Perù: amnistia e repressione

Approvati senza una discussione parlamentare, i provvedimenti normativi che concedono di fatto l’amnistia ai militari coinvolti in crimini di lesa umanità. La reazione contraria delle principali associazioni in difesa dei diritti umani, contro cui il governo potrebbe scatenare una dura reazione delle forze dell’ordine

Dall’inviata Giulia M. Foresti

Attraverso quattro decreti legislativi, il governo di Alan Garcia prima di uscire di scena sembra voler fare un ultimo regalo ai militari e a coloro che – ora lo si può dire con certezza – sono gli alleati di sempre: i fujimoristi.


Approvati senza una discussione parlamentare, i provvedimenti normativi che concedono di fatto l’amnistia ai militari coinvolti in crimini di lesa umanità sono duramente criticati da tutti i più importanti organismi di diritti umani peruviani (tra cui spiccano Aprodeh e l’ Instituto de Defensa Legal). Da almeno 25 anni queste associazioni si impegnano affinché l’impunità non resti tale e perché siano sanate le ferite del conflitto armato interno, in cui morirono 70.000 persone per mano del gruppo terrorista Sendero Luminoso e dello Stato, che invece di proteggere uccise.
Grazie al loro lavoro e alla mobilitazione di parte della società civile, nazionale e internazionale, il Perù negli ultimi anni aveva fatto grandi passi avanti nel terreno della giustizia, ma questi decreti legislativi riaccendono lo spettro della impunità istituzionalizzata. Perfino la condanna già definitiva all’ex presidente Fujimori per crimini di lesa umanità potrebbe saltare.

In una conferenza stampa alla Coordinadora Nacional de Derechos Humanos (entità che riunisce a livello nazionale 64 ong che si occupano di diritti, unica esperienza simile in tutta l’America Latina), gli avvocati che sono riusciti a far condannare l’ex presidente hanno dato inizio a una battaglia che si preannuncia come lunga e difficile. In sala erano presenti anche molti familiari delle vittime dei crimini commessi dagli apparati deviati dello Stato, in particolare dal gruppo Colina, comandato direttamente da Fujimori.

Ratificato dal Perù nel 2003, il Trattato delle Nazioni Unite sulla imprescrittibilità dei crimini di guerra e di lesa umanità (del 1968) stabilisce che non può esserci ne’ archiviazione ne’ prescrizione per le violazioni gravi di diritti umani. Il governo di Garcia, non preoccupandosi di fare carta straccia anche del diritto internazionale, ha deciso invece che la Convenzione si applichi solo ai casi successivi alla sua entrata in vigore, sapendo bene che i crimini di lesa umanità che hanno insanguinato il Perù avvennero durante il conflitto armato interno (1980-2000).

Tramite una legge che sembra essere ad personam, approvata senza discussione parlamentare, e già rinominata dai media locali “decreto Colina”, il governo contraddice la Corte Interamericana dei diritti umani, espressasi nei casi Barrios Altos e Cantuta (dove furono assassinati una intera famiglia e nove studenti universitari insieme al loro professore), la Corte Suprema nella condanna a Fujimori e il Tribunale Costituzionale.

La legge non si chiama apertamente di amnistia, troppo esplicito per un governo che vanta importanti e potenti amicizie anche in Europa e Stati Uniti (grazie agli investimenti esteri), ma nella sostanza lo è .
“E’ un decreto legislativo che nasconde una nuova legge di amnistia, come quella che emise il regime di Fujimori nel 1995” afferma infatti Gloria Cano, avvocato di Aprodeh e rappresentante legale dei famigliari delle vittime nel processo che nel 2009 ha portato Fujimori alla condanna a 25 anni di prigione.
Nel panorama latinoamericano, perfino Piñera, ex simpatizzante della dittatura pinochettista, e ora capo di Stato, si e’ opposto all’amnistia per i militari. Ma Garcia e il suo governo probabilmente non ritengono di dover mostrare la stessa decenza.

Il DL 1097 concede ai militari colpevoli di violazioni dei diritti umani la possibilità di seguire i processi comodamente seduti sul proprio divano di casa, di viaggiare, e per quelli che sono latitanti all’estero di tornare in Perù attraverso il pagamento di una cauzione, di cui può farsi carico perfino lo stesso Ministero della Difesa, norma che non fa altro che alimentare quello spirito corporativo tra i militari che tanto male ha fatto alla società peruviana. Nei casi in cui si mantenga l’ordine di cattura, questo si compirà in un carcere militare.

La prescrizione arriverà per tutti quei casi le cui indagini preliminari durano da più di tre anni, e in un paese dove ancora si indaga su molte delle atrocità commesse (come lo sterminio di intere comunità andine) si capisce che effetto sortirà tale misura. L’avvocato Cano inoltre ricorda che se su molti casi non si è ancora fatta luce è proprio perché da sempre il Ministero della Difesa, oggi rappresentato da Rafael Rey – complice nella pubblicazione dei decreti – pone su di essi una sorta di segreto di Stato, per proteggere i militari coinvolti e colpevoli.

L’unica speranza affinché questa vergognosa impunità non si compia, è che i giudici si appellino al control difuso, ovvero alla possibilità di non applicare la legge se ritengono che essa sia incostituzionale.

Il papà di Mariela Barreto, agente di intelligence di 28 anni torturata, assassinata e fatta a pezzi dal Grupo Colina perché a conoscenza di troppe cose, si augura che “i giudici si rifiutino di applicare questa norma diabolica”. Con il DL 1097 i militari sospettati di aver ucciso sua figlia potrebbero ricevere la grazia. Purtroppo sembra che gli avvocati del colonnello Carlos Sánchez Noriega, uno degli imputati per la morte della giovane, si siano già appellati al decreto per chiedere la prescrizione del loro assistito.

Anche gli avvocati degli integralisti del grupo Colina e di altri accusati di omicidi di massa, tra cui la sparizione del giornalista Pedro Yauri e di nove campesinos della valle di Santa nella regione Ancash, hanno chiesto, appellandosi al DL 1097, l’archiviazione del processo nonostante esso si trovi prossimo alla sentenza – sicuramente di condanna – che dovrebbe avvenire la settimana prossima.

Anche Amnesty International denuncia che l’adozione dei quattro decreti legislativi rappresenta “un grave passo indietro nel rispetto dei diritti umani e la base per una possibile amnistia”.

Tra i quattro decreti legislativi compare anche il 1095, che colpisce duramente il diritto alla libera espressione. Criminalizzando ancora di più la protesta sociale, che nel Perù contemporaneo significa già una dura repressione con quasi sempre la morte di civili e impunità per i responsabili, questa legge converte le organizzazioni sociali in “gruppi ostili”, stabilendo una serie di norme che solitamente si applicano ai conflitti armati e non a quelli sociali perché proprie del diritto internazionale umanitario.

Nel momento in cui si instaura lo Stato di emergenza, già largamente abusato da Garcia, a intervenire non sarà la polizia ma le forze armate, che non sono preparate per intervenire in contesti di mobilitazione civile ma in scenari di conflitto armato, perché “dal gatillo fácil” (grilletto facile). Nel caso ci fossero morti o feriti (secondo la legge “danni collaterali”) è stabilita per legge la impunità o un processo militare per i responsabili.

In Perù la conflittualità sociale sta aumentando in modo esponenziale: secondo la Defensoria del Pueblo si è passati da una media di 60 conflitti sociali mensili a una di 280 nei quattro anni del governo dell’Apra. Ciò si lega ai grossi accordi di progetti industriali e minerari che il presidente stipula con le imprese multinazionali, che vanno di pari passo con la svendita delle risorse naturali all’economia internazionale e a serie conseguenze sull’ambiente e sulla vita di migliaia di peruviani, soprattutto dell’Amazzonia e delle Ande, che hanno cominciato a protestare contro questo tipo di sviluppo e contro cui questa legge sembra pensata.

Fonte: Volontari per lo sviluppo, 8 settembre 2010

Posted: settembre 9th, 2010
at 9:36 by ironriot

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