Messico: Lettera di Carlos Lopez “Chivo” sulla sua situazione carceraria

Pubblicato il 24 Maggio dalla Croce Nera Anarchica Messico

Un saluto compagnxi!

Vi scrivo questa lettera perché sento un forte bisogno di comunicare con i/le compagni/e fuori. Sono convinto dell’importanza di essere informati su ogni fatto di lotta contro ciò che comunemente chiamiamo “il nemico”, cioè lo stato capitale, attraverso le loro istituzioni meschine e i loro metodi di controllo fascisti.

Anche la lotta anticarceraria è importante e da questo nasce la mia esigenza di condividere la mia situazione come prigioniero anarchico, chiarendo a priori che in nessun momento ho cercato di fare la vittima per il fatto di dover vivere questa situazione, perché come ho già detto (o scritto): Non credo e non accetto la presunta innocenza o colpevolezza dei reati con cui mi si accusa e mi rivendico anarchico con progettualità insurrezionale e rivoluzionaria sequestrato dallo Stato (e non “vittima” di sequestro, come ho letto in un comunicato) e il fatto di raccontare la mia situazione carceraria è allo scopo di denunciare pubblicamente solo una piccola parte del modus operandi di questa istituzione schifosa. “Se non si vede, non esiste” e per questo che con le mie limitate possibilità, faccio in modo che si sappia attraverso questo tipo di denuncia che forma parte della mia lotta anticarceraria.

Circa un mese fa (verso metà marzo), quando ero ancora agli inizi del mio ingresso in carcere, si è verificata la prima provocazione. Verso le 7 di sera ero con un compagno di cella, quando improvvisamente si avvicina un tipo losco – che chiaramente non conoscevo- e inizia a cercare pretesti per discutere, con aggressioni verbali e spintoni; parte delle dinamiche del carcere è quella di difendersi quando è in gioco la tua “reputazione” (dinamica che per me non vale niente) ma sarà stato per la gravità delle parole o per lo stress dell’incarceramento, sono caduto in questa dinamica.
Dopo esserci scambiati alcuni colpi, come per magia appaiono delle guardie (è strano e non avviene di frequente che la polizia entri nei corridoi delle celle) che ci dividono. Di solito le guardie tendono a calmare gli animi con schiaffi e colpi con il pugno chiuso per sottomettere chi sta litigando, e così hanno fatto con me e con il personaggio con cui stavo facendo a botte, (è di un enorme impotenza non potersi difendere contro i fottuti poliziotti di merda, perché si rischia che ti aprano un altro processo per aver aggredito la loro fottuta autorità) e ho pensato che la cosa sarebbe finita lì; ma mi sbagliavo. Dopo averci umiliato davanti tutti i prigionieri presenti, ci hanno fatto scendere le scale a spintoni e improvvisamente non ho più visto il mio aggressore iniziale e fino ad oggi non ho sentito niente su di lui; arrivati a destinazione mi cominciano a picchiare di nuovo; dopo aver sopportato fino a quel momento, gli ho cominciato a rispondere con insulti verbali, con l’idea fissa di passare all’insulto fisico, ma non ho potuto dovuto alle loro botte, sempre più forti. Non ricordo bene per che corridoio, ma mi hanno portato in una stanza buia, e prima di lasciarmi lì, mi hanno spogliato completamente, lanciato un secchio d’acqua fredda, dato le ultime botte (come se volessero che non li dimenticassi mai) e mi hanno sbattuto nella cella. Era notte, faceva freddo, mi avevano tolto tutti i vestiti, il pavimento era bagnato, con molte ferite al corpo, la cella senza un solo raggio di luce. Potete immaginare che notte ho passato? Ho sentito paura, rabbia e impotenza. Credo che tali trattamenti possano essere considerati come tortura fisica e psicologica.

Non ho mai avuto paura del buio, fino a quella notte, in cui ho passato circa 10 ore rigirandomi (senza poter vedere) in tutte le direzioni, in attesa che accadesse qualcosa, fino all’alba quando sono venuti a tirarmi fuori. Ovviamente era un altro turno di custodi.

Mi hanno riportato nella mia cella -non senza minacciarmi di restare zitto sull’accaduto- e arrivato in cella ho preferito non parlare con nessuno, non per la minaccia ma perché ero ancora costernato. Casualmente questo stesso giorno sono passato alla fase successiva di questo centro di sterminio, chiamato Reclusorio Oriente; la notte sono stato portato al C.O.C. (Centro di Osservazione e Classificazione) dove, da quando siamo entrati i quasi 150 detenuti, siamo stati accolti con il solito “terrore psicologico”. Proprio lì nel C.O.C. mi aspettava un’altra sorpresina. Più tardi siamo stati chiamati a svolgere la famosa “fajina”, si tratta della pulizia dell’edificio, o meglio la presunta pulizia, perché si tratta in realtà di un pretesto per un’estorsione. Una volta uniformati ci dicono: “Chi vuole pagare 2500 pesos (circa 150 euro) per non fare la fajina? Perché faremo in modo che non possiate sopportarlo e finiate per pagare lo stesso”, così che alcuni accettarono. Ma altri di noi abbiamo deciso di fare il lavoraccio. Ricordo che mi dicevano: “meglio che paghi guerito (modo in cui si chiamano quelli di pelle chiara), sicuro che soldi ne hai, non fare il cazzone, ci ripenserai”. Quel primo giorno ho fatto la fajina, che consiste nel fare “esercizio” in una maniera quasi disumanizzata, con l’intenzione che il tuo corpo si spacchi e finisci per pagare e chiaramente avevamo sempre dei gorilla dietro che esigevano maggiore velocità e se non vai a ritmo, ti picchiano. Tutto questo due volte al giorno, per circa tre ore di tortura.

Il giorno dopo mi dicono “facci vedere come ce la fai da solo” e dopo mezz’ora, in cui mi hanno fatto fare una specie di “carritos“, che consiste nel piegarti e lavare il pavimento con uno straccio bagnato, il tutto a gran velocità, sono caduto ed è stato in quel momento che mi hanno dato un calcio fra la schiena e i fianchi.

Di mio già avevo problemi alla schiena ed in quel momento non sono riuscito ad alzarmi. Il dolore era incredibile e ricordo che mi sono girato a guardare l’aggressore (un altro incarcerato bastardo che lavora con quelli della fajina) con la voglia di reagire però, ancora una volta, si trovavano da quelle parti quelli che avevano organizzato la rissa di due giorni prima e che mi aveva costretto alla cella oscura, e adesso per di più con la spalla contusa, non ho potuto dire niente. Mi sono alzato come ho potuto e sono andato dall’incaricato della fajina che mi dice: “Come vedi già non puoi proseguire e allora paga”. È stato così che ho dovuto accettare l’estorsione.

Ho dovuto chiamare una persona che mi depositasse 2000 pesos. Quando ho potuto parlare a questa persona, non ho potuto fare a meno di piangere, a causa della grande impotenza e il dolore ma non ha mai dato loro il gusto di farlo davanti quei schifosi fajineros.

Apro una breve parentesi per ricordare che non ho mai fatto la vittima. Offeso, questo si, perché hanno cercato di calpestare la mia dignità.

Per “coincidenza”, per due settimane è stato negato l’accesso alla visita a mia madre, che era l’unica visita che ricevevo, argomentando che c’era un problema con il suo documento. Arrivando al C.O.C. i bastardi ti fanno una “perquisizione” e ti rubano soldi e schede telefoniche.

Non avevo soldi però avevo una scheda telefonica che hanno rubato insieme alla mia agenda di contatti telefonici. Voglio dire che durante queste due settimane sono rimasto incomunicato, misteriosamente isolato. Ho potuto solo fare la telefonata per chiedere i soldi…

Non ho mai pensato di andare a lamentarsi con le “autorità” del carcere, non c’è bisogno di dire che sono parte della stessa banda di serpenti in totale complicità. E tanto meno rivolgermi ai “diritti umani” perché i loro diritti sono per convenienza e io non ci credo.

Toccando il tema delle estorsioni, voglio chiarire: Quando parlo di estorsione, parlo di una pressione che qualcuno ti fa per ottenere certi risultati in beneficio di qualcuno, anche se contro la tua volontà, perché per “x” motivi è fuori dal tuo controllo; quindi non intendo per “estorsione” quando qualcuno ti chiede dei soldi e tu, per paura di essere picchiato glieli dai.

Una persona a me molto cara mi ha detto una volta: “non dargli più soldi”, come se io avessi optato per la seconda definizione di estorsione. So che non era sua intenzione ma capisco che molte persone possono avere questa impressione.

Per quanto riguarda l’estorsione come argomento della lotta anticarceraria, vi dirò che qui ti fanno pagare tutto, veramente tutto e questo mi sembra ridicolo e allo stesso tempo mi preoccupa perché nessuno dice niente. E so che quello che dico qui non cambia nulla ma io non voglio cadere in questa omertà collettiva.

Fanno pagare per usare i bagni (quello che sta nella cella non è sufficiente per tutti i detenuti), per usare l’acqua del rubinetto, perché il servizio nelle celle va via molto spesso, per appuntarsi alla lista (ci puoi credere? Per metterti nella lista) per andare in tribunale, per ricevere il tuo avvocato, per ricevere la tua visita e, a parte, l’uso della sedia che si sta utilizzando, per scendere le scale il giorno della visita, per potere uscire dalla tua cella, ti fanno pagare i lucchetti, vale a dire che per uscire da dove sei o dal posto dove dormi, fanno pagare in ciascuno dei tre istituti (Ingreso, C.O.C y Población) materiali come scope, sapone, bidoni, ecc, ecc. Che business questo!
E attenti! Quando ti rifiuti di pagare, viene la mano pesante.

Non posso non menzionare gli insetti, certi pidocchi bianchi, cimici e scarafaggi che sono parte del carcere! Pizzicano duro.

Un altro aspetto che non mi piace, e non solo a me, è il sovraffollamento. In Ingreso y Población le celle sono molto piccole, perlomeno nella mia esperienza in Ingreso vivevamo 23 prigionieri in una celletta di circa 3 x 2,5 metri e in Población vivevamo in 17. Ê molto scomodo ed anche pericoloso per il fisico per la posizione in cui si dorme, se riesci a dormire, soprattutto gli ultimi arrivati che dormono di fianco la tazza del bagno, anche seduti. Il sovraffollamento nelle carceri messicane è preoccupante e perlomeno qui nell’Oriente è molto dura.

Nonostante siamo molti non succede niente. Qui dentro i metodi di domesticazione sono abbastanza notevoli, come per la religione, è impressionante la quantità di persone che ti dicono: “Forse è per volontà di Dio che siamo qui, lui ha un proposito per noi e qui dobbiamo assecondare la sua volontà” e si mettono a cantare e piagnucolare sperando che li tiri fuori presto di qui. E quando scoprono che sono ateo e che mi sembra nà stronzata che si lascino accecare da questo dogma, subito si allontanano o mi cominciano a fare strane domande ma questo è un altro tema.

Un altro modo di mantenere i prigionieri passivi è con la droga e, rispetto questo tema, ho sempre pensato che ognuno è libero di scegliere come vivere la propria vita, utilizzando droga o meno però ho sostenuto molte volte che il suo consumo molto spesso è una barriera che frena l’individuo e la sua ansia rivoluzionaria e finisce per sviare i suoi obbiettivi verso un felice letargo artificiale; soprattutto con le cosiddette droghe pesanti. Questo fra le altre cose.

Il carcere denigra il prigioniero, lo umilia, lo calpesta e prova a farla finita con la sua dignità per farne un essere sfruttato, senza volontà, servile e obbediente, premiandolo con il posto di “borrega o chivato” (forme di chiamare i canterini, gli spioni per intenderci) a chi mostra fedeltà e lealtà al sistema e castigando e isolando chi non si piega alle loro stupide norme o risponda e disobbedisca alle loro pratiche di terrore.

Per questo mi rivendico prigioniero anarchico in lotta anticarceraria. Confrontarsi al potere dall’interno del carcere è un istinto per conservare la nostra identità come persone che sentiamo amore per la libertà, per la nostra dignità e per difendere quello che siamo, liberando i nostri impulsi più selvaggi se è necessario, e di fronte tanta umiliazione si fa necessario fino al punto più distruttivo del nostro essere. Mi considero una persona libera, anche se in prigione, e rimarrà così fin quando non riusciranno a distruggere la mia individualità, fin quando i loro metodi di controllo e repressione non riusciranno a trapassare il mio cuore nero, fin quando continui a riconoscere la solidarietà dei compagni e compagne da fuori verso i/le prigioniere che siamo imprigionatx in qualsiasi carcere, qualsiasi centro di sterminio, qualsiasi istituto di subordinazione.

Le tattiche di terrore e paura del carcere non possono, non potranno fermare questo uragano di passione creatrice, di passione distruttiva, di passione costruttiva, questa progettualità liberatrice; e nonostante confrontarsi con l’autorità porti con sé l’imminente conseguenza della repressione, qui nessuno claudica, nessunx fa un passo indietro contro il nemico.

Il sistema carcerario cerca di farci vedere la sua violenza come qualcosa di normale a cui dobbiamo abituarci, che capiamo che così si vive in carcere; personalmente non penso lasciarmi addomesticare, non temo le loro rappresaglie, non sono di quelli che si dichiarano nemici dello stato ma cercano condurre una vita “normale” e senza mettersi in problemi, questo non mi suona come convinzione. Non voglio essere come quelli che ricevono un colpo e porgono l’altra guancia, né come quelli che “aspettano che ci siano le condizioni per agire”, no! Invece credo che un aggressione vada ricambiata al doppio, occhio per occhio, alla loro violenza contrapporre la nostra violenza antagonista, agire senza aspettare che i tempi siano maturi che chissà sia troppo tardi, ad un falò rispondere con un incendio.

Non ho finito di scrivere tutto ma mi fermo…

Giù i muri delle galere!

Fuoco alle carceri!

Per l’anarchia!!

Carlos “chivo” reclusorio Oriente.