UNA ROTONDITÀ NUOVA PER LA TAVOLA

Una tavola rotonda che non è rotonda.
Una tavola asimmetrica., pluridimensionale, dove il centro si frammenta tra l’affinità e la differenza.
Ogni settimana dal 2006, il giovedì pomeriggio, c’è un appuntamento fisso a San Cristobal, in Chiapas, Messico: il seminario del CIDECI (Centro Indigeno di Formazione Integrale), dove la città si perde e comincia la montagna.
La tavola è rotonda, di buon legno chiaro, in uno spazio ampio ed accogliente.

Ero quasi frastornato al termine del seminario, non tanto per la difficoltà nel seguire l’acutezza dell’analisi o i differenti stimoli che venivano di volta in volta messi al centro della discussione.
Di altra natura è il motivo della mia riflessione frastornante.
Ha a che vedere con il dissolvimento della rotondità.

La frequentazione al seminario è ampia, libera, molteplice: studenti, professori, intellettuali, libertari, signore, vecchietti, bambini, indigeni e non indigeni.
Un appuntamento di studio, analisi e confronto in uno spazio non ideologicamente determinato, se non per essere ambito di resistenza radicale al modello neoliberale.

Il luogo estremamente affascinante in cui ci troviamo è stato partecipe delle storie che hanno animato questo territorio e che si fa carico della riproducibilità di una memoria collettiva millenaria. Le costruzioni amalgamano il meglio delle tecniche architettoniche sviluppate dal sapere indigeno e i materiali utilizzati, con una forte prevalenza del legno e della terra cruda, lasciano intendere un percorso di ecosostenibilità che immagina già il farsi reale di un modello di città nuovo.
Attorno al CIDECI, che si estende su un’area di circa 22 ettari, la forza del mattone e del cemento, motori privilegiati della crescita di quel prodotto interno lordo, indice fasullo e incompleto dello stato di benessere del neocapitalismo, strappano senso alla montagna e ai boschi. Coscientemente ignari che un modello diverso di costruzione sia possibile, lì accanto a loro.

Qui gli indigeni di tutte le comunità del Chiapas possono venire per imparare un mestiere per poi ritornare alle loro comunità e fare di questo sapere acquisito un tassello fondamentale per la costruzione dei processi di autonomia.
Ci sono laboratori di meccanica automobilistica, di falegnameria, di panificazione, di erboristica, un laboratorio per la lavorazione del metallo e quello di agroecologia con i suoi orti e le sue serre. Ci sono cucine e ampie sale da pranzo, auditorium, una biblioteca, un centro sanitario, e infine i locali per l’accoglienza dei ragazzi e delle ragazze che qui vengono a lavorare ed apprendere.
Si lavora collettivamente, si condividono esperienze e saperi, si intrecciano le storie di etnie differenti: un processo di formazione verso l’acquisizione di specifiche abilità e mestieri, che si configura però nell’ambito di un processo di decolonializzazione culturale. Qui la formazione è una danza di scalpello tra le stratificazioni rugginose della cultura positivista europea.
Il sapere originario ritrova spazio e praticabilità. Senza timore si estende e si riconosce, con la capacità di essere presente e funzionale nell’odierna realtà. Nel suo viaggio tra gli interstizi della stratificazione culturale forzata, questo magma ribelle, rimescola, rimodella, dimentica e scompone frammenti di una cultura altra. Alla luce della libera riflessione, le culture originarie sembrano non costruire barriere tra i saperi, ma percorsi molteplici di riflessioni reciproche in cui è possibile la sincera condivisione di elementi culturali, al fine di costruire un sapere espansivo, dinamico, antiautoritario, esplosivo. Un sapere che, sì, è in grado di costruire, praticare, ideare forme di relazione, di vita, di attività alternative rispetto al sapere unico ereditato dal neocapitalismo.

La partecipazione ai laboratori è gratuita ed aperta a chiunque abbia voglia di mettere in gioco il proprio sapere in una dinamica di apprendimento che ampli le conoscenze pratiche e teoriche.

Ma ritorniamo, in un testo che ci permetta di essere circolari, all’oggetto della mia frastornazione: la rotondità. Siamo seduti attorno ad un tavolo, una cinquantina di persone in due cerchi concentrici. Uno adiacente al tavolo, rotondo anch’esso. L’altro, un po’ più largo lo circonda, addossato alle pareti rivestite di libri della biblioteca. Ognuno tiene in mano una piccola dispensa: una quarantina di pagine fotocopiate che riproducono articoli e documenti. Anch’io ho in mano una di queste dispense. Ma non è uguale a quella degli altri. La settimana precendente, allo stesso seminario e nello stesso ambito di relazione, erano state distribuite delle dispense, quelle che gli altri partecipanti al seminario hanno ora in mano. Oggi si discute attorno a questi articoli, così come la prossima si discuterà su quelli presenti nella dispensa che ho preso entrando.

Qui avviene il primo decisivo slittamento (all’infinito) del concetto di rotondità: le regole del gioco della tavola rotonda sembrano un paesaggio sterile che mi lascio alle spalle, mentre alla vista si aprono spazi di pensiero che si sovrappongono, a strati non necessariamente paralleli. Attorno a questa tavola i partecipanti al seminario non affrontano e discutono un argomento, magari presentato da una o poche persone, in quel preciso istante (regola principale del gioco della tavola rotonda). Ognuno dei partecipanti sa già da una settimana quali sono gli argomenti di discussione e approfondimento collettivo. Per una settimana ognuno di loro ha avuto la possibilità di approfondire personalmente ogni singolo documento, la possibilità di elaborare una propria visione su ogni tematica trattata e una personale dinamica di relazione tra gli argomenti.
Ognuno dei partecipanti a questo seminario porta sulla tavola rotonda un proprio magmatico bagaglio di informazioni e sensazioni che lì, in quel momento, trovano lo spazio sufficiente per poter essere condivise, relazionate, amalgamate, confrontate.

La rotondità del cerchio è seriamente compromessa. Flussi di pensiero si attraversano. Procedono da tempi e dimensioni differenti e attraverso il desiderio del confronto che li fa muovere, si incontrano e poi ripartono, diversi da prima, in un viaggio ricco di stimoli perché collettivamente condiviso e partecipato.

Mi è impossibile determinare, in questo luogo, un depositario del sapere che ci illumina, ci informa, ci accompagna all’interno di un argomento fino ad allora poco conosciuto e poco chiaro. Questo è un laboratorio di costruzione del sapere collettivo, una palestra di formazione dove la conoscenza è desiderio di comunicare il proprio sapere. Sulla base di un tema dato, ognuno, avendo avuto il tempo per l’elaborazione, porta le proprie sensazioni, le proprie analisi, le proprie ricerche di approfondimento, le proprie esperienze. Le mette a disposizione di tutti nell’ambito della discussione e dalla relazione tra le differenti diagnosi: lì nasce, dirompente nella sua bellezza, il sapere collettivo, sicuramente non inscrivibile all’interno di un cerchio.

Ma il seminario del CIDECI offre ulteriori piani di dissoluzione dei tradizionali ambiti della divulgazione culturale e/o dell’analisi politica. Infatti, oltre a stimolare la libera condivisione di saperi individuali, questa tavola rotonda esplode ulteriormente nell’attraversare saperi e lingue tradizionali.
Se lo spagnolo è una lingua che accomuna nella sua comprensione la maggior parte dei partecipanti al seminario (e sottolineo “la maggior parte”, il che vuol dire che alcuni non comprendono lo spagnolo), questo non può darsi come dato culturale e linguistico determinante che costituisce un piano esclusivo da cui partire per la riflessione e la condivisione. L’orizzonte culturale trova spazio per potersi nuovamente e inesorabilmente frammentare attraverso la partecipazione attiva di lingue tradizionali. Una partecipazione che è fatta di analisi e di approfondimento, che si intreccia nella dinamica di costruzione del sapere collettivo.
Certamente sfuggono alla comprensione razionale i concetti esposti in questi flussi di pensiero che cavalcano lingue a me sconosciute. Uno stimolo in più per sfuggire al concetto di rotondità, della mia rotondità percettiva. Da un lato perde di senso l’imperativo di una cultura che si costruisce attorno ad un idioma, dall’altro rimetto in moto gli assonnati processi di percezione sensoriale ed emotiva.
Ascoltare significa comprendere attraverso i processi razionali, ma significa anche accedere alla comprensione attraverso livelli differenti di percezione. Ascoltare una lingua altra, una lingua indigena significa percepirne il cammino di resistenza attraverso secoli di barbarie ed oppressione per l’imposizione di un pensiero unico, definito sacro e civile. Significa assaporare l’emozione suscitata da suoni nuovi e differenti che articolano concetti ed esperienze. Suoni tramandati con orgoglio da generazione in generazione perché una vita dignitosa si costruisce anche nel rispetto di una lingua propria, che non è solo semplice mezzo di comunicazione, ma dinamica di costruzione di una propria e particolare cultura.

Nel cerchio che si è dissolto nella percezione di piani, sfere, flussi, intuizioni che si compenetrano, si amalgamo e/o si ricompongono in forme temporali e spaziali differenti e innovative, ritrovo il senso della partecipazione e della radicalità.

Posted: ottobre 8th, 2009
at 7:21 by ironriot

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Categories: reportage dall'America Latina

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