bene, presidente ufficiale, che temevano di perdere il treno (del budget) e non avevano nemmeno il biglietto. E l’Altra era la merce di scambio per prebende, candidature e poltrone.

3 – I primi problemi – In quella plenaria si vide inoltre uno squilibrio: i gruppi ed i collettivi (che trovano nell’assemblea il loro modo naturale di discutere e decidere) godevano di un ampio vantaggio sulle organizzazioni politiche e sociali, sulle famiglie ed i singoli individui… e sui popoli indios.

Dobbiamo dire, a questo punto, che la maggioranza degli aderenti alla Sesta Dichiarazione è indigena (e questo senza contare le/gli zapatisti). Se non si vede negli atti e nelle riunioni, è perché i popoli indios hanno altri spazi di partecipazione e di lotta meno “visibili”. Per ora basti dire che se si riunissero, in una circostanza e luogo, tutt@ le/gli aderenti, ci sarebbe (facendo un calcolo molto conservativo) una proporzione di 10 indigeni per ogni persona di un’altra organizzazione politica, sociale, ONG, gruppo, collettivo, famiglia o singoli individui. Se si potesse, i popoli indios insegnerebbero a tutt@ che non usiamo “io”, ma il “noi”, per nominarci e per essere chi siamo.

Abbiamo rilevato tutto questo ed alcune altre cose (per esempio, che non c’era un meccanismo di presa di decisioni, né uno spazio per il dibattito; che i gruppi ed i collettivi volevano imporre il loro modo alle organizzazioni politiche e sociali, e viceversa) ma non ci siamo preoccupati. Pensavamo che prima bisognava conoscerci tutt@ e poi, tra tutt@ definire il profilo, allora ancora incompleto, dell’Altra.

4 – I tempi – Secondo la nostra idea, iniziare L’Altra e “uscire” per il primo giro in periodo elettorale aveva diversi vantaggi. Uno era che, data la nostra posizione anti classe politica, non saremmo stati “interessanti”, sui palchi e nelle riunioni, per chi stava, e sta, sulla strada elettorale. L’andare controcorrente ai “benpensanti” avrebbe fatto venir fuori quelli che si erano avvicinato all’EZLN solo per fare le foto, e li avrebbe indotti ad evitarci e a dissociarsi dal neozapatismo (con libri, dichiarazioni… e candidature).

Altra cosa non meno importante era che, mentre andavamo ad ascoltare quell@ in basso, si sarebbe resa visibile la parola delle altre lotte e così sarebbe diventata palpabile anche la loro storia ed il loro percorso. Quindi, il “mostrarsi” nell’Altra sarebbe stato anche il “mostrarsi” della repressione di caciques, governo, imprenditori e partiti. Secondo noi, quello che sarebbe apparso in periodo elettorale avrebbe alzato il “costo” di un’azione repressiva e diminuito quindi la vulnerabilità delle lotte e delle piccole organizzazioni. Un altro vantaggio era che, assorbiti com’erano in alto dalle elezioni, ci avrebbero lasciato in pace nel nostro progetto ed il neozapatismo avrebbe smesso di essere una moda.

Quindi, abbiamo pensato ai seguenti tempi:

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6 mesi di giro di esplorazione e conoscenza per tutto il paese (da gennaio a giugno del 2006). Alla fine, relazione a tutta L’Altra: “siamo quest@, siamo qui, questa è la nostra storia”; lasciar passare le elezioni e preparare il passo successivo.
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Poi, una tappa successiva per approfondire la conoscenza e creare i mezzi di comunicazione ed appoggio (la rete) tra le/gli aderenti per appoggiarci e difenderci tra tutti noi (con la partecipazione di altri delegat@ della Commissione Sesta – da settembre 2006 alla fine del 2007 – con pause per informare e sostituire le/i delegat@).
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Più in là, la presentazione, il dibattito e la definizione del profilo dell’Altra secondo tutt@ i suoi aderenti, non solo l’EZLN (tutto l’anno 2008).
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Per il 2009, 3 anni dopo l’iniziata, L’Altra avrebbe potuto essere presentata al nostro popolo con un volto e voce propri, costruiti da tutt@. Allora sì per realizzare il Programma Nazionale di Lotta, di sinistra ed anticapitalista, con e per quell@ del basso.

Ricordiamo che, secondo la nostra analisi, per quell’anno dovrebbe spegnersi il “sogno lopezobradorista”. Allora la nostra patria non avrebbe davanti a se la delusione, lo scoraggiamento e la disperazione come unico futuro, ma ci sarebbe “un’altra cosa”…

5 – I passi fino ad Atenco: essere compagn@? – Quindi è iniziato il giro… ed è successo quello che è successo. Il dolore che avevamo intuito non era neppure lontanamente paragonabile con quello che incontravamo al nostro passaggio ascoltando e conoscendo. Governi di tutti i partiti politici (compresi quelli di presunta “sinistra” – PRD, PT e Convergencia -) alleati con caciques, proprietari terrieri ed imprenditori per derubare, sfruttare, disprezzare e reprimere ejidatarios, comunità indigene, piccoli commercianti ed ambulanti, lavoratrici e lavoratori del sesso, operai, impiegati, maestri, studenti, giovani, donne, bambini, anziani; per distruggere la natura, per vendere la storia e la cultura; per rafforzare un pensiero ed agire intolleranti, escludenti, maschilisti, omofobici e razzisti. E niente di tutto questo appariva sui grandi mezzi di comunicazione.

Ma se il Messico del basso che incontravamo distillava un dolore indignante, le ribellioni organizzate che apparivano, e si univano, disvelavano “un altro” paese, in ebollizione, in lotta, in costruzione di alternative proprie.

Se nei suoi primi passi il percorso della Commissione Sesta è stato visto, con la stupidità di chi guarda solo in alto, come “un raccoglitore ambulante di lamentele”, presto si è trasformato e la parola dell’altro, dell’altra, ha acquisito la dimensione che il silenzio di quelli in alto aveva dissimulato fino ad allora. Storie sorprendenti di eroismo, dedizione e sacrificio per resistere alla distruzione che viene dall’alto, hanno avuto ascolto ed eco nella maggior parte de@ aderenti onesti.

Arriviamo così nello Stato del Messico e nel DF con un carico che comprendeva forse tutti i colori che lottano in basso. Il calendario segnava il 3 e 4 maggio 2006 ed il dolore ed il sangue hanno tinto il popolo di Atenco e le/i compagn@ dell’Altra Campagna.

Dando una vera lezione di quello che è essere compagn@ nell’Altra, il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra, di Atenco, si era mobilitato per appoggiare i compagni di Texcoco. Il governo municipale (PRD) aveva finto di dialogare e negoziare mentre chiamava la polizia statale (PRI) e federale (PAN) per reprimere. I partiti più rappresentativi della classe politica, PRD-PRI-PAN, hanno messo insieme le forze per colpire L’Altra. Circa 200 compagn@ sono stati aggredit@, picchiat@, torturat@, stuprat@ ed arrestat@. Un minorenne, Javier Cortés Santiago, è stato assassinato dalla polizia. Anche il nostro giovane compagno Alexis Benhumea Hernández, aderente all’Altra e studente della UNAM è morto ammazzato dopo una lunga agonia.

In maggioranza abbiamo reagito ed intrapreso azioni di solidarietà ed appoggio, di denuncia e pressione. Con un minimo di decenza e cameratismo, abbiamo interrotto il giro della Commissione Sesta dell’EZLN e ci siamo dedicati, in primo luogo, a contrarrestare la campagna di discredito e bugie che dai media di massa si era scatenata contro il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (quello che ha offeso alcun@ compagn@ dei media alternativi), oltre ad attività per raccogliere fondi per le/i prigionier@ ed eventi per esporre la verità sui fatti.

Al contrario della maggioranza dell’Altra, alcune organizzazioni si sono preoccupate e mobilitate solo nel momento in cui avevano in carcere i loro militanti, o quando le manifestazioni erano eclatanti. Quando i loro compagni sono stati rilasciati ed Atenco “è passata di moda”, hanno lasciato perdere la causa per la libertà e la giustizia per le/gli altr@ prigionier@. Tempo dopo sarebbero stati i primi ad accorrere a stabilirsi nel presidio di AMLO nello Zócalo e Reforma. Quello che non hanno fatto per Atenco lo hanno fatto per López Obrador… perché con lui c’erano “le masse”!… beh, anche i riflettori.

Altre organizzazioni si sono dedicate ad approfittare abilmente della congiuntura per tentare di imporre all’Altra una politica di alleanze con chi guardava, e guarda in alto. Col pretesto di “dobbiamo unirci tutt@ nella lotta per le/i prigiornier@”, volevano (manipolando assemblee plenarie) imporre accordi che legavano l’Altra al calcolo elettoralistico di organizzazioni apertamente o sfacciatamente gialle. E non solo, si sono dedicate a seminare la discordia e la divisione dicendo che l’EZLN voleva imporre al popolo di Atenco una politica di alleanze settaria. Ma hanno fallito.

Qualche altra organizzazione, con alcun@ compagn@, andavano dicendo che le/i prigionier@ non sarebbero usciti tanto presto, che non bisognava dedicare tanto sforzo a questo, che “qualcuno” (che non fossero loro, ovviamente) si incaricasse della questione, che L’Altra proseguisse e che la Commissione Sesta dell’EZLN aveva commesso un errore nel fermare il suo viaggio, che era stata una decisione “unilaterale” e che sarebbe stato meglio che avesse continuato il suo percorso… per arrivare nei posti dove svolgevano lavoro politico o interessava loro farlo.

Ma l’atteggiamento di quest@ “compagn@” è stato scavalcato dall’attività solidale della maggioranza dell’Altra. In tutto il Messico, ed in oltre 50 paesi del mondo, la richiesta di libertà e giustizia per le/i prigionier@ di Atenco è risuonata con molti colori.

6 – Indios contro meticci e provincia contro DF – Se l’EZLN aveva previsto per L’Altra un passo tranquillo e prolungato (con una o due plenarie l’anno), nei mesi di maggio e giugno del 2006 si sono svolte fino a 4 plenarie, tutte nel DF, dato che lì si era concentrata buona parte delle attività per Atenco.

In quelle riunioni i “professionisti delle assemblee” manovravano per trasformarle in istanze decisionali, non importa che questo trascurasse uno dei propositi essenziali della Sesta: prendere in considerazione tutt@. Convocate per i fatti di Atenco, le assemblee hanno cercato di essere manipolate da alcune organizzazioni, gruppi e collettivi, principalmente del DF, per prendere decisioni e definizioni… che convenivano a loro. E quella logica si è generalizzata.

Alcune discussioni e decisioni erano, per lo meno, ridicole. Per esempio, in una delle plenarie qualcuno che faceva lavoro culturale con la lingua náhuatl aveva proposto che il náhuatl fosse la lingua ufficiale nel paese e che fosse consegnato all’EZLN (che è formato per il 99,99% da indigeni che parlano lingue di radice maya) il documento. L’assemblea votò ‘sí’ per acclamazione. In questo modo, la plenaria dell’Altra decideva di imporre quello che non erano riusciti a fare gli aztechi, gli spagnoli, i gringo, i francesi, gli eccetera, e tutti i governi dall’epoca della Colonia: espropriare le comunità zapatiste della loro lingua originale… che non è il náhuatl. In un’assemblea successiva il tavolo della presidenza voleva mettere in discussione se i popoli indios erano un settore o no… senza che le/i compagn@ indigeni avessero detto niente. Dopo 500 anni di resistenza e lotta, e a 12 anni dall’insurrezione armata zapatista, l’assemblea discuteva su che cosa erano i popoli indios… senza dare loro la parola.

Se la repressione in Atenco ci ha obbligato a rispondere organizzativamente come movimento, il vuoto creato dalla mancanza di definizioni basilari (come il luogo del dibattito, e la forma e modo della presa di decisioni) corre il pericolo di essere riempito dalle proposte e dai “modi” di chi si differenzia dal resto degli aderenti, non solo in quanto può essere presente nelle assemblee, anche perché può sopportare ore ed ore aspettando il momento opportuno (cioè, quando vincerà) di votare la sua proposta… o di fare ribaltare la votazione con delle “mozioni” (quando perde).

In un’assemblea vale quello che parla, non quello che lavora. E quello che parla castigliano. Perché se parla solo lingua indigena, gli “spagnolisti” ne approfittano per andare in bagno, mangiare o sonnecchiare. Noi zapatisti abbiamo riguardato la Sesta ed in nessun punto si dice che per essere aderente bisogna sapere lo spagnolo… o di oratoria. Ma, nelle assemblee, la logica di quelle organizzazioni, gruppi e collettivi stava imponendo questo.

E c’è dell’altro. In quelle assemblee si votava per alzata di mano. E si dà il caso che, siccome si trovano in un punto geografico (diciamo il DF), L’Altra negli altri stati e regioni manda delegati per trasmettere il pensiero che è stato concordato tra gli aderenti di quei posti. Ma nel momento di votare, di questo non si teneva conto. Per l’assemblea valeva allo stesso modo il voto di un delegato statale o regionale di quello di uno che faceva parte di un gruppo o collettivo. E c’erano compagn@ che dovevano viaggiare giorni interi per arrivare all’assemblea, ma questa stabiliva che doveva sostenere gli stessi tre minuti di intervento di una persona che era arrivata in metrò alla sede della riunione. E se il delegato statale o regionale doveva andare via perché l’aspettavano giorni e giorni di viaggio per arrivare alla sua terra, e non poteva rimanere fino al fine dell’assemblea (quando il tavolo – come nella plenaria del 1 luglio – votava risoluzioni con aderenti esclusivamente del DF – ammucchiati sulla porta perché già stavano spegnendo le luci del locale -), niente da fare. E se la risoluzione stabiliva che si sarebbe svolta un’altra assemblea in 15 giorni, lì nel DF, il compagno o la compagna che erano delegati di una comunità indigena che si affrettassero quindi ad arrivare al loro villaggio ad imporre il tempo della città ad un popolo indio entrato nell’Altra perché pensava che era il posto dove sarebbe stato rispettato il suo modo… ed il suo tempo.

Le azioni ed i modi di quei gruppi e collettivi (che sono minoritari nell’Altra del DF e nazionale, ma fanno chiasso come fossero la maggioranza) hanno provocato la nascita di due atteggiamenti che sono visibili dentro L’Altra:

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Che qualche compagn@ di provincia identifichi quell@ del DF con quel modo autoritario (mascherato da “democratico”, “antiautoritario” e “orizzontale”) e furbesco di partecipare, discutere e fare accordi. Anche se non fa parte di quel modo di “ribaltare” le riunioni, la maggioranza de@ compagn@ del DF è percepita come qualcosa da rifiutare.
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Che compagn@ del Congresso Nazionale Indigeno identifichino il disprezzo e la stupidità di quei gruppi come “modalità” di tutti i meticci. Perché se c’è qualcuno che sa stare, discutere e fare accordi in un’assemblea, sono i popoli indios (e raramente arrivano a votare per vedere chi vince). Un’altra ingiustizia, perché l’immensa maggioranza de@ non indigeni dell’Altra rispetta gli indigeni.

Entrambi gli atteggiamenti sono ingiusti e sbagliati. Ma il problema sta, pensiamo noi zapatisti, nel fatto che le assemblee permettono quest’inganno per cui alcuni gruppi, collettivi od organizzazioni presentano come di tutt@, o della maggioranza, i loro metodi sporchi e disonesti di discutere e fare accordi.

No. Noi zapatisti pensiamo che le assemblee servono per informare e, in ogni caso, per discutere e concordare questioni operative, non per discutere, concordare e decidere.

Pensiamo anche che sia stato un nostro errore, dell’EZLN, il non aver affrontato fin dal principio dell’Altra la questione della definizione degli spazi e dei meccanismi per l’informazione, il dibattito e la presa di decisioni. Ma segnalare e riconoscere le nostre deficienze come organizzazione e come movimento non risolve i problemi. Continuano a mancare queste definizioni basilari. Su questo, sui cosiddetti “6 punti”, faremo una proposta nel capitolo finale di queste riflessioni.

7 – Altro “problema” – È stata segnalata da alcuni collettivi e persone la critica al “protagonismo” e “autoritarismo” del Sup. Comprendiamo che qualcun@ si senta offeso per la presenza di un militare (anche se “altro”) nell’Altra, dato che è l’immagine della verticalità, il centralismo e l’autoritarismo. Lasciando da parte che queste persone “ignorano” cosa l’EZLN e la sua lotta rappresentano per milioni di messican@ e di persone in tutto il mondo, diciamo loro che non abbiamo “usato”, a nostro beneficio, l’autorità morale che si sono guadagnati i nostri popoli in oltre 12 anni di guerra. Nei nostri interventi nell’Altra abbiamo difeso con lealtà chi ne fa parte… anche se non siamo d’accordo con i suoi simboli e posizioni.

Con la nostra voce abbiamo difeso la falce e il martello de@ comunist@, la bandiera nera di anarchici e libertari, le/gli skinhead, le/i punk, le/i dark, la banda, la raza, quell@ per l’autogestione, le lavoratrici ed i lavoratori del sesso, chi promuoveva l’astensione elettorale o l’annullamento del voto o che non importava se si votava o no, il lavoro dei media alternativi, chi usa ed abusa della parola, le/gli intellettuali che stanno nell’Altra, il lavoro politico silenzioso ma efficace del Congresso Nazionale Indigeno, il cameratismo di organizzazioni politiche e sociali che, senza ostentazione, hanno messo TUTTO quello che hanno nell’Altra e nella lotta per la libertà e la giustizia per le/i prigionier@ di Atenco, il libero esercizio della critica, a volte rozza ed arrogante (come quella contro organizzazioni sociali e politiche del DF che mettono a disposizione lo spazio, le sedie e l’impianto stereo per eventi e riunioni dell’Altra, e per questo li si accusa… di protagonismo!) o, non poche volte, fraterna e compagna.

Ed abbiamo anche ricevuto, contro di noi, vere stupidità mascherate da “critiche”. Non abbiamo risposto a queste… non ancora. Ma le abbiamo distinte da quelle che si fanno, oneste, per segnalare i nostri errori e renderci migliori.

8 – Atteggiamenti rispetto alla mobilitazione post-elettorale di AMLO – La frode elettorale perpetrata contro López Obrador, ha prodotto, tra le altre cose, la nascita di una mobilitazione. La nostra posizione rispetto a questa la diremo più avanti. Ora segnaliamo alcune delle posizioni che, da quanto abbiamo visto, sono presenti nell’Altra Campagna:

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C’è la posizione disonesta ed opportunista di alcune, poche, organizzazioni politiche di sinistra. Esse sostengono che ora ci troviamo di fronte ad un momento storico e pre-insurrezionale (uno spartiacque, e con questa pioggia c’è bisogno di un ombrello), ma che AMLO non è un leader che saprà condurre le masse all’assalto del palazzo d’inverno… beh, del palazzo nazionale. Ma per questo ci sono le avanguardie coscienti nelle quali sperano e sospirano le masse che adesso convoca il perredista.

Quindi si sono uniti al presidio ed alle mobilitazioni lopezobradoriste “per creare la coscienza nelle masse”, “strappare” il movimento a quella leadership “riformista” e “claudicante”, e portare la mobilitazione “ad uno stadio superiore di lotta”. Immediatamente hanno messo insieme i loro soldini, dichiarata “morta e defunta” L’Altra Campagna (Marcos? bah!, un cadavere politico), si sono comprati la loro tenda e si sono installati nel presidio di Reforma. Lì hanno invitato a raccogliere viveri.

No, non per le/i compagn@ che, in condizioni eroiche, mantengono il presidio di Santiaguito in appoggio a@ prigionier@ di Atenco, ma per il presidio lopezobradorista.

Lì hanno organizzato conferenze e tavole rotonde, distribuito volantini e giornali “rivoluzionari” con “profonde” analisi sulla congiuntura, il rapporto di forze e la nascita di fronti di masse, coalizioni popolari… ed altre promotoras e dialoghi nazionali! Urrà! Sííííííí!

Bene, lì aspettano pazientemente che le masse si rendano conto del loro errore (delle masse, chiaro) ed acclamino la loro chiarezza e determinazione (di quelle organizzazioni, chiaro), o che López Obrador, o Manuel Camacho, o Ricardo Monreal, o Arturo Núñez corra da loro alla ricerca di consiglio, orientamento, appoggio, d-i-r-e-z-i-o-n-e,… ma niente.

Poi hanno partecipato impazienti alla CND per acclamare e proclamare AMLO presidente legittimo.

Proprio lì hanno accettato senza batter ciglio la direzione ed il controllo politico di, tra gli altri “insigni” “rivoluzionari”: Dante Delgado, Federico Arreola, Ignacio Marván, Arturo Nuñez, Layda Sansores, Ricardo Monreal e Socorro Díaz (chi trova qualcuno che non sia stato priista, vince un premio), cioè, i pilastri fondamentali della “nuova” repubblica, la “nuova” generazione del futuro “nuovo” partito politico (ops! sto andando troppo avanti?).

Le masse adesso sono tornate a casa loro, al loro lavoro, alle loro lotte, ma queste organizzazioni sapranno aspettare il momento opportuno… e strapperanno a López Obrador la direzione del movimento!

Tutto questo, non è commovente?

* Dentro L’Altra c’è anche un atteggiamento onesto, sinceramente preoccupato per “l’isolamento” che potrebbe comportare il non unirsi alla mobilitazione di AMLO. Si presume che sia possibile appoggiare la mobilitazione senza che ciò rappresenti appoggiare il perredista. Quest@ analizzano che lì c’è gente del basso, e che bisogna avvicinarsi a questa perché il nostro movimento è con e per quell@ in basso, e perché se non lo facciamo pagheremo un alto costo politico.

9 – L’Altra realmente esistente – E c’è l’atteggiamento che, secondo quanto abbiamo visto ed ascoltato, è maggioritario dentro L’Altra Campagna. Questa posizione (che è anche la nostra come zapatisti) sostiene che la mobilitazione lopezobradorista non è la nostra strada e che bisogna continuare a guardare in basso, a crescere come L’Altra, senza cercare chi guidare e comandare, né aspirare a chi ci comandi e diriga.

Questa posizione ritiene decisamente che non sono cambiati i principi che sostengono la Sesta Dichiarazione, cioè, far nascere e crescere un movimento dal basso, anticapitalista e di sinistra.

Perché, al di là di questi problemi che rileviamo e segnaliamo, e che sono localizzati e focalizzati in qualche compagn@ sparso in diversi punti del paese (non solo nel DF) ed in quelle poche organizzazioni (che, ora lo sappiamo e capiamo, stanno e staranno solo dove ci sono masse… che aspettano un’avanguardia), L’Altra in tutto il paese prosegue il suo cammino e non abbandona né la sua strada né la sua destinazione.

È L’Altra delle prigioniere e dei prigionieri politici de Atenco, quella di Ignacio Del Valle, Magdalena García, Mariana Selvas e di tutti i nomi ed i volti di questa ingiustizia.

È L’Altra di tutt@ le/i prigionier@ politic@ in Guanajuato, Tabasco, Chiapas, Oaxaca, Puebla, Hidalgo, Jalisco, Guerrero, Estado de México, ed in tutto il paese; L’Altra di Gloria Arenas e Jacobo Silva Nogales.

È L’Altra del Congresso Nazionale Indigeno (regione Centro-Pacifico) che estende i suoi contatti alle penisole di Yucatan e della Bassa California, ed al nordovest, e cresce.

È L’Altra che fiorisce in Chiapas senza perdere identità e radici, riesce ad organizzare ed articolare zone e lotte che erano rimaste separate, ed avanza nella spiegazione e definizione dell’altra lotta di genere.

È L’Altra che in gruppi e collettivi culturali e di informazione continua a chiedere la libertà e la giustizia per Atenco, che rafforza le sue reti, che crea musiche per altri orecchi e balla con altri piedi.

È L’Altra che nel presidio di Santiaguito resiste e si trasforma in una luce ed un messaggio per le/i nostr@ compagn@ detenut@: ” non vi dimentichiamo, vi tireremo fuori”.

È L’Altra che in organizzazioni politiche di sinistra e sociali lega più saldamente le sue relazioni e impegno ad un nuovo modo di fare politica.

È L’Altra che negli stati del nord del Messico, e dall’altra parte del Río Bravo, non si è fermata ad aspettare la Commissione Sesta ed ha continuato a lavorare.

È L’Altra che in Morelos, Tlaxcala, Querétaro, Puebla, la Huasteca Potosina, Nayarit, Stato del Messico, Michoacán, Tabasco, Yucatan, Quintana Roo, Veracruz, Campeche, Aguascalientes, Hidalgo, Guerrero, Colima, Jalisco, il Distretto Federale, impara a dire “noi” lottando.

È L’Altra che in Oaxaca fa crescere, in basso e senza protagonismi, il movimento che ora sbalordisce il Messico.

È L’Altra de@ giovani, le donne, le/i bambin@, le/gli anzian@, gli omosessuali, le lesbiche.

È L’Altra del popolo di Atenco.

È L’Altra, una delle cose migliori che hanno partorito queste terre messicane.

Terza Parte: Il giorno più lungo dell’anno più lungo

1 – L’anno 2006 inizia nel mese di gennaio… del 2004 – La mediocrità di Fox come titolare dell’Esecutivo federale e l’ambizione personale della sua consorte, Martha Sahagún, hanno avuto come risultato non solo che la disputa per la successione fosse anticipata, ma pure che si svolgesse con una sfacciataggine ed un’impudicizia senza precedenti.

Ad ogni modo, le “leggi” di base della politica dell’alto erano chiare. Il palcoscenico era, ed è, quello della politica neoliberale. Gli attori possono muoversi da un estremo ad un altro (che di fatto è quello che hanno fatto), ma senza uscire dal copione prestabilito (cioè conservando ed approfondendo “le variabili macroeconomiche”). La politica in alto era, ed è, ad accesso limitato: lì possono starci solo i partiti politici ed il ruolo del cittadino è quello di spettatore silenzioso (che può solo applaudire o fischiare il giorno delle elezioni) e che guarda il succedersi degli scandali uno dopo l’altro. Inoltre, tutti gli “attori” (mai come oggi quell’appellativo calza così bene) politici devono riconoscere che il terreno dei mezzi di comunicazione di massa, è l’unico dove dirimere i loro affari. E nei, e dai, media si è costruito il nuovo referente della democrazia moderna: i sondaggi. I sondaggi sono diventati, allora, la versione postmoderna del “applausometro”. Non c’è stato lassù in alto, né c’è, nessun attore politico che non vi ricorra.

Come si ricorderà, la lotta per la successione presidenziale acquisisce toni più forti dall’inizio del 2004. Grazie ad una serie di video fatti in casa Carlos Ahumada, in altri tempi capitano del PRD, viene usato dai grandi mezzi di comunicazione per colpire López Obrador. Persone vicine all’amministrazione lopezobradorista sono state viste da milioni di persone scommettere a Las Vegas e mentre ricevevano grandi quantità di denaro. Con una manovra nella quale era evidente la mano della “Coyota” Diego Fernández de Cevallos, i mezzi di comunicazione (soprattutto quelli elettronici) hanno usurpato le funzioni di pubblico ministero: hanno arrestato, giudicato e condannato… alla pena peggiore possibile per la classe politica messicana: il discredito mediatico.

Anche se lo scandalo era iniziato dal clan familiare del Partito Verde Ecologista, il colpo voleva arrivare direttamente a chi aveva avuto più punti dall’IFE reale, cioè, dai sondaggi: Andrés Manuel López Obrador. Questi, da parte sua, per difendersi è ricorso a quella che sarebbe diventata la sua frase più ripetuta ed il suo slogan preferito: “è un complotto”.

E lo era. Sia le riprese che le loro manipolazioni facevano parte di una manovra per colpire. La “coppia presidenziale” stava cominciando ad acquisire una speciale fobia: la lopezobrador-fobia, cosicché ha usato tutto l’apparato a sua disposizione e l’aiuto “disinteressato” di alcuni dei grandi mezzi di comunicazione per “curarsi” (sarebbe stato più economico, in tutti i sensi, andare da uno psicoanalista, ma Doña Martha era disposta a tutto per una semplice ragione: voleva dimostrare che era lei a comandare).

Però, né López Obrador né il PRD (né i numerosi apologeti che lo appoggiarono allora) hanno ancora risposto ad alcune domande fondamentali: perché quelle persone accettavano mazzette e facevano uso di denaro pubblico? e perché quelle persone erano vicine al perredista? La grossolanità della manovra mediatica contro AMLO ha impedito che si affrontassero tali questioni.

Poi è venuto il tentativo di esautoramento, dove Fox non solo ha fallito, ma è riuscito a trasformare López Obrador nel più sicuro pretendente, a livello nazionale, alla poltrona presidenziale.

2 – Un lungo, lungo 3 luglio – Se il 2006 sta diventando l’anno più lungo, il 3 luglio (il giorno in cui si sarebbe dovuto sapere chi era il nuovo presidente) è stato il giorno più lungo. Una frode del governo messicano e sostenuta da un settore dei grandi imprenditori e da alcuni dei grandi mezzi di comunicazione, ha imposto Felipe Calderón Hinojosa, del Partito Azione Nazionale, come presidente del Messico.

Il 3 luglio è iniziato il 2, alle 3 del pomeriggio, e si è dilatato fino al 4 settembre, giorno in cui, nel Tribunale Federale Elettorale, 7 persone hanno usurpato il voto di milioni di messican@. Col verdetto del TRIFE (un vero “gioiello” di stupidità giuridica: “sì, c’è stato broglio, ma non ha intaccato il risultato”), si è arrivati al punto più acuto della crisi di quella che si chiama “democrazia rappresentativa” (cioè, elettorale) del sistema politico messicano.

Dopo milioni di pesos consumati in campagne elettorali ridicole, dopo ogni tipo di discorsi, spot, atti e dichiarazioni degli attori elettorali (soprattutto di quella mafia di criminali che si chiama “Istituto Federale Elettorale”) sul valore del voto e sull’importanza della partecipazione cittadina; dopo i/le mort@, i/le desaparecid@s, i/le prigionier@, i/le colpit@ nella lotta per il legittimo diritto alla democrazia, dopo riforme ed aggiustamenti, dopo la “cittadinizzazione” dell’organo elettorale, è venuto fuori che la designazione del titolare dell’esecutivo federale non era avvenuta grazie al maggior numero di voti espressi, ma invece grazie alla decisione di 7 “giudici”.

Se la concretizzazione della frode elettorale ha tardato più di 2 mesi, una causa fondamentale sono state le azioni di resistenza del movimento cittadino che è capeggiato, diretto e comandato da Andrés Manuel López Obrador.

Sulla frode, il 3 luglio alle 20, nel programma radio “Politica di Strada” (del Fronte del Popolo-UNIOS, aderente alla Sesta) abbiamo denunciato e abbiamo dato pubblicamente il numero dei voti manipolati (un milione e mezzo). Questo ha fatto sì che da Los Pinos si ordinasse al padrone della stazione radio di chiudere e cancellare il programma (dopo abbiamo saputo che il veto si era esteso a tutte le stazioni radio e che, curiosamente, è poi stato “tolto” dopo che il TRIFE ha convalidato le elezioni). La denuncia (e la successiva cancellazione del programma) aveva ricevuto solo il disprezzo dal “lopezobradorismo illustre” e solo dopo più di una settimana i leader hanno incominciato a rendersi conto ed a denunciare quanto era successo.

Quello che qui denunciamo è ciò che sappiamo di una parte della storia di una delle frodi più rozze e sporche nella lunga vita della classe politica messicana. Le informazioni ci sono arrivate da persone che, “da dentro”, sono state testimoni diretti. Anche se non è possibile convalidare l’informazione (non ci sono registrazioni né video), se ne può dare la conferma “incrociando” i dati che, giunti da diversi cittadini senza partito, sono stati resi noti pubblicamente.

2 luglio 2006 – ore 15 – Gli ultimi sondaggi danno come vincitore il candidato della “Coalizione per il bene di tutti”, Andrés Manuel López Obrador, con un vantaggio da un milione ad uno e mezzo di voti sul candidato di Azione Nazionale, Felipe Calderón Hinojosa. Nella residenza ufficiale de Los Pinos, la “coppia presidenziale” riceve la notizia col viso lungo. Avevano sbagliato i conti. Secondo loro, la gigantesca campagna di discredito contro López Obrador, così come le manovre della Lady Macbeth autoctona (Elba Esther Gordillo) per il trasferimento di voti dal PRI verso il PAN, sarebbero bastate per superare AMLO di circa un milione di voti. Ma il Piano “A” per imporre Calderón stava fallendo.

Il Piano A – Secondo i calcoli di Los Pinos, in un universo di circa 40 milioni di elettori effettivi (il 40% di astensionismo se l’aspettavano tutti gli attori politici da settimane prima delle elezioni), López Obrador avrebbe avuto circa 15 milioni di voti e Calderón e Madrazo si sarebbero aggirati intorno ai 13 milioni. Ma “la maestra” aveva promesso il “trasferimento” di 3 milioni di voti, “espropriati” dal patrimonio di Madrazo, verso il conto del panista. Il risultato sarebbe andato al pelo: 16 milioni per Calderón, non più di 15 per López Obrador e Madrazo con 10 o meno. Con una buona manipolazione dei media, si sarebbe conseguita la “legittimità”, perché sarebbe stata una manovra “pulita”, cioè senza conseguenze nei voti e nei seggi. Sarebbe stata un’elezione esemplare, senza quei “vizi” con cui il PRI aveva marcato i processi elettorali prima della “era di Fox”: né “ratones locos”, né “casillas zapatos”, né “operazione tamal”, né furto di urne, né tutti quanti gli eccetera che dovevano ormai restare retaggio del passato.

Ma i conti non stavano tornando: quel 2 luglio López Obrador poteva arrivare fino a 15 milioni e mezzo, mentre Calderón non sarebbe arrivato ai 14 milioni. Non c’era più tempo per reclutare ed abilitare i vecchi “alchimisti” del PRI (inoltre, alcuni di loro – come José Guadarrama – erano ormai dei candidati del PRD).

Il Piano B – Sull’orlo di una crisi di nervi, Martha Sahagún in Fox, fa pressioni sull’autodenominato presidente del Messico, Vicente Fox Quesada, perché si metta in contatto con “la maestra” Elba Esther Gordillo. Fox, dato che c’è abituato, obbedisce alla signora Sahagún ed il “telefono rosso” lo mette in contatto diretto con la Gordillo. Lei conferma l’informazione: López Obrador avrà un vantaggio di circa un milione di voti. “Che facciamo?”, domanda Fox. “Voglio parlare con Felipe”, risponde Elba Esther. Le lancette dell’orologio avanzano di un’altra mezz’ora, quando inizia una conversazione tripartita:

Vicente Fox – Maestra, Felipe è già in linea –

Elba Esther Gordillo – Felipe? –

Felipe Calderón – Sì? –

Elba Esher Gordillo – Voglio farti un’offerta a cui non potrai dire di no… –

Finita la conversazione telefonica, parte il Piano B: seguendo le indicazioni della Gordillo, il signor Fox fa una nuova telefonata, questa volta al signor Ugalde, presidente dell’IFE. Gli chiede di “gestire” il PREP affinché appaiano, per primi ed in quantità adeguata, i risultati che fanno vincere Felipe Calderón su López Obrador (da questo sono derivati gli strani ed anomali comportamenti delle “curve” dei risultati – denunciati da vari specialisti e che hanno trovato spazio soprattutto nel quotidiano messicano La Jornada, grazie al giornalista Julio Hernández López nella sua colonna “Astillero”).

Un nuovo appello ai grandi consorzi della comunicazione concorda il silenzio sui risultati dei nuovi sondaggi. La versione accordata era che non si poteva dare un risultato definitivo, che bisognava aspettare che l’IFE (ah, sì?) desse i risultati. Una bricconata. I grandi mezzi di comunicazione avevano fatto quello che volevano con “le istituzioni elettorali” ed avevano imposto (con l’accordo di TUTTI i partiti e di TUTTI i candidati) la cultura dei sondaggi come “modello democratico”. Non poteva che far ridere ascoltare i signori Joaquín López Dóriga (annunciatore di Televisa e ministro di fatto nell’area della comunicazione) e Javier Alatorre (annunciatore di Tv Azteca), così come i loro “specchi” alla radio e sulla stampa, che invitavano ad aspettare le decisioni delle “autorità elettorali”.

Alla fine, tutto questo aveva l’obiettivo di guadagnare qualcosa di fondamentale: il tempo.

“Tempo, ho bisogno di tempo”, avrebbe detto “la maestra” Elba Esther Gordillo al culmine della conversazione tripartita con Fox e Calderón. “Mi dia poche ore e cipenso io”, ha detto prima di concludere la telefonata.

La Gordillo incomincia allora ad attivare la rete telefonica (inclusa quella satellitare) che aveva montato “in caso di estrema necessità”. “La maestra” impartisce ordini ai suoi operatori distribuiti nei punti chiave della geografia elettorale. L’ordine è semplice: modificare i verbali.

L’assenza di rappresentanti della “Coalizione per il bene di tutti” in una parte strategica dei seggi elettorali è stata di grande aiuto. I giornalisti Gloria Leticia Díaz e Daniel Lizárraga, del settimanale messicano Proceso (#1549, 9 luglio 2006, “Le reti, un fallimento”), segnalano come le cosiddette “reti cittadine” abbiano complicato la partecipazione della Coalizione nella vigilanza dei seggi, oltre alla sfiducia di AMLO nella struttura del PRD e alla compra-vendita di scrutatori: “Secondo informazioni ufficiali del PRD, a questa organizzazione parallela (si stanno riferendo alle reti cittadine) è stata destinata la maggior parte delle risorse, circa 300 milioni di pesos, che sono stati amministrati da (Alberto) Pérez Mendoza. Solo una settimana prima del 2 luglio, López Obrador ha permesso che il PRD intervenisse, distribuendo le liste dei rappresentanti di seggio ai dirigenti locali per coordinare la vigilanza durante gli scrutini. Malgrado queste informazioni fossero già state pubblicate nell’IFE, in campagna elettorale sono state negate ai militanti per prevenire il fatto che le liste fossero “vendute” al PRI o al PAN. Un perredista che ha ricevuto la lista dei rappresentanti di seggio a mezzanotte di venerdì 30 giugno, confida a Proceso che mentre ai militanti è stato proibito far parte della struttura elettorale, quando lui ha fatto un giro per coordinarsi con gli incaricati della vigilanza dei seggi, si è ritrovato che “sulle facciate delle loro case alcuni avevano attaccata la propaganda del PRI o del PAN, perciò domenica abbiamo dovuto implementare un operativo per vigilare i nostri rappresentanti”. Il 2 luglio – continua – è andato a cercare i rappresentanti che non erano andati ai loro seggi e questi hanno risposto che mentre il PRD dava loro 200 pesos per lo scrutinio, c’è stato qualcuno che ha dato loro mille pesos per non andarci. L’assenza di rappresentanti di seggio in tutto il paese è arrivata ad una media quasi del 30%, il che ha per forza indebolito le aspettative di voto a favore di López Obrador, soprattutto nel nord e nel nordest del paese, zone originariamente assegnate a Manuel Camacho Solís e Socorro Díaz. Secondo i registri dell’IFE, la coalizione assicurava che in Nuevo León avrebbe coperto il 90,55% dei seggi, ma da documenti interni del PRD – ai quali questo settimanale ha avuto accesso – consta che hanno contato sulla loro presenza solo per circa il 31%” (le sottolineature ed i grassetti sono miei).

Sì, “la maestra” aveva svolto bene il suo compito. In suo potere c’era l’informazione dettagliata non solo dell’ubicazione dei seggi, della composizione dell’elettorato e delle sue possibili simpatie politiche, ma anche di coloro che sarebbero stati i funzionari ed i rappresentanti di partito per ogni seggio. Cioè, sapeva dove “zoppicava” il sistema elettorale. Inoltre aveva “inserito” suoi uomini nella struttura di vigilanza elettorale della Coalizione.

Qui sta l’essenza della frode. Un nuovo conteggio dei voti avrebbe rivelato la frode in modo nitido e trasparente: in un buon numero di seggi, quello che appare nei verbali non corrisponde ai voti che ci sono nelle urne.

La richiesta della Coalizione per il bene di tutti e del movimento cittadino diretto da AMLO di “voto per voto, seggio per seggio” non è stata solo legittima e corretta, mirava anche a svelare dove, come e da chi era stata compiuta la frode. Ed ancora un “piccolo dettaglio” in più: il nuovo conteggio avrebbe rivelato che il vincitore delle elezioni presidenziali di luglio era, ed è, Andrés Manuel López Obrador.

È questa la ragione per cui sia Calderón, che l’IFE, che i mezzi di comunicazione complici nella frode, e poi il TRIFE, si sono decisamente rifiutati di rifare il conteggio. Farlo avrebbe significato rendere evidente il trionfo elettorale di López Obrador ed avrebbe reso pubblica una lunga lista di delinquenti elettorali, nella quale sarebbe apparso al primo posto il presidente dell’IFE, Ugalde.

Anche se una parte del cretinismo “illustre” del lopezobradorismo “ha comprato” immediatamente la versione che aveva perso le elezioni e si è lanciato in una Santa Crociata per cercare i responsabili della sconfitta (fra i quali: Marcos, l’EZLN e L’Altra Campagna), la verità è che:

a) López Obrador ha vinto le elezioni presidenziali del 2 luglio 2006

b) La presidenza e l’IFE hanno frodato

c) Alcuni dei grandi mezzi di comunicazione hanno manipolato tutto il processo

d) I sondaggi sono stati fatti per ingannare. I sondaggi non “misurano” l’opinione pubblica, la “creano”

e) I loro organismi di partito e le reti cittadine sono stati inefficienti e si sono scontrati tra di loro ed alcun@ sono stati corrott@

3 – Altre menzogne – Nei giorni seguenti alle votazioni, dagli ambiti più diversi e più contrari, si è tentato di trasformare in realtà una menzogna: che le elezioni del 2 luglio 2006 erano state quelle con maggior numero di votanti e che era stato abbattuto il livello di astensione. Ma non è altro che una grande falsità (quasi tanto grande come quella che afferma che Fecal ha vinto). Dal 1994 la caduta nella partecipazione elettorale è stata costante. Sottolineiamo solamente tre dati: mentre l’anagrafe elettorale ha registrato una crescita – dal 1994 al 2006 – di 26 milioni, il numero degli elettori è cresciuto solo di 6 milioni, cioè solamente il 23% dei messicani che si sono aggiunti all’anagrafe elettorale dal ’94 ha votato nel 2006. D’altra parte invece, l’astensione è passata dal 22% nel 1994, al 36% nel 2000, ed è arrivata almeno al 41,5% nel 2006. Inoltre, i voti per la presidenza sono scesi: Zedillo aveva poco più di 1 milione di voti in più di Fox, ma arriva a 2 milioni di voti in più di quelli che sono stati assegnati a Calderón (pur essendo l’anagrafe attuale più grande del 76 % di quella del 1994). L’astensione reale (includendo i voti annullati) è arrivata a più di 30 milioni di cittadini e la somma dei voti che sono dati a Fecal ed ad AMLO non raggiunge quella cifra.

4 – Perché la frode? – Una volta compreso il come, il dove e chi ha realizzato la frode elettorale, rimane da rispondere alla domanda “perché?”.

Se, come diciamo noi zapatist@, AMLO era la “migliore” opzione (“il meno peggio” secondo i cretini illustri), per dare continuità alla politica neoliberale ed avrebbe concretizzato con legittimità (e perfino con l’appoggio “critico” di intellettuali) le privatizzazioni del petrolio, dell’elettricità e delle risorse naturali (attraverso i coinvestimenti);

se la diversità tra AMLO e Fecal non era fra due progetti di Nazione, visto che ambedue difendono le basi fondamentali del progetto neoliberale (cioè Trattato di Libero Commercio, privatizzazioni, un Messico di maquiladora, autonomia della Banca del Messico, pagamento puntuale del debito estero e di quello interno, Messico come punto di passaggio per i grandi mercati del mondo – la proposta lopezobradorista contemplava il progetto transistmico, il treno ad alta velocità e la autostrada del secolo XXI -);

se non c’erano neppure differenzea nelle relazioni che stabilivano tra la società e la politica (cioè: gli affari politici spettano solo alla classe politica);

se era così, perché allora quelli in alto hanno optato per Calderón? I presupposti di questa domanda non sono prodotto del nostro “infantilismo radicale”. Intervistato da Elena Poniatowska, Andrés Manuel López Obrador le rispondeva così:

E.P. – Andrés Manuel, credo sinceramente che gli impresari non dovrebbero aver paura di te, perché se tu arrivassi alla Presidenza non li danneggeresti –

AMLO – No, non lo farei. Si sono chiusi in una campagna elettorale della paura, si son lasciati trascinare e si sono bevuti tutta la leggenda nera ed ora si sono messi in un conflitto –

E.P. – Arrivando tu alla Presidenza, toglieresti loro qualcosa? –

AMLO – No, l’ho detto molte volte anche in piazza, ho detto che io non odio, che non è il mio forte la vendetta –

E.P. – Come è possibile che non si rendano conto che nessun paese può andare avanti con un’immensa massa senza possibilità di spendere? –

AMLO – Non se ne rendono conto perché non sono capaci di capire che non si può ottenere la governabilità del paese se non è possibile garantire la tranquillità, la pace sociale, la sicurezza pubblica in un mare, un oceano di disuguaglianze, che non si raggiunge la stabilità politica, sociale, economica, finanziaria, finché continua ad esserci questa situazione di ingiustizia, di abbandono, di arretratezza, di povertà per la maggioranza della gente. Sono molto indietro, molto retrogradi –

In sintesi, López Obrador offriva ai capitalisti tre cose fondamentali:

a) L’ascesa di un governo che non si appropriasse di una parte così grande dell’eccedenza sociale. La corruzione sarebbe proseguita, ma con livelli di autocontrollo molto più sviluppati (e con meno esposizione alle telecamere).

b) La capacità di controllo sociale che sarebbe stata alla base ed a garanzia degli investimenti del capitale. Un esempio: l’idea del transistmico c’era già dall’epoca in cui il “Piano Puebla Panama” era un pezzo di carta che girava, da un ufficio all’altro e da un’università all’altra. Naturalmente la realizzazione di questo progetto (che vuole ridisegnare la geografia nazionale per mezzo di uno scorrimento delle frontiere), non ha potuto essere avviata né dal PRI né dal PAN. AMLO era fiducioso che avrebbe potuto contare sul consenso sociale per portar avanti questo progetto (che, è giusto ribadire, cancellerebbe le popolazioni indigene della regione).

c) La ricostruzione del potere statale che consentisse un riaggiustamento della classe politica a non pensare più solo ai propri interessi personali, ma possa invece diventare uno strumento per costruire un progetto più a lungo termine, sempre nel quadro del neoliberismo.

Cioè, AMLO ha promesso loro uno Stato forte, governabilità, tranquillità, pace sociale, sicurezza pubblica e stabilità. Ossia ciò di cui ha bisogno il capitale per prosperare.

Perché allora i grandi impresasi non hanno “acchiappato al volo” l’offerta di López Obrador?

“Si sono lasciati trascinare e si sono bevuti tutta la leggenda nera”, risponde AMLO (bene, i grandi impresari non sono stati gli unici che hanno creduto alla “leggenda nera” che López Obrador era di sinistra; anche alcune organizzazioni politiche di sinistra, delle organizzazioni sociali e degli intellettuali).

Sì, AMLO ha ragione nella sua risposta: è stato perché hanno creduto che fosse di sinistra… ma anticapitalista. Ma non solo per questo. Qui avanziamo “altri” tentativi di risposta, sempre secondo il nostro pensiero come zapatisti:

Primo – L’affare del Potere – La politica nel Messico in alto dà molti guadagni (basta solo investire in un partito politico) ed il processo di privatizzazione delle due perle del vecchio Stato messicano (il petrolio e l’elettricità) lascerà milionari coloro che l’autorizzeranno. Se si dice che la PEMEX da sola vale 250mila milioni di dollari, possiamo capire quanto potrà incassare chi ne amministrerà la vendita. Così, la lotta per la presidenza è, soprattutto, la lotta per un affare molto lucroso.

Secondo – Il potere reale del Narcotraffico – Le privatizzazioni non sono l’unico affare per i politici (presidente, segretari di Stato, governatori, presidenti municipali, deputati e senatori), c’è anche ciò che si conosce come “amministrazione del narcotraffico” che consiste nel favorire uno dei cartelli. Nella “era” di Fox, si può dire che il cartello di Chapo Guzmán sia stato quello coccolato nel sessennio. Tutta la struttura dello Stato: esercito, polizia federale, sistema giudiziario (con giudici e direttori di carceri compresi) è stata messa al servizio di quel cartello nella sua lotta contro gli altri. Questa relazione è stata instaurata non solo da questo gruppo, ma sono riusciti ad inserire anche settori perredisti che, avendo vinto i posti a governatore, sono entrati immediatamente nel cerchio del negoziato con questo cartello, come nel caso dei governatori di Michoacán e di Guerrero. In questo modo, ancor più che nell’epoca del PRI, la classe politica fa parte del crimine organizzato. C’è di mezzo pure la Presidenza della Repubblica , perché quando un gruppo politico arriva al Potere che “amministra” l’apparato giudiziario, arriva anche grazie alla mano di qualcuno dei cartelli della droga.

Ma, nonostante i vantaggi che ha promesso AMLO ai padroni del denaro, alla fine la decisione non è stata a favore dell’opzione che si sta imponendo in tutta l’America Latina (col passaggio dei progetti neoliberali nelle mani di governi di “sinistra” che garantiscono la “lubrificazione” della barbarie capitalista). La ristrettezza di vedute della maggioranza della classe politica, e della parte principale della borghesia associata, li ha portati a scegliere il noto sentiero già sperimentato, provocando così la peggior crisi di potere degli ultimi anni. Molto in alto, tra quelli che comandano realmente, si è deciso di imporre Calderón senza che importasse niente quanto sarebbe poi successo.

5 – I partiti politici – Il 2 luglio ha dimostrato che i partiti politici hanno cessato di esistere, sia per il processo di assimilazione della classe politica al crimine organizzato, sia perché non sono altro che l’ombrello elettorale di quello o quell’altro caudillo, o di quello o quell’altro padrone al di là delle frontiere. Nelle forze politiche in alto non esiste più nessuna delle caratteristiche che avevano una volta i partiti politici. Ora difficilmente sono qualcosa di più di un “cocktail” dove si mescolano imprenditori corrotti e criminali, con o senza il colletto bianco. Il programma, i principi, gli statuti? Ma, andiamo! queste sono cose da radicali infantili o da “ultras”.

Ma la crisi non è rimasta solo sul terreno delle istituzioni, è arrivata alla base delle manfrine della democrazia “moderna”: cioè della democrazia rappresentativa, cioè della democrazia borghese. La crisi dello Stato nazionale dà orami la mano alla crisi della democrazia rappresentativa e con lei, a quella dei partiti politici.

Ma vediamo le differenti opzioni politiche che restano in alto:

PRI – Da parte del PRI, si è operato con l’illusione che il 2 luglio si sarebbe espresso nelle urne il vecchio voto corporativo. Il suo trionfo nelle elezioni statali del 2005 gli aveva permesso di contare sul fatto che, oltre ai sondaggi e per quanto repulsiva fosse la candidatura di Madrazo, il suo zoccolo duro gli avrebbe permesso di vincere la presidenza. Si è dimenticato di tener conto della “maestra” Elba Esther Gordillo.

Dall’altro lato, l’usura della vecchia struttura corporativa del PRI è più profonda di quanto si possa pensare. Le vecchie centrali operaie, sempre più rarefatte e sempre meno operanti, si sono divise quando la direzione della Confederazione Rivoluzionaria degli Operai e dei Contadini (CROC) ha deciso di appoggiare AMLO. In questo modo il PRI, e con lui tutta la vecchia struttura corporativa, è entrata in una profonda crisi senza che al suo posto si siano create nuove strutture di controllo burocratico. Le nuove centrali come l’Unione Nazionale dei Lavoratori (UNT), di vecchia estrazione priísta, hanno deciso di appoggiare AMLO con la convinzione e la promessa di costituirsi come nuovo organismo di controllo burocratico. È nato così un nuovo tipo di corporativismo, sotto l’ideologia di una “nuova cultura del lavoro”, molto legata ai padroni. Questa situazione nel PRI segna una delle caratteristiche essenziali della attuale crisi: i vecchi meccanismi di controllo non solo non sono più operanti, ma sono soprattutto onerosi. Tanti anni di dominio priísta hanno provocato un doppio effetto: in primo luogo il PRI è incapace di rigenerarsi e secondo, il PRI si converte nel “l’ideale” da raggiungere come partito di Stato. Per questo, tanto nel PAN, come nel PRD e negli altri partiti “bonsai”, abbondano gli “ex-priísti”.

PAN – Dal Partito Azione Nazionale sono arrivate le ultime badilate di terra sulla tomba che Vicente Fox aveva aperto. Il partito è stato solo uno schermo che è servito alla presidenza (per essere più precisi: a Martha Sahagún) per implementare la frode, non solamente quella del 2 luglio, ma pure quella di tutto il processo elettorale precedente: il rapporto con le agenzie di sondaggi, l’alleanza coi mezzi di comunicazione di massa, l’organizzazione di tutta una squadra di imprenditori e di organismi imprenditoriali per portare avanti una guerra mediatica contro AMLO, l’alleanza (che poi sarebbe una relazione di subordinazione) con Elba Esther Gordillo, l’ottenere risorse prodotte dalla protezione, in questo sessennio, del cartello della droga del Chapo Guzmán, ecc.

Il PAN ha subito un processo di trasformazione definitiva: il vecchio partito democratico-conservatore che ha giocato un certo ruolo nella lotta contro il sistema di partito unico ha smesso di esistere in modo definitivo. Se il PAN era già stato abbastanza colpito con l’arrivo dei “barbari del nord”, questo processo si è acutizzato con l’arrivo della “coppia presidenziale”. Tutto ciò ha fatto sì che il PAN perdesse ogni identità e si trasformasse in un PRI azzurrato, soprattutto in quanto si riferisce all’utilizzo patrimoniale dell’apparato dello Stato a proprio beneficio, ai vincoli col crimine organizzato, ed alla formazione di funzionari che sono pagati per non fare il loro lavoro (le somiglianze tra Luis H. Álvarez “commissario per la pace” foxista ed Emilio Rabasa, che lo era stato per Zedillo, sono più di una).

In parallelo un’organizzazione segreta di ultra-destra: “el Yunque”, ha preso il controllo della dirigenza di quel partito. Sebbene sia chiaro il carattere fascista di questa organizzazione, è indubbio che la destra non è una ed indivisibile (vedere i libri che ha scritto il giornalista Álvaro Delgado su questa organizzazione clandestina). La candidata presidenziale del Yunque era, in prima posizione, Martha Sahagún, poi c’è stato Santiago Creel. Il trionfo di Fecal nella disputa per la candidatura panista, ha obbligato il Yunque a riposizionarsi ed ora spinge per avere da Fecal gli stessi privilegi dei quali ha goduto con Fox.

Fino ad ora, il PAN è stato incapace di trovare i meccanismi per costruire una modalità di dominio sociale stabile ed a lungo termine (che è ciò di cui ha bisogno il capitale per “investire”). Se i panisti non hanno la più pallida idea di che cos’è una politica di massa, la squadra di Fecal sta ancor peggio. Per questo, Elba Esther Gordillo sarà la nuova ideologa-operatrice-dirigente. Sì, una priísta dirigerà, in realtà, il PAN.

I partiti nani – Il PANAL ed il PASC sono due partiti creati proprio per la congiuntura elettorale. Il loro modo di agire evidenzia il reale obiettivo dell’attuale legge elettorale: lo stesso potere è quello che decide chi possono essere i suoi “rivali”. Sul terreno della legalità reale non esiste nessuna possibilità di creare un partito politico autentico che entri nella disputa politica con indipendenza ed autonomia. La via elettorale è ora una strada chiusa per la lotta onesta.

PRD-PT-Cconvergencia – Fino a prima del 2 luglio, la Coalizione per il bene di tutti si godeva il suo trionfo… senza averlo ancora ottenuto. Gli intellettuali che ora gridano istericamente per l’arrivo dell’ultradestra al governo, si limitavano a ripeterci lo slogan “sorridi, vinceremo” ed è noto a tutti che il 1° luglio, la squadra lopezobradorista si stava già spartendo la vittoria. Ma parleremo ancora della Coalizione, del movimento di resistenza alla frode e della CND lopezobradorista.

6 – E in basso? – Bene, in basso è un’altra cosa…

Quarta Parte: Due pedoni su strade distinte…
e con destini differenti

1 – I “modi” di un dirigente – Il rifiuto da parte della “coppia presidenziale” di López Obrador è andato crescendo alla pari della candidatura del tabasqueño. Con la sua comunicativa (e l’ampia copertura che gli offrivano i grandi mezzi di comunicazione – oggi nemici dichiarati del perredista -), il capo di governo di Città del Messico stava scivendo l’agenda a Los Pinos… ed al resto della classe politica. Anche se uno si fosse trovato nell’angolo più remoto del paese, avrebbe saputo quello che diceva Fox (bene, quando riusciva ad articolare qualcosa di comprensibile), quello che diceva AMLO, e come si era pronunciato, durante la giornata, il resto dell’elenco della politica messicana su quanto detto… dal governatore del DF. Questo non è che fosse il più grave problema per Fox… almeno per un po’. In un programma televisivo, López Obrador si diceva sconcertato per la repentina avversione del “signor presidente” (ricordate quando ha detto: “bisogna proteggere l’investitura presidenziale”). “Era il mio amico, non so che cosa gli è successo”, disse allora AMLO. Bene, quello che è successo è che la “investitura presidenziale” era ormai della coppia: quella formata da Vicente Fox e Martha Sahagún. E “la signora Martha”, come dice suo marito, voleva e vuole essere, non la signora del presidente, ma “la signora presidentessa”.

Se sembra il nome di un’opera teatrale, non è accidentale. Nella commedia che si rappresentava giorno dopo giorno a Los Pinos, la signora Sahagún aveva sempre il ruolo di protagonista (anche se non sempre il più di successo, ma non bisogna essere troppo esigenti). Doña Martha ha iniziato la sua lunga, e per ora stroncata, corsa alla poltrona presidenziale da molto tempo. E proprio quando López Obrador appariva sulla scena come il più forte concorrente. Ma, mentre si stava disfando dei personaggi scomodi (secondo lei) del gabinetto e del circolo vicino a Fox, Martha vedeva con disperazione che AMLO rimaneva lì. Non c’era bisogno di molto acume (e davvero non ce l’hanno) per rendersi conto di chi sarebbe stato il rivale della signora Martha nel caso fosse diventata lei la candidata di Azione Nazionale.

La manovra dei “video-scandali” è stato il primo indizio di una lotta vera e propria per tentare di buttar fuori AMLO dalla corsa presidenziale. La lotta è poi diventata una battaglia col tentativo di esautoramento. Se nei video si vedeva la mano del governo di Fox, nell’esautoramento la sfacciataggine è stata totale. Una mobilitazione cittadina crescente (che López Obrador ha disattivato) ha propinato a Fox una sconfitta schiacciante. Ma in politica non ci sono battaglie finali.

Nel frattempo, López Obrador si stava costruendo una candidatura, cioè un’immagine. Indubbiamente per riuscirci non bastava il balcone privilegiato del governo di Città del Messico, nel PRD continuava a pesare ancora molto la figura di Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano. Ma il governo del DF non era solo la possibilità di accedere ai riflettori mediatici, era anche denaro, molto denaro. E questa canzone ha molto “rating” tra la classe politica nel suo insieme, e pure nella direzione perredista. Con discreta abilità, AMLO è riuscito a “guadagnarsi” le simpatie (ed il controllo) dell’apparato del Partito della Rivoluzione Democratica… e di un importante settore di intellettuali, artisti e ricercatori. Per il primo, finanziamenti. Per i secondi, interlocuzione ed attenzioni speciali.

In sintesi, tutto andava bene.

È stato allora che alcuni mezzi informativi hanno buttato un amo a cui il lopezobradorismo ha abboccato con singolare allegria: i primi sondaggi. Dato che vi appariva con uno scandaloso vantaggio sul resto dei candidati, AMLO ha creduto loro e li ha avallati. Viziato ed adulato dalla stampa in quei tempi, López Obrador ha dimenticato una legge basilare del paludoso terreno dei media: fugacità e istantaneità. I media creano gli eroi (“e le eroine”, aggiunge Martita entusiasmata) ed i villani (“e le villane”, completa Elba Esther Gordillo) non solo nei teleromanzi, anche sullo scenario politico. Ma come li/le fanno, così li/le disfano. Il “maturo”, “prudente” e “responsabile” capo di governo dell’inizio, si trasformerà poi nel politico “irresponsabile”, “messianico” e “provocatorio” ed i sondaggi che lo davano in alto, poi lo collocheranno in basso.

Nella mobilitazione contro l’esautoramento, si è visto il primo indicatore del “modo” di López Obrador. Anche se era evidente che non pochi di quelli che si erano mobilitati lo avevano fatto contro l’ingiustizia, e non perché l’appoggiassero davvero, AMLO ha usato quel movimento per dare una bella spinta alla sua corsa verso la presidenza del Messico. Quando la mobilitazione incominciava a trasformarsi in movimento (in alcuni gruppi nasceva la preoccupazione per problemi seri come il posto della scienza, dell’arte, della cultura e, soprattutto, del che fare politico) ed il governo di Fox è retrocesso, López Obrador ha mandato la sua gente a casa.

L’obiettivo: fermare l’esautoramento e portare AMLO sulla cresta dell’onda, era stato raggiunto e lui si era impegnato a fermare le mobilitazioni. E così ha fatto.

Il messaggio di López Obrador verso il resto della classe politica (della quale fa parte, cosa da non dimenticare) ed i signori (e le signore) del denaro, era stato chiaro: “non ho solo la capacità di convocare una grande mobilitazione, ma anche di dirigerla, di controllarla, di dosarla… e di fermarla”.

2 – Gli/Le intellettuali di AMLO – In una parte dei media intellettual-progressisti è incominciato, allora, a sorgere quello che conosciamo come il lopezobradorismo illustre. Questa moda dà inizio alla costruzione di una nuova classificazione per collocare coloro che si muovevano o si affacciavano sul Messico politico. E, probabilmente, si divide in due: i buoni (quelli che stanno con AMLO – cioè i “simpatici” e “popolari” -) ed i cattivi (quelli che non stanno con AMLO – cioè gli “invidiosi”, secondo Elenita -). Qualunque critica o messa in discussione di López Obrador, anche se tiepida e sommessa, era catalogata come un complotto della reazione: di Carlos Salinas de Gortari, delle forze oscure dell’ultradestra, del Yunque, di un conservatorismo coperto. Mentre ora sono un po’ più “tolleranti”, le critiche al lopezobradorismo vengono tacciate di “settarie”, “marginali”, “ultras”, “infantili”.

Con un accanimento degno di miglior causa, questo settore ha man mano costruito un pensiero settario, intollerante, despota e vile. E l’ha fatto con tale efficacia che questo pensiero è quello che ha poi guidato “gli specchietti” intellettuali di López Obrador nella campagna elettorale, nel movimento di resistenza alla frode ed ora, nella CND di AMLO.

Quando il quotidiano messicano La Jornada, ha titolato una delle sue edizioni di agosto del 2005 (in occasione della prima riunione preparatoria dell’Altra): “o stanno con noi o stanno contro di noi” (o qualcosa di simile), si è sbagliata: sì e no. La frase non è stata detta da Marcos. Ma è stata detta ed è pronunciata da allora dal lopezobradorismo illustre.

Questo pensiero (che aveva cominciato a consolidarsi sorvolando sull’appoggio del PRD alla controriforma indigena) avrebbe aiutato a chiudere occhi ed orecchie quando i perredisti di Zinacantán, ne Los Altos del Chiapas, hanno attaccato le basi d’appoggio zapatiste ed avrebbe permesso che l’assassinio della avvocato difensore dei diritti umani, Digna Ochoa y Plácido, così come quello del giovane studente Pável González, fossero manipolati dal governo perredista del DF con una viltà che è poi diventata routine. Nei casi di Digna e di Pável, di fronte al crimine aggravato di umiliare la morte di attivisti sociali, le voci oneste sono rimaste in silenzio… “per non fare il gioco della destra”. Il lopezobradorismo illustre ha segnato così il suo primo trionfo, illegittimo come tutti quelli che ha ottenuto finora.

Se i simpatizzanti, militanti e dirigenti del PRD, questo settore di intellettuali e lo stesso AMLO, sono stati in silenzio allora, c’era da aspettarsi che non avrebbero detto nulla neanche quando gli assassini di militanti perredisti avrebbero occupato i posti a candidato sotto la bandiera gialla e nera.

E così è stato.

Quando qualcuno tace così davanti a qualcosa, tace davanti a qualsiasi cosa. Il fantasma del “innominabile”, Carlos Salinas de Gortari, spuntava dappertutto e tutto era valido per combatterlo. Tutto, perfino riciclare i salinisti discontinui… nel PRD e nel circolo vicino a López Obrador.

Con questa modalità autoctona del “pensiero unico”, è arrivato un nuovo sistema di valutazione, una nuova bilancia per pesare: la stessa cosa poteva ricevere una valutazione differente, a seconda di chi la faceva o la proponeva. Se la faceva o la proponeva AMLO o un@ dei suo@ simpatizzanti, allora l’atto o il progetto acquisiva tutte le virtù immaginabili; ma se si trattava di qualcuno che criticava López Obrador, allora era un progetto delle “forze oscure” dell’ultradestra.

Quando abbiamo affermato (ne “L’Impossibile Geometria del Potere”) che il progetto di AMLO era salinista, gli/le intellettuali lanciarono un grido al cielo (e stanno ancora lassù, isteric@), ma quando l’incaricato del piano economico lopezobradorista (il signor Ramírez de la O, consulente di politica economica – e, per alcuni, colui che sarebbe diventato ministro dell’economia se AMLO fosse arrivato alla presidenza -) ha dichiarato, alcuni giorni prima delle elezioni, che la sua proposta era un “liberismo sociale”, simile a quello di Carlos Salinas de Gortari, quei/quelle intellettuali sono confluiti dall’altra parte.

E tutto questo era seguito dalla destra reale con molta soddisfazione. Alcuni dei suoi pensieri e delle sue proposte erano già nell’ambiente perredista: il “malvagio” (e malriuscito) Piano Puebla Panama di Vicente Fox avrebbe ottenuto la sua “purificazione” nel Progetto Transismico di AMLO; l’approvazione della cosiddetta “ley Televisa” per i deputati perredisti della camera bassa è stato un altro “errore tattico”; le leggi minori ed i regolamenti, approvati pure dal partito che hanno dato legalità all’esproprio di terre indios non erano “tanto gravi”; la relazione promiscua tra López Obrador e l’imprenditore Carlos Slim era “alta politica”; la privatizzazione del Centro Storico di Città del Messico era “modernità”; il colossale investimento nel secondo piano del periferico che collega una delle zone più ricche del DF, mentre contemporaneamente abbassa gli investimenti per il trasporto pubblico, era un esempio di “buon governo” (e non una omissione allo slogan “primo i poveri”); il colpire il movimento urbano popolare era “mettere ordine”… ed il caudillismo che si sviluppava e coltivava era… “la nascita di una nuova leadership”.

Senza nessun indizio che lo fosse davvero, si è decretato che López Obrador era di sinistra perché… perché… bene, perché lui l’ha detto (bene, a volte sì, a volte no, dipende da con chi era).

Nel calendario si è arrivati al 3 e 4 maggio, e la morte ed il dolore sono arrivati da San Salvador Atenco e Texcoco, nello Stato del Messico. I sondaggi hanno detto che bisognava appoggiare la repressione o rimanere in silenzio. Fecal ha detto bene, che era magnifico, che questo era quello che si doveva fare. Allo stesso modo si è espresso un Madrazo sempre più debole. Da parte della “sinistra”, i parlamentari perredisti nel congresso mexiquense hanno applaudito l’azione della polizia ed hanno appoggiato Peña Nieto. Da parte sua, López Obrador… è rimasto in silenzio. Atenco sarebbe stato utile se fosse servito per le elezioni, ma i “rilevamenti” sui media dicevano che non era così. Il lopezobradorismo illustre si è lamentato un pochino, senza nessuna convinzione, e così prosegue.

Si è dimenticato pure che, durante tutto il percorso della sua candidatura, AMLO si è sforzato di essere gradito al settore imprenditoriale. Se si rivedono i discorsi e le dichiarazioni della sua pre-campagna e della campagna elettorale, non hanno niente a che vedere con quelli emessi dopo il 2 luglio. Una volta dopo l’altra insisteva coi politici: “non ci sarà vendetta”. Ed al settore imprenditoriale diceva, testualmente: “non dovete aver paura di me”. Cioè: “non colpirò le vostre proprietà, né i vostri livelli di guadagno, né gli usi e costumi della classe politica”.

Per non vedere tutto questo, bisogna essere molto miopi. Ma per vederlo e poi rimanere in silenzio, c’è bisogno di un cinismo che non smette di stupirci.

Tempo dopo, nella mobilitazione contro la frode, López Obrador ha detto, nello Zócalo di Città del Messico, che con la vittoria di Juan Sabines in Chiapas si era fermata l’avanzata della destra! Che AMLO promuovesse la bilancia che “purifica” (e rende di sinistra) coloro che l’appoggiano, passi pure, dopo tutto è lui che l’ha creata. Ma che il lopezobradorismo illustre applaudisse entusiasta una stupidità di quel livello, era incomprensibile… oppure la dimostrazione palpabile del grado di cretinismo raggiunto. “Fermare l’avanzata della destra in Chiapas” significava così riciclare il Crocchette Albores ed il latifondista autore di quella famosa frase “in Chiapas vale più un pollo che un indio” (Constantino Kanter). Chi accetta questo, accetta tutto. E se qualcosa abbonda nel lopezbradorismo illustre, sono le ruote di questa enorme macina.

In questo “sano” ambiente di discussione e di “alto” livello di analisi, si è arrivati al primo di luglio col lopezbradorismo illustre che inalberava non un programma progressista di partecipazione cittadina (vale a dire, contestando ai partiti il terreno del che fare politico), o una proposta innovativa per le arti, la cultura e le scienze, ma con uno slogan pieno di superbia ed arroganza: “sorridi, vinceremo”. No, non hanno invitato a fermare la destra (anche se ora dicono che invece l’hanno fatto). Hanno invitato a prepararsi a celebrare il trionfo (e questo sì, con misura e maturità).

Ah! Sembrava tutto così facile, così senza mobilitazioni, senza repressione, senza scontri, senza scontri politici ed ideologici, senza dibattito, senza lotte interne, così in pace, in calma, stabile, equilibrato, così senza radicalismo, senza fuga di capitali, senza caduta in Borsa, senza pressioni internazionali, senza che nessuno si rendesse conto, senza lotta di classe, tan – tan.

La repressione? Bene, è vero, c’era pure L’Altra Campagna, Atenco, quelli/e sì, “nac@s” e “volgari”. E niente blocchi delle strade principali, così fuori dalla legittima domanda di libertà e giustizia per i/le prigionier@ di Atenco. Quando L’Altra ha bloccato delle strade in solidarietà con i/le nostr@ compagn@, la polizia del DF si è imposta di “garantire” il libero transito. Decine di giovan@, student@ dell’ENAH e della CCH Sur in grande maggioranza, sono stati picchiati e gassati nel periferico sud e sono stati inseguiti fin dentro le installazioni della Scuola Nazionale di Antropologia e di Storia.

Il lopezobradorismo illustre ha detto bene, bene che la strada, che le auto, che il decreto numero 13 (emesso da AMLO quando era capo governo), che la libera circolazione, che gli “ultras”, che l’ordine, che la stabilità… Dopo tutto, erano solo dei/delle ragazz@ (che probabilmente non avrebbero votato o non avevano neanche la credenziale di elettore). Cioè, come direbbero Alaska e Thalía, “a chi importa”.

Tempo dopo, la mobilitazione contro la frode, facendo uso del legittimo diritto alla libera espressione, ha bloccato viale Reforma (credo si chiami così). Quando gli imprenditori e la “gente per bene” hanno protestato (a dispetto degli sgravi fiscali) ed hanno chiesto la testa del capo di governo del DF, Elenita Poniatowska ha intervistato l’assediato Alejandro Encinas. E lui ha dichiarato che doveva rispettare e proteggere la libertà di manifestazione.

Forse commossa dalla sofferenza di Encinas, Elenita “ha dimenticato” di domandargli perché le libertà valevano ed erano rispettate quando si trattava dei simpatizzanti di AMLO e non quando si trattava dell’Altra, o del movimento degli scartati all’ammissione all’università, o dei movimenti in generale che ricorrono a queste azioni per farsi vedere ed ascoltare. Nella “dimenticanza” di intervistato e di intervistatrice si è sentito chiaramente: “c’è una legge per qualcun@ (quell@ che stanno con me) ed un’altra per gli/le altr@ (quelli che non mi appoggiano-seguono-ubbidiscono)”.

Ma la notte del 1° luglio, il lopezbradorismo illustre ha sognato che solamente andando alle urne il paese sarebbe cambiato. E loro avrebbero sopportato con modestia, che bravi, le dimostrazioni di gratitudine del popolino (“guarda figlia mia, lì c’è il dottore, ha fatto scuola al signor presidente ed a suo figlio; e là ci sono quelli che abbiamo visto sul palco, salutali perché sono quelli che hanno diretto la nostra liberazione”), degli indios (degli/delle zapatist@ no, perché è noto che sono degli/delle ingrat@), degli operai, dei contadini, delle donne, dei/delle giovan@, degli/delle anzian@, del Messico insomma. E ci sarebbero state conferenze e tavole rotonde all’estero. Ed il lopezobradorismo illustre, questo sì, con modestia e misura, avrebbe raccontato quanto aveva fatto per il Messico… anche se è sempre solo stato sopra un palco.

Ma è arrivato il 2 luglio e, con lui, la Gordillo. E con lei… la frode.

3 – La mobilitazione contro la frode – Ma, dopo lo sconcerto iniziale e mentre era già pronto il patibolo per annientare Marcos, l’EZLN, L’Altra Campagna e tutti quelli che resistevano ad essere “purificati”, quest@ intellettuali si sono resi conto di che cosa era davvero successo. AMLO ha dimostrato, ancora una volta, di essere il più intuitivo ed intelligente del lopezobradorismo illustre. Ha saputo valutare bene che una mobilitazione contro la frode dipendeva da quello che lui diceva e faceva… e così ha detto e fatto. Così è iniziata una mobilitazione popolare, autentica, legittima e giusta: la mobilitazione contro la frode e, quindi, contro l’imposizione di Felipe Calderón.

Si è detto che la mobilitazione non è stata né è quello che si dice. Si parla di trasporti forzosi, della svergognata ed impertinente intromissione del governo del DF e della struttura del PRD, si dice che non erano né sono così tanti, come dicono che sono. Può essere. Quello su cui non c’è dubbio, nemmeno per noi zapatist@, è che c’erano e ci sono lì, in quella mobilitazione, delle persone oneste che sono state e stanno lì per convinzione e per principio. Quelle persone meritano ed hanno il nostro rispetto, ma la loro strada porta in una direzione in cui noi non vogliamo andare.

Non condividiamo con loro né la strada né il destino.

Ed il nostro modo di rispettarl@ è di non intrometterci nella loro mobilitazione, di non disputare ad AMLO la leadership indiscutibile che ha lì, di non sabotare, di non essere opportunisti, di non “disilludere” le masse (che invece sono alcuni dei motivi e delle ragioni di organizzazioni e gruppi per star lì, anche se non sono d’accordo con la conduzione della mobilitazione).

Le persone oneste che stanno lì, lo sappiamo, pensano che sia possibile che la mobilitazione si trasformi in movimento (con la CND) e che non dipenda da un leader e dalla struttura di controllo che si è imposta ai/alle convenzionist@. Può darsi. Noi pensiamo che non sia così ed inoltre pensiamo che non sarebbe etico “cavalcare” o “approfittare” di una mobilitazione per la quale non abbiamo fatto niente, su cui abbiamo solo mantenuto uno scetticismo critico.

Ebbene, sulla mobilitazione contro la frode ed il tentativo di trasformarla in un movimento con la CND, diciamo quanto segue:

1. La “coscienza” di AMLO rispetto all’illegittimità delle istituzioni appare chiara perché si è ignorata la sua vittoria grazie alla frode. Altro sarebbe stato se si fosse riconosciuto che aveva vinto la presidenza.

2. La Convenzione Nazionale Democratica non esisteva nel pensiero lopezobradorista all’avvio della mobilitazione. Se così fosse stato, nel presidio si sarebbe approfittato del tempo a disposizione per analizzare, discutere e dibattere le differenti proposte che sono state poi votate per acclamazione il 16 settembre 2006. La CND è stata ed è un modo per trovare una via di uscita al presidio, ed un modo legittimo di incominciare a costruire un movimento per arrivare alla presidenza nel 2012… o prima, se ci sarà la caduta di Fecal.

3. Nella CND si è imposta una direzione che, più che condurre il movimento, si propone di controllarlo. Non c’è il minimo germe di partecipazione democratica nelle discussioni e nella presa di decisioni, tanto meno germi di auto-organizzazione. Questa direzione ha i suoi propri interessi ed impegni (anche se la CND si è accordata sul boicottaggio di alcune imprese e prodotti, alcuni dei suoi dirigenti hanno dichiarato che non l’avrebbero fatto – si veda quanto ha scritto Federico Arreola su Milenio Diario, il giorno dopo della CND -).

4. Il movimento in formazione del lopezobradorismo non mira ad una crisi delle istituzioni (quelle che hanno forgiato e perpetrato la frode). Se fosse così, si sarebbe deciso che nessuno accettasse i posti che ha vinto nelle elezioni, il che per davvero avrebbe provocato una rottura difficile da dirimere. La CND non mira verso la sua autonomia ed indipendenza. Al contrario, prosegue soggetta alla vecchia classe politica (oggi convertita alla “sinistra”).

5. La maggioranza, non tutti/e, di coloro che stanno nella direzione della CND brilla per la sua corruzione, l’opportunismo e la tendenza alla truffa.

Se, da una parte, si mandano “al diavolo” le istituzioni fraudolente, dall’altro si partecipa (soldi compresi) in queste. I negoziati sono all’ordine del giorno e ne devono ancora arrivare alcuni molto importanti: il bilancio federale e quello di Città del Messico.

6. Il lopezobradorismo illustre sta dirigendo i suoi attacchi ora verso se stesso, verso coloro che anche se hanno appoggiato AMLO ora lo criticano. Le denigrazioni interne e le purghe continueranno a crescere.

7. La mobilitazione ha avuto, ed ha, scintille e luci indubbie: per esempio, la creatività e l’ingegno nelle azioni di denuncia contro alcune delle imprese complici della frode (banche, Wall Mart, eccetera), la partecipazione convinta di gente in basso, la giusta e legittima rabbia contro la prepotenza del PAN e del governo di Fox, come contro l’insultante disprezzo che alcuni mezzi di comunicazione (Televisa, TV Azteca e le grandi catene radio) dispensano a coloro che hanno partecipato e partecipano alla mobilitazione.

4 – In basso… – E, nel frattempo, nel Messico in basso…

La gente onesta – In basso si trova la maggior parte di coloro che si sono mobilitati contro la frode elettorale. Quelli che volevano che AMLO fosse presidente perché hanno votato per lui ed hanno vinto. Quelli che difendono il diritto a scegliere democraticamente il governo. Quelli che non volevano che si ripetesse un altro 1988. Quelli che avevano, ed hanno, una sana sfiducia negli apparati di partito della Coalizione. Quelli che sfidano il potere esistente e vogliono che cambi il sistema neoliberale che sta rompendo il tessuto sociale ed affondando al paese.

Oaxaca – Il basso ha fatto irruzione anche a Oaxaca ed ha trovato la sua forma e la sua strada con l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO). La capacità di veto di questo movimento è stata degna di se stessa. Non importa se coloro che lì partecipano, abbiano votato o no (se l’hanno fatto per la Coalizione o per qualunque altra forza di partito). Questo non è importante, ciò che è importante è che hanno una fiducia nella loro forza che va oltre ai loro dirigenti ed alla congiuntura. Questa fiducia ha permesso loro, finora, di decidere da soli le loro tattiche senza cedere alle pressioni esterne ed ai consigli delle “buone coscienze”. Come EZLN, appoggiamo questo movimento e tentiamo di seguirli e di imparare attraverso i/le compagn@ dell’Altra che lottano lì. Il nostro appoggio non va più in là per due ragioni: una è che è un movimento di per sé complesso, un appoggio più diretto potrebbe provocare “voci”, confusione e diffidenze, l’altra è che spesso il movimento del popolo oaxaqueño è stato accusato di essere legato a gruppi armati e la nostra presenza diretta farebbe crescere la campagna mediatica già in atto contro di loro.

Gli/Le Altr@ – E fuori dalle chiacchiere vuote della politica in alto, un’altra ribellione si sta costruendo nel profondo della società: tra i popoli indios, tra i giovani maltrattati dal potere (compreso quello del PRD), tra i lavoratori delle maquiladoras, fra le/i lavoratrici del sesso, tra le donne insubordinate che vivono nell’angoscia per i loro mariti emigrati al nord, nelle organizzazioni politiche di sinistra che sono convinte che esiste qualcosa oltre il capitale e la democrazia rappresentativa, tra tutti/e coloro che compongono L’Altra Campagna, che esistono in tutto il paese e che stanno organizzando ed inventando un altro modo di fare politica e di rapportarsi fra di loro uguali-diversi.

L’Altra Campagna non è neanche quanto è venuto fuori dai mezzi di comunicazione, nemmeno quello che alcuni dei suoi partecipanti dicono di lei, e bene, neanche quello che la Commissione Sesta dell’EZLN ha detto dei suoi sviluppi. È molto di più di tutto questo. È un torrente che scorre in basso, che ancora non si esprime del tutto, che esiste e si riproduce nei bassifondi del Messico.

Ma sempre in basso, esistono milioni, la maggioranza, che non hanno votato. Che non credono nelle elezioni (molti di loro, come noi zapatist@, non hanno mai votato per convinzione). Coloro che fanno parte del Messico disprezzato e umiliato (e che ora il lopezobradorismo illustre vuole disprezzare ed umiliare ancor di più, attribuendo a loro una presunta sconfitta). Molti di loro fanno parte del Messico dei popoli indios che solamente alcuni anni fa erano elogiati per la loro volontà di lotta e resistenza.

Con questi ultimi, con quelli/e che non guardano verso l’alto, stiamo noi zapatist@. E pensiamo che è con loro che deve stare L’Altra Campagna.

Perché alcuni/e in basso, noi che stiamo nell’Altra, abbiamo già identificato il nostro dolore ed il nemico che lo causa: il capitalismo.

E sappiamo ormai due cose centrali: una, che per librare questa lotta si richiede la costruzione di un movimento sociale-politico autonomo ed indipendente. E l’altra, che in alto non c’è soluzione di fondo né ai problemi economici e sociali che angosciano il popolo del Messico e nemmeno di fronte al sequestro della partecipazione e dell’organizzazione del popolo da parte della classe politica.

Noi, i/le zapatist@ dell’EZLN, da un anno abbiamo scelto di portar avanti un movimento nazionale anticapitalista, e in basso a sinistra, che passasse oltre la congiuntura elettorale – nel quale si potesse stare indipendentemente da ciò che ognuno decideva riguardo alle elezioni -. Ora abbiamo visto ed imparato molte cose. Di quelli in alto, dell’Altra, di noi stess@.

Pensiamo che, si sia d’accordo o no con la legittimità o la popolarità del movimento che ha alla testa Andrés Manuel López Obrador, quella non è la strada dell’Altra, e, soprattutto, non ha lo stesso destino che cerchiamo noi che siamo compagni/e nell’Altra.

Noi, L’Altra, non cerchiamo chi ci diriga, né chi dirigere. E non cerchiamo di ottenere dall’alto ciò che si costruisce dal basso.

Ed è a voi, alle nostre compagne ed ai nostri compagni dell’Altra che vogliamo fare una proposta…

Le/Gli zapatist@ e l’Altra: i pedoni della storia
Quinta Parte: l’ora delle definizioni?

Nel cuore collettivo che siamo, noi zapatisti/e non sappiamo esattamente come sia arrivata a voi la nostra parola della Sesta. Quello che sappiamo è che è stato da lì, dal vostro posto, con la vostra storia e dalla vostra lotta che voi avete risposto “sì” all’invito alla Sesta ed a ciò che poi avremo conosciuto tra di noi come L’Altra Campagna. È nel cuore di ognuno, a volte individualmente, a volte collettivamente, come popolo indio, come organizzazione politica o sociale, come ong, come collettivo, come gruppo, come individui, dove si è deciso di intraprendere questo passo che ormai non è più solo zapatista ma è invece il destino di molti/e, di tutti/e quelli che siamo.

In quest’anno, che è quello trascorso da quella plenaria nel Caracol de La Garrucha (del 16 settembre 2005) fino a questi giorni convulsi, abbiamo visto che alcuni/e se ne vanno, che altri/e rimangono, che alcuni/e si avvicinano di più, che alcuni/e lavorano, che alcuni/e stanno solamente “stravolgendo” ed ostacolando il passo, che alcuni/e – i/le più – hanno fatto loro questo progetto. Questi viavai non hanno provocato solo “voci” dentro L’Altra, ma hanno pure diffuso di più il suo viso, la sua parola, la sua strada.

Come zapatisti/e, pensiamo che quest’anno che è trascorso sia servito molto a conoscerci. Ed anche a conoscere coloro che si sono avvicinati/e solo per trarre vantaggi politici. A volte per tentare di capitalizzare un presunto impatto “mediatico” dell’EZLN, a volte per cercare di egemonizzare L’Altra, a volte per condurla ad una politica di alleanze che sarebbe servita loro, a volte per vedere di che si trattava e poi andare da un’altra parte a continuare a guardare, a volte per tentare di omogeneizzare secondo le proprie idee.

Noi crediamo che tutto questo sia stato propiziato, oltre che dai nostri errori (abbiamo già segnalato e riconosciuto alcuni di questi, più quelli che potete aggiungere voi) anche dal fatto che L’Altra porta una buona dose di indefinito.

Ciò che all’inizio era una virtù, perché era riuscito a convocare un’ampia gamma del meglio del movimento anticapitalista nazionale, ora inizia a diventare una zavorra.

Anche se fondamentali, le definizioni di base dell’Altra sono troppo generali, soprattutto per quanto riguarda la struttura organizzativa, la politica di alleanze, il posto per le diversità e di coloro che sono invitati o no.

Inoltre, come abbiamo visto ed ascoltato nel nostro percorso e nelle differenti riunioni ed assemblee, è necessario pronunciarsi sul fatto se le caratteristiche attuali sono complete o no. Per segnalare solo un esempio, da non poche parti è stato segnalato che è necessario che L’Altra includa l’aspetto anti-patriarcale come una caratteristica di base.

Un altro problema grave ed urgente è che non abbiamo definito il come si prendono le decisioni dell’Altra come movimento. Così a volte si presenta una posizione personale o di gruppo o di organizzazione (compreso l’EZLN), come se fosse la posizione di tutta L’Altra.

Nelle riflessioni che qui vi abbiamo presentato, abbiamo già spiegato perché concepivamo L’Altra come necessaria per un lasso di tempo e che, pertanto, avevamo un po’ di tempo per andare avanti conoscendo, sistemando e definendo.

Come abbiamo pure già esposto, noi pensiamo che questo tempo di crisi politica in alto, dove è necessaria un’alternativa di sinistra anticapitalista, è già arrivato. Anche se è palpabile quanto profonda sia la crisi della politica in alto, noi zapatisti/e sappiamo bene che, se non c’è alternativa in basso, quelli in alto finiscono per sistemarsi e darsi nuovo respiro.

Noi crediamo che l’ora dell’Altra, l’ora dei/delle Nessuno che siamo, sia arrivata.

Che dobbiamo ormai iniziare il nostro contatto diretto con tutti/e i/le in basso, col nostro popolo, ed incominciare già a costruire con loro il programma nazionale di lotta.

Oramai non solo più per conoscere, diffondere ed unire tra di loro le resistenze che ci sono nel nostro paese contro il sistema capitalista, ma per cominciare ad organizzarci attorno a questo piano, ai suoi contenuti, ai suoi obiettivi ed ai passi e alle modalità per portarlo avanti.

Ma non abbiamo ancora un nostro volto come L’Altra. Pensiamo che sia ormai il momentodi crearcelo tra tutti/e. E già è tempo che se ne vadano coloro che non si identificano con quello che è il pensiero maggioritario dell’Altra, e che rimangano e vengano coloro che davvero si riconoscono in quel volto collettivo che costruiremo.

Crediamo, quindi, che sia arrivata l’ora delle definizioni che sono rimaste in sospeso.

Quelle che noi consideriamo principali, sono raggruppate nei cosiddetti 6 punti: le caratteristiche dell’Altra, coloro che sono convocati e chi no, la struttura organizzativa (includendo qui pure il meccanismo o modo per prendere le decisioni), il posto delle diversità, la politica di alleanze ed i compiti immediati.

Queste questioni erano state individuate nelle riunioni preparatorie e nella prima plenaria abbiamo proposto che fossero sottoposte alla discussione ed alla decisione di tutti/e gli/le aderenti. Ma non è stata fissata la data, né si è stabilito come si sarebbe tenuto conto della voce di ognuno su queste tematiche.

E tener conto di tutti e di tutte è qualcosa che ci distingue da altre proposte, progetti o movimenti politici.

Per più di un anno abbiamo avanzato molto o poco nella discussione di questi 6 punti. Pensiamo che ora si debba concludere questa tappa e prendere una posizione ed assumere una definizione come L’Altra.

Cioè, rispondere, ora come L’Altra, alle domande: chi siamo? dove siamo? come vediamo il mondo? come vediamo il nostro paese? che vogliamo fare? e come lo faremo?

Per tutto ciò che diciamo ora, ed in base a ciò che abbiamo visto, ascoltato e detto in quest’anno, vi proponiamo:

1 – Che tutti/e gli/le aderenti concludiamo le nostre analisi, discussioni e definizioni, e che prendiamo una posizione rispetto a:

1. Le caratteristiche fondamentali dell’Altra (cioè la sua identità collettiva)

2. La sua struttura (come ci rapportiamo tra di noi)

3. La sua politica di alleanze (chi appoggiamo, con chi ci uniamo)

4. Il posto delle diversità (dove stiamo)

5. Coloro che sono convocati o no (chi è un/una compagn@ e chi no)

6. I compiti comuni a tutti/e gli/le aderenti (oltre a quelli che ognuno ha nella sua lotta)

2 – Che la conclusione di queste analisi, discussioni e definizioni si realizzi nel posto dove si è deciso l’adesione: nel popolo indio, nell’organizzazione politica o sociale, nella ong, nel gruppo, nel collettivo, nella famiglia, a livello individuale. È lì dove ognuno resiste e lotta. Ed è lì dove ognun@ può discutere e decidere che tipo dell’Altra sia meglio per quanto ci proponiamo.

3 – Che per queste analisi e discussioni, tutti/e coloro che vogliano farlo, possano rendere note agli/alle altri/e le loro posizioni e ragioni. Per adesso non abbiamo altro spazio comune che le pagine internet della Commissione Sesta e quelle delle organizzazioni, dei gruppi e dei collettivi che ce l’hanno. Pensiamo che, anche se è poco e limitato, tutti/e dobbiamo mettere al servizio di queste analisi e discussioni i mezzi che abbiamo. Attraverso articoli, programmi radio o tv alternative, “blog”, e-mail, tavole rotonde, riunioni, conferenze, volantini, giornali, assemblee o come sia possibile, si potrebbe render note agli/alle altri/e aderenti le posizioni a livello individuale, delle famiglie, dei gruppi, dei collettivi e delle organizzazioni su ognuno dei punti: per esempio, su quello anti-patriarcale (che cosa significa e perché L’Altra deve esserlo e come). Infine, generare un dibattito intenso, ma sempre rispettoso, sulle idee e proposte di ognuno.

4 – Che queste analisi, discussioni e dibattiti interni all’Altra, si concluda entro i mesi di ottobre e novembre di quest’anno, il 2006.

5 – Che la decisione di ognun@ si manifesti in una consultazione di tutti/e gli/le aderenti. Una consultazione universale interna all’Altra, dove sia ascoltata e si tenga conto dell’opinione di tutti/e e di ognun@ degli/delle aderenti, senza che sia importante il luogo dov’è, la lingua che parla, la sua età, la sua razza, le sue preferenze sessuali, il suo livello scolare, né se sa parlare in pubblico o no, né eccetera, ma solo se ha aderito alla Sesta Dichiarazione. Una votazione, quindi, di tutti/e gli/le aderenti.

6 – Che questa consultazione si realizzi nella settimana fra il 4 ed il 10 dicembre di quest’anno.

7 – Che la realizzazione di questa consultazione sia assunta dalle varie unità organizzative di lavoro che esistono o si creino per questo. Che anche se qualcuno non può assistere ad un’assemblea o ad una riunione per qualsiasi motivo, qualcun@ dell’Altra vada nel posto dove lavora, studia, vive e gli/le domandi e prenda nota della sua opinione su ognuno dei punti, non importa se è un@ sol@ o molte persone.

8 – Che si rispettino i “modi” di ognun@ di manifestarsi e di far conoscere la propria opinione: sia per pronunciamento individuale, che familiare, di gruppo, di collettivo, di organizzazione o di popolo indio.

9 – Che ogni unità organizzativa di lavoro decida la modalità ed il contenuto della realizzazione della consultazione nell’ambito di dove la terrà.

10 – Per coloro che lo decidano, la Commissione Sesta dell’EZLN si offre di ricevere la loro opinione e di far sì che se ne tenga conto (anche se non coincide con la nostra, cioè è contraria a quella che sosterremo come zapatisti/e) nella consultazione interna dell’Altra.

11 – Che, finita la consultazione, ogni unità organizzativa di lavoro renda noti pubblicamente, nella pagina di Enlacezapatista i risultati e dove. Così tutti/e insieme potremo fare il conto e sapremo che cosa ha deciso la maggioranza.

12 – Che, quando tutti/e sappiamo il risultato totale, informiamo tutti/e gli/le aderenti seguendo lo stesso percorso che si è usato per consultarvi.

13 – Che così L’Altra definisca chiaramente le sue caratteristiche, la sua struttura organizzativa, la sua politica di alleanze, il posto di ognuno, chi ci sta o chi no, così come i compiti comuni, entro la fine di quest’anno.

14 – Che nel febbraio del 2007 si dia inizio ad un’altra tappa dell’Altra, quella di continuare a portar avanti il Programma Nazionale di Lotta, con la partecipazione diretta dei/delle delegati della Commissione Sesta dell’EZLN, entrando in contatto diretto con i nostri popoli, così come i compiti generali che si decidano, come la lotta per la libertà e la giustizia per i/le prigionieri/e di Atenco, la libertà di tutti/e i/le prigionieri/e politic@ del popolo, la presentazione in vita dei/delle desaparecid@s e la cancellazione di tutti i mandati di cattura contro gli/le attivisti/e sociali.

15 – Che gli/le aderenti che sono d’accordo con questa proposta ce lo facciano sapere attraverso tutti i tipi di posta, attraverso le unità organizzative di lavoro dell’Altra in tutto il Messico, o attraverso tutti i mezzi che riterrete opportuni.

Questa è la nostra proposta, compagne e compagni dell’Altra Campagna.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
Commissione Sesta dell’EZLN

Comandante Grabiela (delegata uno) – Comandante Hortensia (delegata cinque)
Comandante Zebedeo (delegato due) – Comandante David (delegato sei)
Comandante Miriam (delegata tre) – Comandante Tacho (delegato sette)
Comandante Gema (delegata quattro) – Subcomandante I. Marcos (delegato zero)


Messico, settembre 2006

(traduzione del Comitato Chiapas di Torino)

Posted: marzo 17th, 2011
at 1:58 by ironriot

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Categories: America Latina

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