[MoviengToGaza] Terzo giorno a Gaza

Partire col progetto Moviengtogaza significa cominciare a conoscere Gaza, non più attraverso gli scritti e i filmati di altri ma coi propri occhi e le proprie emozioni, consapevoli degli eventi che hanno connotato la storia di questa striscia di terra, sotto occupazione e strangolata dall’esterno e dall’interno.

La prima escursione di oggi la facciamo accompagnati da un video maker gazawi al centro di Gaza city, la vecchia città, popolata fin dal quindicesimo secolo a.C.

Vediamo il mercato, i luoghi di culto, i vicoli stretti e malconci. Siamo nel cuore della città e della sue tradizioni sotto un sole cocente. Vik ha le maniche arrotolate e subito sente gli occhi addosso, in particolare sul tatuaggio. Due uomini parlottano e lo indicano. Solo alla sera scopriremo che il corano vieta di modificare il proprio corpo, perché non appartiene agli uomini ma ad Allah e la legge impedisce ai palestinesi di mostrare questo tipo di segni indelebili, cosa che anni fa era totalmente contemplata e permessa.

Il cibo è invitante e profumato; formaggi, spezie, olive, diversi te e piante aromatiche. Qui ogni frutta e ogni ortaggio ha il sapore che i nostri super mercati ci hanno fatto dimenticare.

Ci muoviamo tra vie strettissime, destra, sinistra e siamo davanti ad un enorme spiazzo di sabbia, con alcuni ruderi al centro e svariati buchi. La vecchia prigione e stazione di polizia, bombardata nell’ultima guerra ben 15 volte, coi detenuti al suo interno.

La prossima visita è all’associazione Shababik Gaza, o finestre su Gaza, un’associazione che si finanzia attraverso il ministero della cultura e il supporto di progetti internazionali, che attraverso il lavoro di volontari cerca di dare supporto e spazio agli artisti di Gaza per mezzo di corsi, esposizioni, eventi e partecipando al network delle realtà culturali della Striscia. Vi partecipano fotografi, pittori, video maker e trovano spazio i talenti che altrimenti rimarrebbero inespressi. Il coordinatore ci spiega che essere un artista oggi a Gaza non è cosa semplice. A causa dell’occupazione, della crisi energetica e dell’orientamento fortemente religioso del potere politico che influisce sulla libertà di espressione e sui codici del linguaggio. -“Rappresentare un corpo, vestito o nudo, o un volto è possibile solo se non lo si vuole mostrare pubblicamente, se rimane un lavoro privato di studio. Per non finire in contrasto con l’autorità bisogna cercare un metodo di rappresentazione non diretto, come con l’arte astratta” ci spiega il coordinatore del centro.

A Gaza le coincidenze paiono perfette e mentre ci intratteniamo ad intervistare la direttrice del centro, attivissima nel lavoro coi bambini e che ci spiega un po’ l’evoluzione dei movimenti giovanili degli ultimi anni, conosciamo anche una giovanissima regista di cinema drammatico, dell’università di Gaza con la quale ci incontreremo nei prossimi giorni per discutere il nostro progetto.

Dopo il centro Shababik Gaza andiamo all’inaugurazione di un ristorante dedicato a Vittorio dove ci viene offerta una cucina fusion italo-palestinese.

Lì abbiamo l’occasione di incontrare finalmente molti internazionali e compagni palestinesi che lavorano a Gaza nell’ambito di vari Centri per i diritti umani e Centri giovanili ed artistici.

All’improvviso, dopo il buffet, veniamo piacevolmente sorpresi da un gruppo di ragazzi del quartiere che per caso stava facendo acrobazie di ogni genere al di là della strada: figure di breakdance, un accenno di parkur, salti mortali all’indietro, e per finire una difficilissima serie di ruote e flicks degne del miglior Yuri Keki nel bel mezzo di un incrocio trafficato…

Questa è la Gaza delle nuove generazioni: vogliosa di liberare e praticare col proprio corpo, bisognosa di esprimersi non solo con la lotta politica strettamente intesa. Rischiando con pratiche e danze estreme in un luogo dove la parola ‘estremo’ perde qualsiasi significato. Quasi ad urlare la loro voglia di decidere quale rischio correre, essere coscienti e padroni dei loro corpi.

Torniamo a casa insieme ai ragazzi e ragazze incontrati durante la giornata per un breve scambio di idee sul nostro progetto filmico, come strutturarlo, di cosa parlare, la fattibilità etc..

Troviamo un gruppo molto interessato a partecipare, attento e attivo: chi scrive, chi fotografa, chi semplicemente milita. Ma ognuno desideroso di confrontarsi e discutere sulla società in cui vive, affrontando anche temi difficili e tabù che la società gazawi contemporanea vorrebbe cancellare.

‘Buttiamo giù’ qualche idea di tematiche interessanti da sviluppare e il discorso si sofferma sul fatto che tra la gioventù di Gaza esistono molti lost talents, talenti mancati, che per difficoltà nello studiare, presi da lavoro, famiglie numerose e bombardamenti, confinati nella libertà di movimento, non saranno mai famosi professionisti e campioni che il mondo intero potrebbe apprezzare. Subito si accende un dibattito sul perché questo accada, sulla responsabilità che la società gazawi ha nel permettere che questi talenti vengano ‘persi’ tra le strade di Gaza City.

Ci troviamo quindi ad andare al di là della discussione su un progetto filmico, arrivando a discorsi esistenziali estremamente profondi. Finiamo per confrontarci in uno scambio interculturale notevole, a qualsiasi livello: sociale e politico, ma anche intimo e umano.

Un’intimità e una umanità che le tirannie reprimono sistematicamente, anche nell’intento di cancellare quella memoria storica che potrebbe essere usata come arma di dissenso.

Ma questi ragazzi, la gioventù di Gaza, vogliono ricordare e preservare la loro memoria storica, vogliono ritrovare la propria intimità, e ottenere la libertà che ogni essere umano rincorre e per la quale qui, più che mai ha senso lottare.

Qui a Gaza. Non altrove, costretti ad emigrare in un altro paese.

Molti di loro vogliono che la libertà entri e si respiri nelle loro case perché sono consapevoli: andarsene sarebbe come perdere tutto.

MOVIENG TO GAZA

Posted: aprile 23rd, 2012
at 10:34 by ironriot

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Categories: palestina

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