Suicidio al carcere di Rovereto (Tn)

Parte l’inchiesta, in città malumore e disordini
 
I familiari dell’artigiano di 48 anni Stefano Frapporti che si è impiccato la settimana scorsa nel carcere di Rovereto, in provincia di Trento, chiedono, tramite un legale, di fare luce sulla tragedia. L’uomo era finito in carcere dopo essere stato trovato in possesso di hashish e si era suicidato poche ore dopo l’arresto. Sul caso la procura ha aperto un fascicolo.

Sui quotidiani trentini appaiono alcune ipotesi e tra queste una ricostruzione nella quale si spiega che Stefano Frapporti, martedì scorso, era stato fermato da una pattuglia di carabinieri in borghese, per una manovra errata, mentre andava in bicicletta. I militari avevano deciso, forse perché gli avevano trovato dell’hashish, di perquisire la sua abitazione trovando un quantitativo di hashish superiore al consentito per uso personale. A questo punto l’uomo è stato arrestato, dapprima condotto in caserma e poi al carcere di Rovereto dove gli è stata anche negata la possibilità di telefonare alla sorella che avrebbe potuto tranquillizzarlo. Circa due ore dopo si è tolto la vita con il cordoncino della tuta da ginnastica che indossava.
Gli amici hanno scritto una lettera agli organi di stampa con alcune riflessioni che riportiamo:
“Siamo gli amici di Stefano, non vogliamo discutere o fare polemica, per il fatto che Stefano sia stato arrestato e mandato in carcere per la prima volta a 48 anni per possesso di hashish. Vogliamo solo puntualizzare il modo con cui questo è accaduto perché in parte, ma sicuramente, ha influenzato quello che è accaduto in seguito. È il dolore, e non la rabbia, che ci porta a dire queste cose, e il senso del giusto: perché se può essere “giusto” che una persona finisca in carcere per possesso di sostanze stupefacenti od altro, è ancora più giusto che i tutori dell’ordine abbiano, e mantengano sempre, un atteggiamento consono alla divisa che portano ed a quello che è stato loro insegnato. Stefano è stato fermato sulla sua bicicletta per una manovra errata. Quello che è successo dentro, purtroppo resterà per sempre un segreto ma, per chi ha la coscienza a posto, per quanto dura ed inconcepibile possa essere, ce la fa ad andare avanti. Noi vogliamo solo far capire che, in una situazione così, anche la persona più tranquilla, perché incensurata, che sarebbe probabilmente stata rilasciata in pochissimo tempo, viene presa dal panico, dal terrore e, diciamolo pure, dalla vergogna, dai sensi di colpa perché, dopo essere stato trattato come il peggiore dei delinquenti, chiuso in una stanza, una persona di grande bontà come Stefano, bravissimo nel suo lavoro, sempre corretto con tutti, un uomo al quale viene strappata la sua dignità e, usiamola pure questa parola, il suo onore, di colpo si sente solo, denudato e svergognato e, per certe rare persone, che hanno un cuore come Stefano, questa è la fine. La morte per lui non è arrivata con il suicidio; gli è stato negato perfino di potere telefonare a sua sorella che per lui era come una madre. Si può morire anche così, per una telefonata negata. Chi è senza peccato scagli la prima pietra e noi non la scagliamo, ma, chi di noi ha dei figli adolescenti, la cosiddetta età critica, dormirà sicuramente meno tranquillo, sapendo che il proprio figlio o figlia potrebbe essere trattato allo stesso modo di Stefano. “Passa un minuto, oppure anni, ma prima o poi la vita risponde (A. Baricco)”. Questa è la frase, l’augurio che noi, amici di Stefano, rivolgiamo a lui ed ai sui cari, spaccati dal dolore, dai perché e dai percome. La vita – conclude la lettera – risponde sempre e noi vi saremo sempre vicini, per ricordarcelo nei durissimi momenti di sconforto e, siccome Stefano sarà sempre nei nostri cuori, la vita ha già vinto”.
Da l’Adige inoltre viene raccontato come il carcere di Rovereto è «sotto osservazione» da tempo. Il rapporto sulle strutture penitenziarie italiane redatto dell’associazione Antigone, indicava già nel rapporto del 1995 i punti critici: grave sovraffollamento; nelle sezioni maschili, i detenuti sono in 4 in celle singole di 9 metri quadrati, 6-7 nelle celle più grandi.
Nel 2005 i detenuti erano 99, per una capienza regolamentare di 28 e “tollerabile” di 50». Per l’Osservatorio «il carcere di Rovereto è qualificato per l’accoglienza dei “sex offender”, cioè di detenuti condannati per reati a sfondo sessuale, che nelle altre carceri vivono in sezioni o celle separate e qui sono circa il 40 per cento dei detenuti». Nella statistica, anche i suicidi: negli ultimi 5 anni c’era stato un solo caso, di un detenuto che doveva scontare tre mesi. Fra le critiche: «Manca un progetto terapeutico complessivo per le persone con disagio psichico. La riduzione dei finanziamenti governativi ha avuto conseguenze negative sulle strutture (adeguamento, manutenzione ecc), sul servizio sanitario (riduzione delle ore della guardia medica). Si segnala un aumento di sensibilità rispetto ai problemi del carcere da parte del Comune di Rovereto, anche su impulso del DAP, con la costituzione di un tavolo di coordinamento tra amministrazione e realtà territoriali». Edificio austro-ungarico, ristrutturato nel 1997 (intonaci, impianto elettrico, misure antincendio) soffre però di «spazi non adeguati, sono scarsi e angusti; le attività che prevedono grandi spazi o uso di attrezzature ingombranti non possono essere realizzate. Ad ogni piano c’è una cella per non fumatori. Ci sono due aree verdi inutilizzate».
Infine viene riportato che nel pomeriggio di ieri un gruppo di anarchici in solidarietà alla famiglia ha protestato nelle strade di Rovereto bloccando il traffico e – per una decina di minuti – la stazione dei treni.

Fonte: Global Project, 29 luglio 2009

Posted: luglio 29th, 2009
at 4:58 by ironriot

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Categories: repressione

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