Nomads Mexico – Terza tappa: Oaxaca

Nella città di Oaxaca si svolge la terza e ultima tappa del nostro viaggio in Messico.
Capitale dell’omonimo stato, Oaxaca si estende bianca tra le valli della Sierra Centrale.
Con le sue case basse, alte non più di due piani, sembra non voglia disturbare il cielo azzurro che la sovrasta e preferisce estendersi serpeggiando tra le colline che la circondano, lambendone i pendii. Le giornate si trascinano polverose nel caotico traffico di una miriade di taxi e bus più o meno grandi che ti trascinano in qualsiasi parte della città tu voglia andare. Qua e la sulle pareti della città si vedono ancora le A cerchiate e le scritte che rimandano con la memoria al 2006, quando Oaxaca si dichiarò autonoma.

Confluirono in un unico enorme movimento le rivendicazioni sociali e politiche delle differenti componenti sociali di questo territorio: sindacati della scuola pubblica, indigeni, studenti, intellettuali, artisti, lavoratori coinvolsero tutti i cittadini in uno dei più interessanti esperimenti di autogoverno nella storia dei movimenti sociali. Formarono la APPO, l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca che per mesi ha governato attraverso il metodo assembleare la città di Oaxaca esautorando di fatto i poteri del governo centrale. Non c’erano tribunali, polizia, sindaci e assessori a Oaxaca, ma c’erano i suoi popoli, quelli che tutto i giorni, nelle loro differenze, le danno vita e ne scrivono la storia. Oaxaca in quei gironi ha narrato la possibilità.

Tra i popoli di Oaxaca, non primi per importanza ma sicuramente per la longevità della loro esperienza di lotta c’erano i popoli indigeni. Le diverse etnie, da differenti parti della regione si ritrovarono qui per condividere con gli altri popoli le narrazioni di una lunga storia di resistenza. I meccanismi dell’organizzazione comunitaria indigena divennero le basi sulle quali poter gestire l’organizzazione di una grande città.

L’Oidho (Organizzazione Indigena per i Diritti Umani di Oaxaca) fu una delle componenti più forti all’interno della rappresentanza indigena. Veniva da un percorso di lotta molto lungo nel corso del quale aveva aiutato molte comunità indigene ad organizzarsi e mettersi in relazione per poter difendere il proprio diritto ad una vita degna sul proprio territorio e a sviluppare progetti di sviluppo autonomo.

Proprio alla sede dell’Oidho siamo diretti, nella periferia della città.
L’idea è quella di passare un po di giorni con loro per fare un laboratorio di comunicazione popolare. Il fine è quello di costruire nella sede dell’Oidho una sorta di Media Center che da un lato sia una base d’appoggio che metta a disposizione delle comunità indigene le tecnologie indispensabili per produrre e diffondere contenuti informativi. Dall’altra diviene un laboratorio permanete per l’apprendimento e la pratica delle teorie e tecniche della comunicazione popolare.

Ad aspettarci, oltre ai membri dell’Oidho, ragazzi e ragazze provenienti da alcune comuntà del territorio oaxaqueño.
Un giro di presentazioni stabilisce le distanze e le differenze delle diverse esperienze di vita e percorsi di lotta. Terreno ideale per poter costruire un territorio di contatto in cui, attraverso l’esplorazione delle narrazioni, emerge sempre più nitida la consapevolezza di un percorso condiviso. Da un lato la forza che ostinatamente ti spinge a rifiutare l’imposizione di un sistema che ci vuole immobili e servizievoli, mentre ci rapinano la bellezza dei tramonti e la dolcezza di un sorriso. Dall’altra quel desiderio di vita dignitosa che fa dire a Eduardo Galeano “vale la pena morire per le cose senza le quali non vale la pena vivere”.
Precipitiamo tra le maglie di un tessuto comune tra le quali ci muoviamo con agilità. In questo spazio di condivisione cominciamo a parlare di comunicazione popolare come strumento di resistenza e autonomia da un governo centrale che vuole mantenere questi territori sotto stretto controllo per sfruttarne le ricchezze nascoste.
Raccontiamo storie ed esperienze, analizzando gli elementi che caratterizzano la comunicazione popolare distinguendola dai metodi e dal linguaggio propagandistico dei mezzi di comunicazione di massa.
Gli esercizi di dinamica di gruppo ci aiutano ad affrontare argomenti complessi come la degenerazione dell’informazione o la crisi dell’informazione all’interno di un processo comunicativo monodirezionale.
Un esercizio di estremo interesse, sia per la capacità di coinvolgimento nell’attività del laboratorio che nella quantità di informazioni e progettualità che ne scaturiscono, è stato quello della creazione delle mappe semantiche delle comunità da cui provenivano i compagni e le compagne che hanno partecipato al workshop.
Così come nella comunità di Santiago Xanica, dove avevamo fatto lo stesso esercizio, la mappa apre la possibilità di un territorio multidimensionale in cui si intrecciano le memorie ancestrali della comunità, con le problematicità del presente. Uno spazio della memoria che si fa tavolo di lavoro per la definizione dei processi di resistenza e autonomia. Ognun@ condivide con gli/le altri/e le proprie analisi, traccia i confini delle battaglie in corso, indica i luoghi dei futuri scenari di lotta.

Altro esercizio interessante e coinvolgente è stato quello della realizzazione delle interviste. Dopo una dinamica di gruppo il cui obiettivo era quello di far riflettere sulla capacità di fare le domande giuste per venire in possesso dell’informazione di cui abbiamo bisogno, ognuno dei partecipanti ha realizzato una breve intervista audio ad un altr@ dei suoi compagni/e facendo finta di star realizzando un programma radiofonico.
Le interviste, di notevole qualità, evidenziano una buona capacità di tutto il gruppo di voler ricercare dei contenuti profondi nel rapporto con le persone, che vadano più in la delle banalità della vita mondana di cui sono colme le informazioni sui personaggi che popolano i grandi mezzi di comunicazione.
Il laboratorio sull’audio è continuato con l’elaborazione delle interviste col computer, per mezzo del programma open source di editing audio Audacity. Attraverso questo programma tutti/e si sono potuti esercitare a modificare le proprie interviste tagliandole, correggendo gli errori, cancellando i rumori, fino ad aggiungere una musica di sottofondo. Alla fine dell’esercizio si ottenevano le interviste pronte per essere trasmesse in una radio comunitaria.

Anche il lavoro sul linguaggio audiovisivo ha trovato spazio nell’incedere delle giornate. Attraverso l’uso pratico delle telecamera sono state affrontate le specificità di questo linguaggio e i suoi elementi essenziali: i piani, i campi e i movimenti di camera. Elementi questi, dalla padronanza dei quali partire per poter elaborare creativamente un linguaggio audiovisivo nuovo, che rispecchi le specificità di come ognuno di noi guarda il mondo, le nostre visioni interne ed esterne.
Molto utile è stata la visione collettiva dei filmati realizzati nei precedenti laboratori di comunicazione popolare che ha permesso a tutti di potersi rapportare direttamente con forme di linguaggio audiovisivo differenti dal solito standard imposto globalmente dal cinema e dalla televisione, esempi di visioni altre, creatività nuove che utilizzano le immagini per rompere il silenzio di storie per troppo tempo rimaste sepolte, inesistenti nel disinteresse di chi si è fatto padrone del controllo delle informazioni.

L’ultima parte del laboratorio è stata dedicata all’utilizzo dei linguaggi multimediali attraverso internet. Abbiamo visto come caricare contenuti audio e video sul web utilizzando dei server contenitori che offrono il servizio di archiviazione e streaming. Prendendo a modello il sito internet dell’Oidho abbiamo visto come comporre articoli e reportage che avessero all’interno oltre al testo anche foto, video e audio.

Molte sono le aspettative per il prossimo laboratorio di comunicazione popolare che si dovrebbe svolgere nel prossimo mese di aprile. Si vorrebbe realizzare una rivista, magari riprendendo il vecchio progetto editoriale dell’Oidho e poi approfondire le conoscenze tecniche sull’uso della telecamera e dei programmi di editing audio e video.
Ma più che altro è palpabile il desiderio di esplorare risorse e conoscenze nuove, condividerle con chi non è potuto venire al laboratorio, chi troppo lontano chi per mancanza di fondi. Le tecniche della comunicazione popolare non sono scritte per i professionisti colti del diritto dell’informazione. Qui il diritto si costruisce nel desiderio delle comunità nel reinventare i processi comunicativi. Fare della comunicazione un vero e proprio esercizio di costruzione di un’intelligenza collettiva che sia in grado di portarci ancora sulle affascinanti strade dell’utopia che si fa realtà.

Max per il progetto Nomads (XM24) e la Plataforma Pirata
San Cristobal de las Casas, Chiapas, Mexico – 12 Marzo 2011

Posted: marzo 13th, 2011
at 3:21 by ironriot

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Categories: America Latina,reportage dall'America Latina

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