Quell’isola è troppo antirazzista

di Giacomo Sferlazzo

Pochi giorni fa è accaduto qualcosa di inaspettato e inquietante che nessuno di noi avrebbe mai pensato di vivere, qualcosa di anomalo che ci riporta alla memoria uno stato di polizia raccontato nei libri di storia. Sono ormai alcuni giorni che nella piccola isola di Lampedusa, la polizia si permette di fermare e perquisire attivisti e privati cittadini che indipendentemente si interessano della difesa dei diritti umani e dei migranti. Con il pretesto di «normali controlli di polizia», gli uomini delle forze dell’ordine irrompono nella vita quotidiana di persone, la cui unica colpa è quella di essere attivi membri della società e di volere creare un ponte tra culture attraverso il loro volontariato.

Venerdì 15 Aprile verso le 1.30 pm c’è stato il primo episodio di quello che è diventato per noi, una persecuzione. Nel primo pomeriggio del 15, alcune vetture di carabinieri e polizia si sono stranamente fermate di fronte alla piccola associazione culturale Askavusa. Alcuni membri hanno notato – casualmente uscendo dalla associazione- la presenza degli uomini in divisa che camminavano attorno al furgone del Forum Anti-razzista con cui il piccolo gruppo lampedusano collabora. Dopo uno scambio di informazioni riguardanti l’uso e la presenza del mezzo all’esterno di Askavusa, la polizia ha chiesto – senza ben motivare – i documenti d’identità dei pochi membri con stavano parlando. Dopo pochi minuti, il discorso si è spostato dal furgone, al numero e all’identità’ dei ragazzi presenti in quel momento nell’edificio, nonchè alla natura di Askavusa. In meno di un ora, la polizia aveva già raccolto i dati di tutti i presenti e si accingeva a perquisire l’appartamento a piano terra di Via Verga 1, dove attualmente risiediamo. E’ da sottolineare che le operazioni di identificazione venivano svolte dagli agenti in maniera plateale e senza spiegare chiaramente quale fosse la motivazione di base dietro a tale operazione.

Poche ore più tardi in zona Albero Sole, Alexandre Georges di Kayak per il diritto alla Vita, un movimento cittadino, veniva svegliato da quattro carabinieri, mentre dormiva all’interno del suo furgone sostato nell’area sopra citata. Lo scopo di tale visita veniva nuovamente motivato con l’ormai classico «controllo di routine». Alex ha capito in pochi minuti che non si trattava esattamente di un normale controllo, ma di una vera e propria perquisizione al suo furgone e agli oggetti in esso contenuti.

La polizia ha cominciato smontando le plafoniere al neon attaccate al soffitto, spostando le casse che si trovavano sul suolo del furgone, concludendo con il danneggiamento dell’arredamento del mezzo. Mentre le operazioni di perquisizione si stavano svolgendo, il numero degli agenti aumentava esponenzialmente all’esterno del furgone, raggiungendo una ventina unita’ circa di diversi corpi delle forze dell’ordine. Con arroganza, gli agenti hanno continuato l’interrogatorio, riproponendo al ragazzo le stesse domande per le due ore successive. Durante l’interrogatorio la polizia ha chiesto esplicitamente al ragazzo se lui fosse membro di Askavusa. Alexandre ha fatto notare che, nonostante sia amico di molti membri della piccola associazione lampedusana, non ne fa parte. Il carabiniere sdegnato lo apostrofa dicendogli che «sono tutti anarchici». Alexandre sottolinea che in questi mesi la loro relazione si e’ sempre e solo limitata a una pura collaborazione nella difesa dei diritti dei migranti, facendo quello che il governo italiano non aveva fatto. Completata la perquisizione gli agenti si allontanano con una busta di oggetti personali di Alexandre contenente lap top,documenti bancari, documenti d’identità’, l’agenda telefonica e altri documenti personali.

Non contenti, gli agenti hanno condotto Alex alla caserma dei carabinieri dove lo hanno fatto accomodare in una sala. Dopo una lunga ed estenuante attesa Alex viene convocato dalla polizia che lo invita a dargli l’accesso al computer per completare l’indagine, la quale sembrava volta a creare prove di una colpevolezza che non esisteva. Dal verbale redatto dai carabinieri, si viene a conoscenza che: la ragione del fermo era dovuta a una ricerca di armi, munizioni, esplosivi e strumenti effrazione. In oltre viene riportato che Alex era stato informato del suo diritto di avvalersi dell’aiuto di un avvocato e che lo stesso Alex lo aveva rifiutato. Alexandre fa comunque notare al carabiniere che nessuno lo aveva informato di ciò e che se così’ fosse stato, non avrebbe mai rifiutato tale aiuto.

La situazione si è aggravata ulteriormente ieri con un nuovo episodio di interesse da parte delle forze dell’ordine nei confronti di membri di Askavusa e del Forum Anti-razzista.
Ieri sera verso le 8pm tre membri delle associazioni sopra citate che si trovavano al porto, notano un gruppo di tunisini alloggiati nella zona della stazione marittima. Volendo parlare con loro, i ragazzi chiedono il permesso agli agenti di poter comunicare con i migranti. Gli agenti acconsentono e comincia una conversazione tra i due gruppi. La conversazione, condotta in Arabo, suona strana agli agenti che chiedono di utilizzare il francese. L’arabo riaffiora come mezzo di comunicazione poiché il francese risulta estraneo ai migranti. La conversazione viene tradotta anche in italiano per una maggiore trasparenza nei confronti dei poliziotti, ma non convinti del fine del piccolo gruppo, decidono prendere le loro generalità e di allontanarli. Gli agenti sottolineano il fatto che, nonostante tutto hanno dato la possibilità ai ragazzi parlare con i tunisini, rispettando quello che e’ un loro diritto. Il rappresentante di Askavusa, quello di Arci e la rappresentante del Forum Anti-razzista si allontanano dal porto col furgone già ispezionato dalla polizia pochi giorni prima.

Dopo un ora circa, i ragazzi entrano in una pizzeria per mangiare, ma non fanno nemmeno in tempo a sedersi che una decina di agenti irrompono nel locale e gli intima di seguirli perché vogliono ispezionare nuovamente il furgone e – per la prima volta – la casa dove risiedono. Nel frattempo gli agenti cominciano un operazione di intimidazione dei giornalisti stranieri presenti e di un membro di Askavusa che si trova con loro: gli agenti hanno imposto di spegnere la telecamera, ispezionato esternamente il veicolo e sono stati accusati di essere complici dei tre ragazzi in questione. Ma alla domanda sul perché’ di tale atteggiamento gli agenti sono stati vaghi: «è’ successa un fatto gravissimo al porto, c’e’ un inchiesta in corso ed è segreta». Ignari di cosa fossero accusati visto la poca chiarezza delle risposte degli agenti, «non te lo possiamo dire», i ragazzi sono stati accompagnati al furgone per perquisirlo.. Sono stati sconsigliati al ricorrere al aiuto di un legale e solo dopo una pressante insistenza hanno potuto chiamare un avvocato. Nel frattempo sono stati raggiunti da altri agenti che hanno bloccato la strada, in tutto erano presenti almeno tre o quattro camionette e un numero indefinito di agenti. Hanno ritirato i documenti ai ragazzi in questione e non glieli hanno consegnato fino a tarda notte. Il ragazzo dell’ Arci fermato, di origine tusinisa, e’ stato pesantemente vezzeggiato dagli agenti, in particolare il dott. Guarino si è dispiaciuto del fatto che non si potesse ritirare la cittadinanza e che lui qui in Italia era un ospite: ha insistito perché controllassero attentamente i suoi documenti. Hanno insistito perché non comunicassero al telefono piu’ con nessuno, minacciando di ritirare i cellulari. Dopo una perquisizione attenta del furgone, ovviamente di esito negativo, si e’ passati all’ispezione dell’appartamento. Anche l’ispezione dell’appartamento e’ risultata negativa, anche se e’ da notare che hanno impedito di assistere alla suddetta. I ragazzi sono stati successivamente spostati alla caserma dei carabinieri dove l’interrogatorio èsi concluso dopo quattro ore circa. Durante un estenuante attesa del verbale, il dottor Guarino ha reiterato le sue accuse, minacciando i ragazzi di arresto nell’eventualità che se avessero ancora comunicato con i migranti o se solo si fossero avvicinati ai centri di permanenza. La minaccia, fatta in presenza dell’avvocato, Paola La Rosa, si e’ dimostrata di una gravità inaudita, che non dovrebbe mai essere fatta da un pubblico ufficiale. Il verbale, in cui sono stati riportati gravi errori e volontari travisamenti, che hanno portato uno dei membri del gruppo a sottolineare la mancanza di qualsiasi istigazione alla fuga nella conversazione con i tunisini al porto, e’ stato è lasciato alle ore 1.24 am. La cosa che è apparsa strana è come 9 migranti, facenti parte di un gruppetto che ne contava 15, abbiano potuto fuggire alle forze dell’ordine, le quali sono numerosissime nell’isola e in particolare nell’area portuale.

Quello che è avvenuto nello spazio temporale di questi ultimi quattro giorni lo consideriamo inaccettabile e illegittimo. Il regime di repressione a cui siamo stati sottoposti e’ inspiegabile ai nostri occhi. Appare evidente, la volontà di impedire l’opera di monitoraggio fatta dai cittadini sull’isola, limitandone la libertà di circolazione e svolgimento delle attività. Abbiamo assistito a quello che si potrebbe definire un abuso di potere da parte delle forze dell’ordine, per il semplice fatto che associazioni, come quelle sopra citate, cercano di creare spazi di scambio e democrazia dove rifugiarsi.

Fonte: Carta, 19 aprile 2011

Posted: aprile 20th, 2011
at 7:36 by ironriot

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Categories: migranti

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