Torture in outsourcing

Le Guantanamo segrete degli Usa nel mondo.
di Barbara Ciolli
Si trovano in Egitto, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. Ma anche nella democratica e insospettabile Europa: in Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Sono le extraordinary redention, le prigioni segrete extraterritoriali della Cia in cui finiscono i sospettati di terrorismo islamico e internazionale. Di cui l’intelligence americana non ha mai confermato ufficialmente l’esistenza.
Carceri fuori da ogni giurisdizione, in cui sono avvenuti e continuano con ogni probabilità ad avvenire interrogatori serrati. Sedute estenuanti il cui confine con la tortura, fisica e psicologica è labile. Come insegnano i casi di Guantanamo a Cuba e di Abu Ghraib in Iraq.


Osama e la riabilitazione di Guantanamo

A riabilitare la funzione di queste prigioni, su tutte proprio Guantanamo, è stata la morte di Osama bin Laden, individuato in Pakistan proprio grazie alla soffiata di alcuni detenuti della base cubana.
Quando, a gennaio 2009, Barak Obama firmò l’ordine di chiudere entro un anno la struttura, i sondaggi davano il 51% degli americani favorevoli alla scelta di civiltà della nuova amministrazione.
IL SUCCESSO DI OBAMA. Poco più di un anno dopo, nel marzo 2010, interpellati dalla Cnn oltre il 60% degli intervistati si dichiarò contrario all’eliminazione della prigione delle torture, dunque felice che il presidente avesse disatteso le promesse.
Dopo l’uccisione dello sceicco del terrore, c’è da scommettere che una percentuale ancora più alta di cittadini brinderà al dietrofront di Obama, che già nel marzo 2011 aveva confermato la sua autorizzazione a nuovi processi militari a Guantanamo.
I dibattimenti saranno costruiti anche sulla base di testimonianze, prove e indizi raccolti sotto tortura, durante gli interrogatori nei cosiddetti black site: i buchi neri della Cia che, secondo un’inchiesta del Washington Post pubblicato nel novembre 2005, sono stati localizzati in otto Paesi stranieri.
LE INDAGINI IN EUROPA. I centri, come hanno ricostruito numerose inchieste dei media internazionali, del Consiglio d’Europa e del Parlamento Ue, non rientravano nella categoria delle prigioni militari Usa all’estero come Abu Ghraib e Guantanamo. Ed erano stati aperti in violazione delle leggi del Congresso americano, oltre che della sovranità dei singoli Stati e dei diritti dell’uomo.
Ma, con il senno di poi, sono stati utili. E Obama, rimangiandosi la parola data sulla prigione cubana, non aveva soltanto ceduto alle richieste insistenti di membri dell’esecutivo e di deputati, contrari allo stop: la Cia dell’amico Leon Panetta aveva pure le sue buone ragioni.

Le prigioni segrete della Cia in Polonia e Romania

Secondo le informazioni di cui è entrato in possesso il Washington Post che sei anni fa fece esplodere lo scandalo delle prigioni estere della Cia e delle extraordinary rendition, la rete sarebbe stata autorizzata da George W. Bush in persona il 17 settembre 2011, subito dopo la strage delle Torri Gemelle. L’allora numero uno della Casa Bianca aveva preso contatti, nel massimo riserbo, solo con i presidenti degli Stati coinvolti e con una ristretta cerchia di alti funzionari.
INTERROGATORI NON CONVENZIONALI. In quattro anni, in almeno otto centri di detenzione sparsi nell’Europa dell’Est e in alcuni Paesi islamici, pare siano transitati un centinaio di prigionieri catturati anche in Gran Bretagna, Germania, Italia (il noto caso di Abu Omar), Macedonia, Bosnia e Canada.
I sospettati sono stati rinchiusi nelle prigioni e poi spediti, in alcuni casi, al terminale di Guantanamo. Non prima di essere sottoposti a interrogatori “non convenzionali”. Waterboarding, una sorta di annegamento controllato, scariche elettriche nei genitali, rumore e musica assordanti sono solo alcuni dei metodi più noti per ottenere informazioni preziose per la sicurezza nazionale dell’Occidente.
I RAPPORTI DEL CONSIGLIO D’EUROPA. Grazie alle testimonianze dei rapiti, alle indagini della Commissione d’inchiesta istituita dal Parlamento europeo (di cui ha fatto parte anche Giulietto Chiesa) e ai rapporti del procuratore svizzero Dick Marty incaricato dal Consiglio d’Europa, è stato possibile tracciare una mappa dei siti sospetti.
Anche se la Central intelligence agency non ha mai ammesso l’esistenza di presunte prigioni extraterritoriali in Egitto, Siria, Giordania, Afghanistan, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. Né nei vecchi complessi dei regimi sovietici dell’Europa dell’Est e nei Balcani.
I SITI NELL’EUROPA DELL’EST. Dopo le indiscrezioni trapelate su centri segreti in Romania, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, le ricerche di giornalisti e investigatori hanno puntato il dito sul sito polacco di Stare Kiejkutin vicino allo scalo di Szymany, tre le foreste della Masuria, al confine lituano, per il quale il tribunale di Stato ha indagato l’ex presidente, l’ex premier e l’ex capo dei servizi segreti. Un’altra prigione è stata localizzata nei pressi della base aerea rumena di Michail Kogalniceanu.
Secondo le registrazioni, nei due aeroporti è passato un notevole flusso di voli della Cia. Di più, però, poi non si è saputo, nonostante i due Stati siano finiti sotto osservazione della Commissione d’inchiesta Ue.
Anche perché, ha svelato la tivù americana Abc, i campi di tortura polacchi sarebbero stati preventivamente sgomberati alla vigilia del viaggio dell’allora segretario di Stato Usa in Europa Condoleezza Rice, nel dicembre 2005.

La mappa delle deportazioni nei Paesi Arabi e in Asia

Un’altra sede sospetta di “interrogatori speciali” è la base statunitense di Camp Bondsteal in Kosovo, denfinita da un funzionario Onu come un seconda Guantanamo, nella quale però è stata impedita dalle autorità Usa qualsiasi ispezione.
Il rapporto Marty ha indicato la prigione polacca di Kiejkutin come un centro di detenzione per gli esponenti di maggior spicco di al Qaeda, tra i quali Khalid Sheik Mohammed, considerato una delle menti dell’11 settembre, e la Romania come destinazione dei pesci più piccoli.
Il Consiglio d’Europa ha espresso inoltre dubbi sulla presenza di analoghi centri nell’atollo britannico di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, e in Thailandia.
LE COMPLICITÀ DEI GOVERNI UE. Quando non sono ospiti, gli Stati occidentali sono accusati dai tribunali nazionali di essere stati complici delle deportazioni: la Germania, per esempio, ha indagato sul caso del cittadino tedesco di origine libanese Khaled al Masri, che la Cia ha prelevato «per errore» nel 2003, su un autobus in Macedonia, e imprigionato per cinque mesi in Afghanistan.
Dopo aver seguito un anno di lavori in commissione e oltre 200 audizioni, Giulietto Chiesa, nel suo libro Le carceri segrete della Cia in Europa (Piemme, 2007) ha raccontato, tra le altre, la storia del siriano canadese Maher Arar, bloccato aeroporto di New York e spedito un anno in prigione in Siria, «torturato ogni notte con scariche elettriche ai testicoli e bagni in acqua gelata».
GLI AGUZZINI IN ASIA E NORD AFRICA. Inchieste di Newsweek, del New York Times e del New Yorker hanno parlato di un numero imprecisato di prigionieri inviati in Egitto, Siria e in diversi Paesi del Medio Oriente. Altri giornali di centri in Libia, Iraq, Afghanistan e Uzbekisthan.
Per il lavoro sporco gli americani avrebbero usato come bassa manovalanza agenti egiziani, siriani e marocchini, che hanno messo a disposizione le loro carceri come «pattumiere della Cia».

Fonte: Lettera 43, 05 Maggio 2011

Posted: maggio 6th, 2011
at 9:30 by ironriot

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Categories: repressione

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