Sul libro «Bastardi senza storia» di Valerio Gentili.

Ripubblichiamo un intervento di WuMing5 apparso nel sito Giap lo scorso 7 settembre.
E’ una recensione/riflessione sul libro di Valerio Gentili “Bastardi senza storia”.

[La riflessione che segue prende le mosse dalla lettura di Bastardi senza storia, terzo libro di Valerio Gentili, già autore dei saggi La legione romana degli Arditi del Popolo (2009) e Roma combattente (2010). In BSS, Gentili recupera e “mette al lavoro” una grossa mole di materiali per troppo tempo ricoperti dalla polvere degli archivi e, con un taglio giustamente divulgativo (è un libro esplicitamente rivolto a chi tiene il culo in strada), racconta molte storie dimenticate. Protagoniste della ricostruzione sono quelle milizie di proletari (e sottoproletari) comunisti o socialisti – formazioni “cugine” dei nostrani Arditi del Popolo – che negli anni Venti e Trenta, in Germania, Austria, Francia e Belgio, cercarono di opporsi all’ascesa dei fascismi. Gentili passa in rassegna veri e propri eserciti della classe operaia, come lo Schutzbund (Lega di difesa repubblicana) della socialdemocrazia austriaca o la Reichsbanner Schwartz-Gold-Rot (Vessillo dell’Impero nero-rosso-oro) della socialdemocrazia tedesca, e formazioni forse meno numerose ma che ebbero un ruolo importante in seguito rimosso, come la RFKB (Lega dei combattenti rossi di prima linea) del partito comunista tedesco. Gentili racconta di come un simile arsenale di resistenza e contrattacco fu svuotato e mandato in malora, errore strategico dopo errore strategico, fino al compiersi della tragedia.

Lo scenario principale è, naturalmente, la Germania di Weimar. Fu in quella temperie inter-bellica che brillanti strateghi della contro-propaganda come Sergej Chakotin e artisti grafici come John Heartfield inventarono segni e simboli destinati a un successo planetario, come il saluto a pugno chiuso, la doppia bandiera rossa e nera dei movimenti “Antifa”, le tre frecce oblique etc. BSS ripercorre anche la traiettoria di questi segni, fino a ritrovarli nelle odierne sottoculture giovanili, o meglio: su una delle rive opposte del fiume di certe sottoculture, come quella skinhead. BSS è un’operazione che va salutata con favore e una lettura che consigliamo, pur sentendo necessari i rilievi critici che seguono.
Un’ultima chiosa prima dell’articolo vero e proprio: ci auguriamo che BSS esaurisca la tiratura e venga ristampato, ma al contempo ci auspichiamo che, prima di ristamparlo, la casa editrice passi sul testo quella “mano di editing” e correzione bozze che – molto evidentemente – è mancata al primo giro. Un autore ha diritto a che il suo testo venga trattato con la massima cura e attenzione, non gli si fa un favore prendendo il file, scagliando il testo nella gabbia grafica e inviando il tutto in tipografia a tempo di record.
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Nel corso della storia della specie, gli uomini hanno vissuto in sistemi complessi, piramidali, gerarchici, ossessivamente ritualizzati, e in società aperte, paritarie, nomadi, non-gerarchiche, fondamentalmente pacifiche, attraversando tutte le sfumature possibili tra i due estremi. Non c’è “un” modo per l’uomo di convivere. Significa che non c’è “un” modo di essere uomo, se non quello di vivere in società e di definirsi in relazione ad altri uomini.
Cadremmo nell’errore ideologico speculare a quello dei nostri avversari hobbesiani se ritenessimo l’uomo “buono” per natura; occorre prima di tutto sgombrare il campo da ogni equivoco in questo senso. L’uomo non è buono o cattivo; la sua “natura”, se si vuol esporre la questione in termini essenzialisti, è piuttosto quella di essere educabile. L’educabilità non presuppone la gerarchia; ci si può educare collettivamente, orizzontalmente, allargando a macchia d’olio il livello di consapevolezza generale: educare non è inculcare.
Potremmo esporre la questione in termini paradossali: nel DNA dell’uomo è inscritta, come principale caratteristica, quella di poter trascendere il livello istintuale e animale, o, meglio detto, di poter integrare pulsioni e istinti atavici in un personalità non-nociva, empatica, solidale. I nostri più prossimi parenti, gli scimpanzé, si impegnano in guerre, e anche tra i gruppi umani più a-gerarchici e pacifici esistono dinamiche in senso stretto “belliche”, ma assumere per questo che la guerra esisterà sempre, che la specie non riuscirà mai a superare la fase della propria storia caratterizzata dall’uccisione in massa degli avversari, assomiglia in qualche modo a una superstizione.

1. La guerra è ovunque (e non è una metafora)

Tra i temi meno praticati negli ultimi decenni, la riflessione materialista sulla guerra assume in questa temperie di crisi finale una valenza decisiva. Il nostro, il discorso di chi è impegnato in una prospettiva di cambiamento radicale in senso egualitario, è in larga misura un discorso sulla crisi e sul conflitto; il conflitto che, prima di essere propugnato o respinto, va prima di tutto riconosciuto. Occorre sapere cioè quali sono le dinamiche in senso stretto belliche, tra quelle che percorrono in modo conflittuale e potenzialmente antagonistico il campo sociale, e quali sono le dinamiche che possono essere assunte sotto la voce “guerra” solo forzando il significato del termine, allargandolo per cerchi concentrici fino a includere dimensioni apparentemente lontane. Attenzione, però: non si parla qui di un uso meramente metaforico della parola.
Un esempio di una connotazione larga, ma non-metaforica della parola guerra la troviamo nel modo in cui gli anglosassoni descrivono la dinamica antagonista che noi chiamiamo “Lotta di Classe”. La locuzione, in inglese, suona “Class War”. E andando a ripercorrere gli ultimi trent’anni della storia del pianeta, è difficile non cogliere la pregnanza della definizione. La guerra condotta dalle classi sociali dominanti, dagli oligarchi e dai loro più o meno consapevoli alleati è stata condotta con precisione meticolosa, su tutto il pianeta, mettendo in atto una macchina di propaganda gigantesca, muovendo divisioni, ricorrendo al sabotaggio, eccetera. L’ideologia del Mondo Libero, proponendosi come seconda natura, come orizzonte invalicabile e ineludibile, è una macchina di morte sempre in movimento, una dinamica che divora pianeta e defeca diseguaglianza, fame, ignoranza, guerra.
Il cerchio si chiude.

2. La sconfitta degli anni Venti

La macchina di propaganda, dunque: il cuore del libro di Valerio Gentili che ha fornito lo spunto per queste riflessioni è la descrizione di una macchina di propaganda volta al bene, nella direzione giusta, nella direzione appunto della lotta egualitaria, una macchina messa al servizio della parte dei senza parte.
La temperie di allora, la crisi di allora, erano gli anni dopo il carnaio della prima guerra mondiale. La rivoluzione d’ottobre aveva dimostrato che era possibile, per una classe, rovesciarne ed esautorarne un’altra. Paesi come l’Italia o la Germania, vincitori e vinti, erano usciti piegati, disarticolati, prostrati dal conflitto. Paesi sull’orlo della guerra civile. Le classi popolari avevano pagato un prezzo altissimo nel regolamento di conti che aveva opposto le potenze europee per cinque lunghi anni. Ora che i fantaccini tornavano, contadini e operai mutati in soldati, incontravano a casa situazioni pre-rivoluzionarie. Sembrava confermata la tesi di chi, tra i socialisti, gli anarchici, gli egualitari aveva propugnato l’intervento: la guerra aveva effettivamente portato l’Europa sulla soglia della Rivoluzione.
Il libro di Valerio Gentili è un lungo apologo che prende in esami i motivi per i quali l’Europa non la conobbe, la Rivoluzione, e subì piuttosto l’ascesa dei fascismi che portarono il mondo, un’altra volta, in conflitto. Il libro è di facile e piacevole lettura, e contiene una messe d’informazioni, centrato come è su una delle fasi più misconosciute e male interpretate della lotta contro il fascismo. Al centro della narrazione, le formazioni di combattenti rossi che si opposero strenuamente e spesso eroicamente all’ascesa della reazione travestita da rivoluzione, ai fascismi che piagarono l’Europa nel corso degli anni 20 e 30. Era tempo che questi combattenti entrassero con il ruolo e il rilievo che gli spetta nel nostro problematico album di famiglia, come era già accaduto per gli Arditi del Popolo, al centro dei precedenti lavori di Gentili.
Qui, però, non si tratta di una vera e propria recensione. Crediamo di rendere merito al valore del libro se ne sottolineiamo alcuni punti critici, e se, da compagni a compagni, esprimiamo un parere dissonante.

3. “I capi hanno tradito”

Esistono due modi speculari di intendere la lunga teoria di sconfitte che forma buona parte della storia della nostra fazione. Da una parte, il mito sconfittista più solido, che viene declinato in modi sempre nuovi ma che fondamentalmente si riduce a: I capi hanno tradito. E’ una tesi che percorre in modo nemmeno sotterraneo tutto il lavoro di Gentili, e che nello specifico della lotta politica degli anni venti contiene senz’altro una buona dose di verosimiglianza. Ancor più in Germania che in Italia, infatti, un potenziale immenso di volontà combattiva venne sprecato, rimase inutilizzato, venne frenato e impiegato solo per scopi difensivi, il che, in termini strategici, raramente è una scelta vincente. I capi hanno tradito è la spiegazione sconfittista prediletta di chi in strada ci va, e rischia, di chi affronta la prima linea, di chi assume la responsabilità del confronto fisico attraverso il proprio corpo, la propria persona. Nessuno si sogna di disconoscere il patrimonio morale, esemplare e pedagogico che le storie di questi Bastardi Senza Storia portano con sé. E’ il caso però di approfondire l’analisi, e di vedere se la tesi I capi hanno tradito regga davvero alla prova dei fatti.

4. “Le condizioni oggettive…”

C’è un atteggiamento speculare, quello dei teorici, degli studiosi di dottrina rivoluzionaria, e recita: le condizioni oggettive implicavano la sconfitta.
Al di là del valore intellettuale e della verosimiglianza dell’analisi a monte della conclusione, è facile comprendere come questo tipo di atteggiamento porti con sé il rischio grave dell’inazione.
Gentili ci dice invece che i fascismi avrebbero potuto essere fermati, che i rapporti di forze consentivano la vittoria, che le milizie socialdemocratiche e comuniste, in Germania, combattevano spesso il nemico sbagliato (cioè vedevano l’uno nell’altro il maggior pericolo), che l’ottusa difesa del parlamentarismo e della liberaldemocrazia (almeno da parte socialdemocratica in Germania, e socialista in Italia) era figlio dell’illusione che, attraverso metodi liberaldemocratici, fosse possibile contenere o addirittura sconfiggere il fascismo.
Tutto vero. Eppure qualcosa sfugge. Non c’erano limiti interni, strutturali a quelle esperienze di lotta, non c’era qualcosa oltre all’inettitudine del ceto politico a dirigere la nostra parte verso la sconfitta?
Non ho una controtesi da proporre, dicevo, solo alcuni punti critici da mettere in rilievo.

5. Lasciar fare ai “tecnici”?

Sergej Stepanovič Chakotin, la mente dietro la macchina di propaganda anti-fascista che diede simboli e parole d’ordine alle milizie antifasciste nella Germania degli anni ’20, aveva una formazione culturale che gli permetteva di capire chiaramente come funzionasse la macchina mitopoietica nazionalsocialista. Era un pavloviano (cioè era proprio un discepolo di Pavlov) e per lui gli umori della massa, essenzialmente passiva, andavano intercettati e diretti attraverso un uso scientifico dei simboli. Una posizione simile implica il rischio evidente di leggere le masse come mere unità di manovra, ambiti incapaci di produrre da soli istanze e metodologie di lotta.
Ciò che distingueva questo approccio da quello fascista e nazista era l’enfasi sulla scienza, tutta umana, della generazione ex nihilo di simboli. In altri termini, qui non si spacciava nulla per “non umano”, “risalente a una tradizione primordiale” eccetera eccetera. L’intelligenza umana poteva ben creare nuovi simboli per contrastare efficacemente simbologie spacciate come eterne, pregne di significati insondabili, esoterici. E’ il caso di una delle migliori creazioni di Chakotin, le tre frecce che scendono dall’alto, parallele, da destra verso sinistra, e che, se sovrapposte a una svastica, sembrano sempre prevalere, cancellare, annullare la croce uncinata.

Le tre frecce annullano la svasticaOra il punto è: può davvero una macchina di propaganda, con i contenuti intellettuali qui descritti, essere volta al bene? Non c’è una contraddizione palese tra l’approccio pavloviano alla Chakotin e la fiducia nella potenzialità creativa delle masse, che dovrebbe essere uno dei punti dirimenti per chiunque appartenga alla nostra tradizione? In fondo, il recupero dei simboli chakotiniani da parte di fazioni militanti all’interno della nostra tradizione non è esso stesso un processo che è sorto “dal basso”? E non è proprio questo che rende la riscoperta significativa e pregnante?
C’è un pericolo potenziale nell’assunzione acritica della tesi che percorre il libro: Se si fosse dato retta a Chakotin, tutto sarebbe stato diverso, che è un correlato in realtà della vecchia tesi i capi hanno tradito. I capi del movimento operaio, grazie alla genialità del “tecnicizzatore” Chakotin e a quella degli strateghi delle formazioni paramilitari, avrebbero avuto a disposizione la scienza necessaria a battere il fascismo, ma per loro inettitudine o attitudine al compromesso, avrebbero sprecato tutte le occasioni. E allora s’insinua il dubbio: che bisogno abbiamo dei capi politici, quando abbiamo a disposizione quelli “tecnici”?
E’ paradossalmente l’introduzione surrettizia della tesi: lasciate fare ai tecnici, che con la nostra storia c’entra davvero poco.

6. Si combatte per non combattere mai più

Ci sono poi i rischi connessi all’assunzione del combattentismo come modus operandi nelle metropoli attuali. Il punto non è che i “i tempi sono cambiati”: è proprio per questo, proprio perché l’oscurità di questo tempo ricorda l’oscurità di tempi passati, che certe simbologie e certi modi di intendere la lotta si riaffacciano. Il punto è piuttosto che il combattentismo comporta il rischio della glorificazione della lotta in quanto tale. Glorificare la lotta in quanto tale comporta il rischio grave di glorificare la sconfitta, gloriosa e incolpevole. Da qui al vittimismo, che apre la strada a opzioni politiche opposte alle nostre, il passo non è lungo. Prego di intendere bene che il punto non sta, e non è mai stato nella scelta tra violenza e non-violenza. Questo fa parte piuttosto di recenti insensatezze, che per fortuna sembrano sorpassate. Il punto è che si combatte per vincere, e per non combattere mai più. La glorificazione della lotta in quanto tale va lasciata alle caste guerriere, e alle funeree ideologie che le caste guerriere producono.

Wu Ming 5

Fonte: Giap, 7 settembre 2011